Tanto nella raccolta Il porto sepolto quanto in Allegria di naufragi c’è una costante lotta fra luce e buio, fra giorno e notte, fra chiassoso clamore e silenzio tombale; e non c’è, o almeno non c’è sempre, una sistematica equivalenza fra luce e bene e fra oscurità e male. In mezzo stanno poi infinite e cangianti sfumature nelle quali trovano collocazione tutte le loro gradazioni dei sentimenti. Ma procediamo con ordine.

Il giorno e la ricerca della luce

Ungaretti, per sua disposizione naturale, era un uomo di luce: nato e cresciuto ad Alessandria d’Egitto, recava dentro di sé un’istintiva predilezione per il sole e gli spazi aperti del deserto. Nelle sue poesie dell’Allegria si percepisce questa pressante necessità di uscire fuori dagli angusti spazi della trincea, quasi dilatarsi fino a fondere ogni cellula, o meglio ancora, per usare una parola cara al poeta, ogni “fibra” del proprio corpo con gli spazi aperti e luminosi. Come non ricordare l’esplosivo bagno di luce di Mattina, oppure l’appagante sorpresa descritta in Vanità?
Si tratta di episodi fugaci, quasi frammenti raccolti con cura e collezionati nel tascapane, perché sono nutrimento e non si possono trattenere nella loro interezza; eppure il loro semplice ricordo, fosse anche una mera illusione, è sufficiente a tirare avanti, come chiaramente espresso nella poesia Pellegrinaggio. Vediamo allora qualche esempio.

Nella poesia Lindoro di deserto (Cima Quattro il 22 dicembre 1915) si ha la prima superba apparizione del Sole. Cima Quattro è stato uno dei luoghi di combattimento più aspri e prolungati, nel tentativo di conquistare la vetta del Monte San Michele. Ungaretti non pone mezze misure: “allibisco all’alba”, scrive, e poi poco sotto:

Il sole spegne il pianto
Mi copro di un tiepido manto di lind'oro
Da questa terrazza di desolazione  
in braccio mi sporgo  
al buon tempo". 

Il sole quindi può trasformare in incanto qualsiasi paesaggio e contesto:
Nella poesia A riposto (Versa il 27 aprile del 1916) scrive:

[...]
Il sole si semina in diamanti
di gocciole d'acqua
sull'erba flessuosa

Resto docile
all'inclinazione
dell'universo sereno

Ancora di più, nell’ora “che volge il disio ai navicanti e ‘ntenerisce il core” di memoria dantesca, compone Tramonto (Versa il 25 maggio 1916)

Il carnato del cielo
sveglia oasi
al nomade d'amore

e da questi versi riemerge con prepotenza l’animo africano di Ungaretti e il suo insaziabile bisogno di spazio e luce ma soprattutto l’instancabile desiderio di tessere rapporti umani che come un’oasi siano rifugio e sostentamento nell’attraversare il deserto della vita.
Interessante anche il riferimento al nomadismo del poeta che è soprattutto esistenziale, un pellegrino in cerca di redenzione attraverso il bisogno di riconoscersi; un riferimento che si coglie con facilità anche nei versi della poesia I fiumi:

Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi sono chinato a ricevere
il sole

La devozione e l’umanità che sprigiona da questa strofa è quasi commovente: Ungaretti si china nell’atteggiamento di chi sta per ricevere una benedizione fatta di luce e sole, benedizione e quasi una purificazione, ovvero un vero e proprio filtraggio, come nella poesia Trasfigurazione (Versa 16 febbraio 1917) che trasformi dal di dentro:

[...]
Come una nuvola
mi filtro nel sole

Mi sento diffuso
in un bacio
che mi consuma
e mi calma

Passando attraverso Mattina, per il commento della quale si rimanda a questo articolo, è d’obbligo una riflessione su

Vanità

Vallone il 19 agosto 1917

D'improvviso
è alto
sulle macerie
i limpido 
stupore
dell'immensità

E l'uomo
curvato
sull'acqua
sorpresa
dal sole
si rinviene
un'ombra

Cullata e
piano
franta

Questo vero e proprio inno al Sole ne esalta non soltanto le proprietà benefiche e terapeutiche ma soprattutto ne canta le capacità di ergersi indomabile e incorruttibile sopra i mali del mondo e le sue macerie. Sì, è vero, la distanza fra cielo e terra sembra allungarsi fin quasi a strapparsi e quanto più il sole si innalza, limpido e incorruttibile in tutta la sua maestosa fierezza, tanto più l’uomo si ripiega su se stesso e si incurva. Eppure mentre il poeta cerca un impossibile riconoscimento specchiandosi in uno specchio d’acqua mobile, dalle sue spalle arriva l’incontenibile meraviglia, quasi la magia, della luce. Allora quell’acqua ingannevole e mutevole, che sembra quasi snaturarci e ridurre a un’ombra bidimensionale e appiattita la nostra immagine, diviene, grazie alla luce dirompente del sole, uno strumento di rinascita.
Un’esperienza non dissimile Ungaretti l’aveva già messa per scritto a Versa, il 21 maggio 1916, nella poesia Annientamento, sperimentando, forse con ancora maggior chiarezza, la stessa sublimazione attraverso il bacio del sole:

