Stamani mi sono disteso  
 in un’urna d’acqua 
 e come una reliquia 
 ho riposato 

L’Isonzo scorrendo 
 mi levigava 
 come un suo sasso 
 
Ho tirato su 
 le mie quattro ossa 
 e me ne sono andato 
 come un acrobata 
 sull’acqua" 

Proseguo il mio precedente articolo, proponendovi alcuni spunti di riflessione su altre strofe della poesia. Prima di iniziare, qualche osservazione sulla struttura. Il componimento si apre con una prima strofa nella quale è descritto il poeta che giace all’interno di una dolina, nel cuore della notte. Da qui inizia una magnifica sequenza alternata nella quale si susseguono strofe di personalissima ricostruzione biografica ad altre fortemente fissate nel presente. Le une e le altre potrebbero anche essere lette su binari separati, come due storie autonome; ma non è questo che cerca il poeta: tutt’altro; scopo della sua riflessione è esattamente trovare un denominatore comune che leghi presente e passato e lo faccia sentire in armonia col cosmo.

Stamani mi sono disteso
in un'urna d'acqua
e come una reliquia
ho riposato

Inizia così, repentinamente e senza dissolvenze, la rievocazione del passato, un passato vicino, di poche ore prima eppure già così irraggiungibile; Ungaretti non ci dà alcuna notizia dei fatti accaduti informa tra la mattina e la notte, quella notte che sta trascorrendo aggrappato ad un “albero mutilato”, per non cadere giù, per non cadere ancora più giù verso il fondo. Il poeta conduce l’iniziativa: si adagia nell’acqua, acqua pura e limpida che come una teca lo avvolge. È facile immaginare le condizioni di vita dei soldati in trincea tra fango, parassiti, malattie, morte. L’acqua riluce quasi come un miraggio, a difendere le reliquie del poeta; è un bene prezioso, preziosissimo, scarso e vitale.
Ma andiamo con ordine.
Il poeta paragona se stesso a una reliquia, attribuisce al proprio corpo, più avanti icasticamente riassunto in “quattro ossa”, un valore sacrale. E del resto è così. Ma Ungaretti fonda la sua similitudine sul significato etimologico del termine: reliquia, ovvero dal latino “ciò che rimane”, che avanza. Impossibile non tornare con la mente all’albero mutilato della prima strofa; a questo riduce la guerra: miseri resti umani. Dopo la fine della guerra, a migliaia i soldati tornarono alle loro famiglie mutilati, non solo perché brutalmente feriti, ma perché l’amputazione era una tecnica terapeutica per evitare danni peggiori. E le amputazioni impedivano ai reduci la ripresa di una vita normale, ostacolavano il loro reinserimento professionale.

Ecco: si comprende quindi l’origine dell’ansia che il poeta esprime nel tentativo di preservare e custodire gelosamente i resti del proprio corpo.

L’ultimo verso della strofa, così sfuggente, è invece d’importanza capitale: ho riposato. Un attento lettore si accorgerà di come il ritmo inizialmente sia molto cadenzato per poi rallentare e, infine, si vada letteralmente adagiando su quell’ultimo verso.

Al fronte, durante la Prima guerra mondiale, non era possibile riposare: si sonnecchiava, ci si appisolava ma sempre e costantemente allerta. Le artiglierie avevano ormai raggiunto la gittata di chilometri e un tiro sufficientemente preciso: in qualsiasi momento si poteva essere colpiti con il preavviso di una manciata di secondi. A tutto questo andavano aggiunti l’ovvio disagio della vita in trincea e l’impossibilità di garantire un costante avvicendamento degli uomini in prima linea e dare in questo modo un periodo di tregua a chi combatteva.

Riposare è quindi un’opportunità preziosissima, una rigenerazione che nello specifico nasce dall’acqua, ovvero dalla culla della vita stessa.

L’Isonzo scorrendo
mi levigava
come un suo sasso
Ho tirato su
le mie quattro ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull’acqua"

L’artefice di questo miracolo è l’Isonzo, è lui la teca, l’urna d’acqua che custodisce le reliquie del poeta ed è un luogo vivo: la sua fluida mobilità è come un massaggio benefico e rivitalizzante che consentirà addirittura alle povere ossa del poeta di alzarsi e andarsene come un acrobata. L’Isonzo accoglie Ungaretti come un suo sasso, levigandolo e medellandone la forma, sasso tra milioni di altri, simili nella stessa corrente Questo non vuol dire andare verso l’omologazione, l’adeguamento del singolo alla massa: significa piuttosto lasciare che il superfluo venga sfrondato, ogni asperità rimossa e perché solo l’essenziale rimanga. Il significato intimo e profondo di questa terzina, e in fin dei conti dell’intero componimento, si coglie poco sotto:

Questo è l’Isonzo
E qui meglio
mi sono riconosciuto
una docile fibra
dell’universo
Il mio supplizio
è quando
non mi credo
in armonia

Ecco: la battaglia di Ungaretti è non perdere la sua umanità, rimanere docile e malleabile fibra dell’universo, disposta all’accoglienza, alla comunione. Gli slanci ungarettiani di solidale fratellanza sono celebri: su tutti le poesie Fratelli e Soldati dove potente emerge la fragilità e precarietà dell’esistenza al fronte, oltre ogni bandiera.

E dunque, il fiume dà nuova linfa al poeta, nuovo e forse inaspettato vigore, tanto che egli si solleverà dalla sua urna, redivivo, per andarsene, saltellando sull’acqua, come un acrobata. Sinfonica conclusione per questa strofa: evidente il legame tra l’acrobata e il circo evocato in apertura della poesia, eppure quanta distanza fra questa mattina e la notte che ne seguirà.

Ungaretti chiude la strofa con l’immagine di sé che, nella consueta e fisicissima corporeità dei suoi componimenti, si muove balzando da una pietra all’altra per uscire dal fiume. Ma ovviamente c’è di più: premesso che non riesco a togliermi dalla mente l’analogia col movimento zigzagante dei soldati alla carica per schivare il tiro nemico, vorrei però sottolineare soprattutto un’altra motivazione sulla scelta dell’acrobata fra tutti gli artisti del circo. Egli svolge un mestiere pericoloso e potenzialmente mortale ma, fra tutti, è colui col maggior senso dell’equilibrio, una virtù rara e preziosa nel disumano delirio della guerra.

4 pensieri riguardo “I fiumi di Giuseppe Ungaretti. Qualche appunto sulle strofe 2, 3 e 4

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