In dormiveglia 
Valloncello di Cima Quattro, 6 agosto 1916

Assisto la notte violentata

L’aria è crivellata
come una trina
dalle schioppettate
degli uomini
ritratti
nelle trincee
come le lumache
nel loro guscio

Mi pare
che un affannato
nugolo di scalpellini
batta il lastricato
di pietra di lava
delle mie strade
ed io l’ascolti
non vedendo
in dormiveglia

Delicatissima e tragica, questa poesia ci rende nuovamente partecipi della follia della Prima guerra mondiale. Noi siamo abituati alla guerra in diretta, grazie ai reportage continui dalle zone dove si combatte, fino anche ai filmati dei bombardamenti di precisione. Sembra tutto pulito e perfetto, quasi ovvio, lo stretto indispensabile. Ma non è così, le guerre non sono mai così e Ungaretti ce ne dà un’altra, limpidissima testimonianza. La poesia è stata scritta in una trincea di Cima Quattro scavata sulle pendici del Monte San Michele, a pochi giorni dalla conquista della cima e della vittoria italiana, avvenuta il 10 agosto, dopo mesi di combattimenti sanguinosi.

“Assisto la notte violentata”. Questo verso solitario, monumentale, introduce la poesia. Ho già avuto occasione in passato di soffermarmi sulle notti di guerra del poeta alessandrino: sono notti di angosciosa attesa, di paura, di logoramento. Sono le notti trascorse buttati “accanto a un compagno massacrato”, obbligati quasi a guardare nella sua “bocca digrignata” rivolta alla luna piena, distante e indifferente (vedi questo articolo per approfondimenti); sono le notti che come “una corolla di tenebre” si chiudono sopra il poeta, soffocando i ricordi luminosi di esperienze vissute appena poche ore prima (vedi qui, qui e qui per approfondimenti sulla poesia I fiumi). Vegliare e assistere non son verbi scelti a caso: evocano l’immagine di chi trascorre nella trepidazione un tempo interminabile, di chi scandisce ogni minuto nella consapevolezza che potrebbe essere l’ultimo, e non lo fa solo per sé ma anche e forse soprattutto per chi è vicino: si veglia e si assiste un ammalato, chi è in difficoltà, chi ha bisogno del nostro aiuto.
La brutalità dell’aggettivo non ha bisogno di ulteriori commenti ma se proviamo a indagare meglio nel suo significato scopriamo che attribuirne la responsabilità solo alla guerra, in senso lato, sarebbe terribilmente riduttivo. Ad essere violata è la fiducia, la fiducia nell’uomo.

Dopo questo verso lapidario e isolato, la poesia prosegue evocando la terribile quotidianità della trincea e rapidamente comprendiamo il contesto. Con un arditissimo processo analogico Ungaretti ci descrive l’immagine dell’aria trafitta infinite volte dai proiettili fino a esserne percettivamente non attraversata bensì perforata, così come lo sono i corpi che giacciono e si accumulano sotto di lei. Eppure quest’aria crivellata pare una trina, come un motivo decorativo e artistico; ma il poeta non sta impazzendo né delirando: è la grottesca bizzarria della guerra, delle sue inverosimili quanto antitetiche imposizioni. Vale tuttavia la pena di ricordare come nell’epoca delle avanguardie la guerra aveva pure un suo valore estetico, l’irresistibile fascinazione del banco di prova sul quale cimentare forza, energia, vitalità e virilità. Ma davanti a un mondo fatto di motori, di macchine di acciaio, macchine di morte, Ungaretti oppone una leggerissima trina, un delicato disegno che sa di casa e di luoghi e persone care.

Quest’immagine è fugace, anzi, precipita rapidamente giù, prostrata a terra e nel fango della trincea, dove gli uomini strisciano e come lumache stanno rannicchiati. La similitudine è impressionante, enfatizzata dalla polisemia del verbo (“ritratti” per ritirati ma anche rappresentati) e quanta protezione può offrire un guscio di lumaca?

Poi, su una tale fragile precarietà accade qualcosa di inaspettato, qualcosa che, col senno di poi, potevamo intuire fin dai primi versi e dal bizzarro accostarsi di trine a scenari di guerra. Il crepitare della battaglia sfuma, per spossatezza del protagonista o desiderio di alienazione, in un lontano ticchettio, incessante, un po’ caotico, che evoca l’immagine di un “nugolo di scalpellini” che picchia su infinite pietre. Tornano quindi immagini nostalgiche e consuete del passato, in quel momento tanto distante: “le mie strade”, così note e tante volte calpestate. Ma è un’immagine debole, che appare e scompare, quasi “non vedendo in dormiveglia”.

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