Il 26 gennaio del 1917 fu una giornata eccezionale per Giuseppe Ungaretti perché portò a compimento tre fra le sue più sorprendenti poesie, ovvero Solitudine e la celeberrima Mattina nonché la delicata Dormire, tre componimenti diversissimi fra loro, in larga misura perfino antitetici, difficili da comprendere collocandoli nella stessa giornata. In questo articolo voglio soffermarmi in particolare sulle prime due poesie ma prima di iniziare è opportuno fare qualche passo indietro.

Solitudine

Ma le mie urla
feriscono
come fulmini
la campana fioca
del cielo

Sprofondano
impaurite

Mattina

M’illumino
d’immenso

Hanno veramente poco in comune e appaiono completamente decontestualizzate. Cerchiamo allora di comprendere meglio.
La prima stesura di Mattina è una buona traccia da seguire:

Cielo e mare
M’illumino
d’immenso
con un breve
moto
di sguardo

Durante le precedenti festività natalizie Ungaretti aveva goduto di un periodo di licenza che trascorse a Napoli, ospite dell’amico Gherardo Marone. Come già ho avuto modo di osservare in più occasioni, il poeta sentiva con forza la necessità di tenersi in disparte, di vivere solo per se stesso, riparandosi non solo dal frastuono e dalla promiscuità della guerra, ma anche lontano da quel “gomitolo / di strade”, “Ho tanta /stanchezza / sulle spalle”, scriveva nella poesia Natale, datata a Napoli, il 26 dicembre 1916, e chiedeva soltanto di essere dimenticato, posato in un angolo in penombra, del tutto similmente al “caffè remoto” evocato nella poesia C’era una volta. Il 10 gennaio tuttavia tornava a unirsi alla sua brigata e il 26, dopo esattamente un mese dalla poesia napoletana, a Santa Maria la Longa, paesino delle retrovie sulla strada verso Gorizia, scriveva le tre nuove poesie. Vediamo le prime due.

Alquanto sorprendente il titolo, considerando il contesto, ma in realtà non è così. Diverso tempo prima, per l’esattezza il 10 agosto del 1916, i soldati italiani dopo mesi di estenuanti e sanguinosi combattimenti conquistano la vetta del Monte San Michele. La conclusione fu quasi una beffa: i nostri avevano conquistato l’ultima trincea prima della vetta sulla quale resistevano asserragliati i soldati ungheresi ma questi la notte precedente abbandonarono le postazioni e si ritirarono giù dal versante opposto. Il mattino alle prime luci dell’alba le vedette italiane osservarono le linee nemiche senza notare alcun movimento, qualcuno più ardimentoso provò allora a sporgere la testa fuori dalla trincea, ancora niente, poi un altro e un altro ancora e fra questi primi c’era anche Ungaretti. Fu chiaro che il nemico non presidiava più la vetta. Senza sparare un colpo la cima fu raggiunta in breve. L’emozione di Ungaretti è palpabile in una lettera scritta all’amico Papini:
“Caro Papini, dal San Michele conquistato un abbraccio. Tuo Ungaretti
ps
Ho visto cose meravigliose […] era un grido di una passione infinita: “Si vede il mare, si vede il mare”.

Esattamente questo: di lassù, “con un breve / moto di sguardo” si poteva vedere il mare. I mesi trascorsi a contare migliaia e migliaia di morti e feriti, a elencare i dispersi, a lenire sofferenze parevano dissolversi in quella vista fra cielo e mare, in quella luce mattiniera che sapeva di immensità.
Gli ultimi tre versi della poesia furono subito cassati e non comparvero nemmeno nella prima storica edizione de Il porto sepolto. Il titolo era ancora quello ma quell’ultima traccia dell’evento biografico dalla quale probabilmente scaturì (se di quello si tratta) fu cancellato nella definitiva versione, trasformato in un titolo dal valore assoluto e simbolico: Mattina.

Liberare la poesia verso trame infinite, impalpabili eppure chiaramente percepibili, lega a mio modo di vedere Mattina alla poesia che la precede nella raccolta, Solitudine; come se una fosse in funzione dell’altra e ne scaturisse quasi come una diretta conseguenza. Questa poesia è un grido di dolore lancinante: l’uomo sconfitto nella sua impotenza, che si sente affondare, non ha altra scelta che sfogarsi in un grido scomposto e selvaggio. Ribellione, ripugnanza, dolore.