[...]
Oggi
come l'Isonzo
di asfalto azzurro
mi fisso
nella cenere del greto
scoperto dal sole
e mi tramuto
in volo di nubi

Sul far della sera

I momenti di transizione da una fase del giorno alla successiva sono sempre carichi di suggestioni e attesa; il tramonto e la sera forse un pochino di più. Ricordavo poco sopra i versi danteschi e ritorno quindi a quei momenti, alle ultime luci soffuse prima che le tenebre calino di nuovo, col loro pesante manto di incertezza, dolore e minacce.
Quale poesia potrebbe servire meglio al nostro scopo di:

Stasera

Versa il 22 maggio 1916

Balaustrata di brezza
per appoggiare stasera
la mia malinconia

Il verbo sottolinea un preciso contatto fisico, meglio ancora: la congiunzione fra il poeta e le cose e poiché la balaustrata è di brezza si diffonde metaforicamente (e nemmeno troppo) nel paesaggio, nel tutto, tornando al desiderio di plasmarsi e unirsi quale docile fibra dell’universo, in decisa opposizione alla dolosa “terrazza di desolazione” già vista in Lindoro di deserto. Là rimaneva un sapere di precarietà di equilibrio sommario, di limite pericoloso: qua tutto questo finalmente si dissolve nel più allentato abbandono, appena venato di una dolce malinconia.

Le ombre della notte

Ma quando anche le ultime luci cadono, quando gli ultimi chiarori si dissolvono, allora, come un mostro strisciante dilaga la notte. Durante quelle interminabili ore di oscurità, al fronte, col nemico a poche centinaia di metri, le sentinelle sentono tutto il peso di responsabilità sovrumane; quel buio non offre alcuna garanzia e una nube che si sposta d’improvviso liberando il chiarore della luna è sufficiente a rivelare al nemico una postazione, tradire una distratta e ingenua presenza… e un cecchino farà il resto.
E allora le interminabili notti al fronte Ungaretti le trascorre accanto un compagno ucciso, come nella poesia Veglia, perché non è opportuno muoversi e forse non è neppure giusto; oppure tenendosi aggrappato ad un “albero mutilato” sul bordo di una dolina, nella poesia I fiumi, nel tentativo non scivolare più giù, più in basso di così, intanto che intorno la vita pare soccombere in una corolla di tenebre.

Ma non è sempre così: nella poesia C’era una volta, già analizzata in questo articolo, gli orrori della guerra sembrano messi per un attimo all’angolo, nella placida luce soffusa di una Luna di ascendenza leopardiana, quieta e distante osservatrice delle miserie umane. Ma, come ci avvisa il titolo, si tratta di una realtà fallace, una fiaba che ci trasposta in un mondo fantastico dal quale però, prima o poi, dovremo separarci e tornare nella realtà. Ed è proprio per questo che dobbiamo considerarla una parentesi eccezionale, magica certamente, ma che esula dalla realtà delle cose contingenti.
Ma Ungaretti, perfino quando tutto sembra perduto e aver raggiunto il fondo, come nella già citata poesia Pellegrinaggio, non deiste e vuole confidare in un futuro diverso, aggrappandosi anche a un’illusione, precaria come l’albero mutilato di prima. E allora, nella poesia Fratelli, la notte porta anche la speranza: tra le sue pieghe buie si addentra questa parola “tremante”, come una “Foglia appena nata”, nella speranza di trovare risposta e accoglienza: pare di sentirla, quella parola, “nell’aria spasimante” eppure terribilmente e tragicamente ferma e silenziosa di quella notte in zona di guerra. Un parola che mette a nudo, rivelando certamente la posizione di chi la pronuncia ma anche tutta la dignità di esseri umani.
Quella foglia allora guarda al domani, è una fragilissima speranza, un breve istante di luce, fievolissimo forse, come spesso lo sono le luci notturne ungarettiane, ma nel buio più assoluto e quando tutto attorno “pare \ una corolla \ di tenebre”, può indicare la via.

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