È impossibile anche solo sfiorare l’opera di Giuseppe Ungaretti senza rimanere colpiti dalla poesia Veglia, una vera e propria pietra d’inciampo. Fu scritta l’antivigilia di Natale del 1915, da Cima Quattro, sul Monte San Michele, il primo Natale che i nostri soldati trascorsero al fronte; una poesia destabilizzante, trasgressiva, anticonvenzionale e, secondo il senso comune del tempo, forse anche potenzialmente censurabile.
La guerra per l’Italia era iniziata il 24 maggio e si combatteva ormai da 7 mesi; dopo gli esiti iniziali, buoni o cattivi, il fronte ormai si era assestato e, salvo eventi eccezionali e imprevedibili, con le difese nemiche arroccate conquistare solo poche decine di metri costava mesi di combattimenti e migliaia di vite. Ma facciamo un passo indietro ovvero quando dopo l’iniziale neutralità l’Italia cambiò segretamente alleanza e si schierò con la Triplice Intesa, dichiarando guerra all’Austria. Questo evento clamoroso, sebbene non inatteso, fu l’episodio conclusivo di una massiccia campagna di opinione volta a scuotere il Paese dall’immobilismo della neutralità. Migliaia di giovani vennero persuasi della giustezza della guerra non fosse altro perché si riteneva, sono parole dello stesso Ungaretti, che questa guerra sarebbe stata risolutiva e sarebbe stata l’ultima. Inoltre la stampa nazionale accompagnava i nostri giovani al fronte con titoli trionfalistici, inneggiando all’eroismo e ardimento dei nostri soldati che avanzavano trionfando colpo su colpo. Ma era la verità?

Locandina che invita i cittadini a sottoscrivere quote di di debito pubblico per sostenere la guerra. Si noti L’Italia, in abiti che richiamano la cultura romana, che si oppone al brutale e in incivile barbaro, pronto a varcare le Alpi per portare fuoco e distruzione

Questa poesia ci fa comprendere con inequivocabile chiarezza che in guerra non vi è altro che morte, dolore, brutalità e annientamento. Non c’era alcuna nobiltà nelle pose sgraziate di quei corpi che giacevano per ore ore dilaniati, insepolti, irriconoscibili; volle che il popolo italiano sapesse che qualsiasi vittoria sedeva sulle viscere sparse dei soldati maciullati dalle granate e dalle micidiali raffiche delle armi automatiche. L’umanità aveva appena spalancato il pozzo di un abisso senza fine.

Soldati Austro-Ungarici morti e insepolti all’interno di una trincea sul fronte del Piave, il 18 giugno del 1918

Così Ungaretti ci sbatte in faccia l’immagine orrida e imbarazzante di un cadavere abbandonato in trincea, un “compagno”, suo come nostro; vivi è morti sono stati buttati e dimenticati là dentro uccisi dal nemico, divorati dai parassiti e dai ratti, stroncati dalla dissenteria.

Ma leggiamo la poesia:

Veglia

(Cima Quattro il 23 dicembre 1915)

Un'intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d'amore

Non sono mai stato
tanto
attaccato alla vita

Alla luce di questo testo si comprende più è meglio il significato della quasi implorante similitudine tra l’Isonzo-teca di cristallo e il corpo del poeta-reliquia della poesia I fiumi. Si fa strada l’impellente necessità di assistere in una veglia di preghiera, di venerare come un oggetto sacro da preservare le “quattr’ossa” del poeta, non meno del corpo brutalmente abbandonato del compagno di quel 23 dicembre del 1915. Complice di questa rivelazione è la pallida e placida Luna, con la sua luce argentea, a rivelare con raccapricciante realismo gli effetti della guerra.

La grande forza di questa poesia e la grande vittoria di Ungaretti sono state il riuscire a trasformare un atto di violenza in un atto di amore, comunque lo si in tenda. Pur continuando a compiere il proprio dovere davanti a una patria che chiede tutto ai suoi figli, il poeta e rivendica il suo spazio di silenzio e proclama il suo rifiuto della chiassosa retorica di guerra di cui l’Italia si era ubriacata.

Le “lettere piene d’amore” di Ungaretti nascono nel silenzio, si servono di strumenti invisibili e sono lettere che nessuna censura di guerra può fermare.
Se interpretiamo la bocca e le mani del caduto non solo come attributi connotativi ma come strumenti allora significa che la risposta non è solamente dentro di noi ma anche negli altri. La già citata poesia I fiumi è per molti aspetti riepilogativa dell’esperienza accumulata in quella sporca guerra. Ungaretti dirà che proprio in quei tragici luoghi si è “riconosciuto” in una nuova dimensione tutte le granitiche certezze sono svanite, facendo rendendolo piuttosto una “docile fibra dell’universo” (per approfondimenti sulla poesia I fiumi vedi questo articolo).

Ma quale spazio per una tale delicatezza in uno scenario di guerra? la poesia Fratelli è il manifesto più sensibile nell’opera di Ungaretti di ripudio della guerra, un componimento straordinario, nato fra soldati stanchi di combattere, soldati che riconoscono ormai nel nemico un potenziale fratello poiché tutti sono figli della medesima follia.
Arrivati al termine della lettura della poesia Veglia si rimane attoniti, sentiamo il peso della stanchezza per quella notte insonne, sentiamo una rabbia sorda e profonda che nasce da una volontà di ribellione che non può essere espressa ma solo gelosamente custodita. Ungaretti non ci dice niente del mattino successivo e di cosa gli abbia portato, ma leggendo fra i suoi scritti sappiamo che quella notte è stata la chiave di volta della sua esistenza. Meglio lasciare a lui la parola:

“Incomincio Il Porto Sepolto, dal primo giorno della mia vita in trincea, e quel giorno era il giorno di Natale del 1915, e io ero nel Carso sul Monte San Michele, ho passato quella notte coricato nel fango, di faccia al nemico che stava più in alto di noi ed era cento volte meglio armato di noi. […] Ero in presenza della morte, in presenza della natura, di una natura che imparavo a conoscere in modo nuovo, in modo terribile. Dal momento che arrivo ad essere un uomo che fa la guerra, non è l’idea di uccidere o di essere ucciso che mi tormenta: ero un uomo che non voleva altro per sé se non i rapporti con l’assoluto, l’assoluto che è rappresentato dalla morte, non dal pericolo, che era rappresentato da quella tragedia che l’uomo portava a incontrarci nel massacro. Nella mia poesia non c’è traccia d’odio per il nemico, né per nessuno: c’è la presa di coscienza della condizione umana, nella fraternità degli uomini nella sofferenza, nell’estrema precarietà della loro condizione. […] Quando ero a Viareggio, prima di andare a Milano, prima che scoppiasse la guerra, ero, come poi a Milano, un interventista. Posso essere un rivoltoso, ma non amo la guerra. Sono, anzi, un uomo della pace. Non l’amavo neanche allora, ma pareva che la guerra s’imponesse per eliminare finalmente la guerra. Erano bubbole, ma gli uomini a volte s’illudono e si mettono in fila dietro alle bubbole.”

3 pensieri riguardo “Veglia, di Giuseppe Ungaretti. Qualche appunto sulla poesia

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