Solitudine è assenza, privazione, oscurità e disperazione almeno quanto Mattina è pienezza, luce, coscienza di sé e speranza; così come in Solitudine si è abbattuti e annientati in un universo che disintegra le sue creature, in Mattina si è investiti e inebriati da un mare di luce che si dilata e dilata lo spirito.

Per comprendere pienamente la forza disgregatrice dell’universo di Solitudine dobbiamo riflettere sulla similitudine urla-fulmini. Talvolta mi è capitato di leggere osservazioni su come Ungaretti abbia voluto rovesciare la prospettiva alto-basso per cui i suoi fulmini colpiscono il cielo anziché la terra. Be’, sebbene corretto nella descrizione fattuale, non credo che costituisca un dettaglio veramente importante, certamente non quanto la scelta dei termini della similitudine. I fulmini rappresentano una delle manifestazioni più violente della Natura, impetuose e, con un rinnovato omaggio al sublime, affascinanti: esplodono con fragore grandioso e distruttivo senza preavviso e non danno scampo. Ebbene, allo stesso modo le urla del poeta vengono scagliate nel cielo con lo stesso furore, la stessa brutalità ; sono come artigli graffianti che feriscono. Ma questa urla, in realtà, un istante dopo svaniscono, sprofondano impaurite loro stesse, annichilite, quasi digerite da un organismo mostruoso. Sembra emergere quindi una nuova allusione alla guerra e al sul soverchiante fragore ma non è tutto: è la terribile circostanza che si rinnova ogni qual volta ci si scontra con l’arroganza, la sordità e l’indifferenza verso il prossimo, e si è sconfitti, sempre e inevitabilmente. Anche Ungaretti, per sua stessa definizione, ribelle eppure uomo di pace, non può niente contro la la violenza della guerra, non può levare la sua voce oltre quella campana fioca e non può altro che abbandonarsi, inascoltato.

Con questa immagine, assieme alla vita letta come una corolla di tenebre in chiusura della poesia I fiumi, Ungaretti tocca forse l’abisso più oscuro e tragico di questa fase artistica. Tuttavia, se è vero com’è vero, che la congiunzione iniziale “ma” innesta la poesia sul tronco di un ragionamento già avviato perché allora non ipotizzare che anche la conclusione di quella stessa riflessione non possa proseguire oltre i limiti del componimento? Ungaretti stesso, nella poesia Pellegrinaggio, scritta a poco più di un mese dalla conquista del San Michele (Valloncello dell’Albero Isolato il 16 Agosto 1916, lo stesso giorno se I fiumi), si definiva “uomo di pena” eppure dichiarava che gli bastava un’illusione per tirare avanti, per continuare a strisciare nel fango e proseguire suo malgrado quella ripugnante guerra.

E allora, quale migliore conclusione della successiva poesia Mattina? Liberata da ogni riferimento circostanziale Mattina diventa un luogo dell’assoluto, forse ancora una volta fievole e illusorio ma non per questo meno significativo.

Ecco dunque la folgorante Mattina, forse la poesia più conosciuta al largo pubblico di Giuseppe Ungaretti. Quando, con i miei studenti o altri, mi capita di commentare questo testo, dico sempre che è un’opera che deve letteralmente esplodere nel petto e inondarci del suo calore; per come è stata concepita dobbiamo sentirla viva e pulsante dentro di noi. Se questo avviene ogni spiegazione è superflua, in caso contrario ogni spiegazione è inutile. Comunque vada, è difficile non rimanere quantomeno spiazzati da quel piccolo quadrato di quattro parole, quasi un’isola nell’oceano di luce della pagina bianca.

La poesia confluì nella sezione Naufragi della raccolta L’allegria. E noi, come Ungaretti, avvezzi ai naufragi della vita, puntiamo proprio a quelle isole miracolose per la nostra momentanea salvezza; da lì, raccolte le nostre cose, certi o forse solo illusi, ripartiremo su nuove rotte, alla perenne ricerca di un mondo migliore.

Link utili per approfondire: Solitudine, di Giuseppe Ungaretti

3 pensieri riguardo “Solitudine e Mattina, di Giuseppe Ungaretti

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