Proseguendo questa chiacchierata sulla celebre poesia I fiumi di Ungaretti proviamo ad approfondire i temi ancora della quarta strofa e poi della quinta.

Ho tirato su 
le mie quattr’ossa
e me ne sono andato
come un acrobata
sull’acqua

Mi sono accoccolato
vicino ai miei panni
sudici di guerra
e come un beduino
mi sono chinato a ricevere
il sole

Dopo il ristoratore bagno nell’Isonzo il poeta si solleva, rigenerato. Il processo analogico evocato dalle “quattr’ossa” richiama l’immagine appena lasciata della reliquia. Già osservavo come la guerra logori tanto il corpo quanto lo spirito dei soldati e del resto “guerra di logoramento” è la definizione che più spesso incontriamo in merito alla Prima guerra mondiale. Logoramento come consunzione: corpi ridotti a pelle e ossa da stenti, malattie, ferite, stress. Eppure, nonostante la fragilità di questo corpo macilento, il ventottenne poeta si risolleva, insospettabilmente agile e rinvigorito, dalle fresche acque del fiume e se ne va.

Non va sottovalutata la forza e la maestosità di questo verso: da esso scaturisce tutta l’energia e la volontà di chi è padrone di se stesso, almeno per un po’. Il soldato non ha questa facoltà, il suo corpo appartiene alla Patria, che ne dispone totalmente, la sua dedizione è e deve essere volta alla causa, costi quel che costi; questo è quanto si pretende da lui. Il cappellano del reggimento di Ungaretti, il 19°, scriveva: “Poveri soldati che stanno in prima linea sotto tutti i tormenti – della natura e degli uomini! Che inumanità! E in Italia, nelle grandi città, si ride, si balla, si va a teatro, si sguazza nella vita comoda e reclamano con impertinenze avanzate, vittorie, rivincite: cose dall’altro mondo!” Però è questo che ci si aspetta dai soldati. L’esercito austro-ungarico è trincerato su postazioni difensive, agli italiani spetta l’onere dell’iniziativa, la necessità di esporsi con folli cariche grazie alle quali, al prezzo di migliaia di vite umane, si guadagnano poche decine di metri.
Ma Ungaretti quella mattina ha deciso di andarsene, può farlo! Ovviamente non sta disertando, questo pensiero nemmeno lo sfiora: molto più banalmente, e umanamente, si gode quel momento di sospensione, durante il quale sente che può ancora essere padrone di sé.

E se ne va come un “acrobata sull’acqua”. In questo verso Ungaretti riprende il parallelismo fra la sua condizione e quella degli artisti del circo, è un verso di grande bellezza ed eleganza che ben si addice alla grazia con cui si muove un acrobata. Questo intimo legame col mondo circense (o simili) era già stato colto da Aldo Palazzeschi nella toccante poesia Chi sono? In quei versi del 1909 Palazzeschi aveva fatto della precarietà e dell’incertezza l’essenza dell’esperienza di uomo e di artista.
In anni dominati dalla forza, dalla tracotanza, dall’energia, dalla velocità, dall’eroismo temerario, dalla distorta rielaborazione del mito del superuomo, Palazzeschi rivendicava lo spazio delle sue incertezze, i suoi dubbi e la sua fragilità esistenziale. Quasi paradossalmente, dopo l’ultima iterazione della domanda “Chi sono?”, la risposta che trova è: “Il saltimbanco dell’anima mia”. Ancora il circo, l’artista di strada… Diversi interpreti aggiungono a questa conclusione una nota di scanzonata indifferenza, forse solo una posizione difensiva del poeta di fronte alle angosce e al dolore esistenziale: io credo che ci sia di più, soprattutto nell’ottica di un mettersi io gioco per fuggire, più che esorcizzare, da un modo nel quale non ci riconosciamo più.

Come già scritto, l’elemento tangibile e contingente deriva probabilmente dalla difficoltà di uscire dal greto del fiume, saltellando fra sassi scivolosi; indagandone l’aspetto simbolico, certamente non si può fare a meno di notare la precarietà dell’equilibrio di quel movimento, e la sua valenza è già stata osservata.

“Mi sono accoccolato”. Gesto quasi infantile, comunque di chi chiede affetto, attenzione, calore; ma anche di chi vuole (o vorrebbe) tirarsi in disparte, rannicchiato. Accanto a lui ci sono i suoi “panni”; non sono abiti, nemmeno la divisa, sono semplicemente panni, informi, logori e “sudici”. Ma è una sporcizia che non può essere lavata: sono “sudici di guerra”. Questi panni gli stanno lì vicino ed è ovviamente una vicinanza non solo materiale ma soprattutto simbolica: una separazione fra lui e l’esperienza della guerra non sarà mai possibile, i suoi panni di soldato gli staranno sempre vicino, se non addosso, a ricordargli quel dolore indicibile.
“E come un beduino mi sono chinato a ricevere il sole”. Epica conclusione per questa quinta strofa che rievoca con una fulminea immagine analogica, attraverso il beduino, la grandiosità del deserto, della sua luce, dei suoi spazi. La fanciullezza vissuta ai margini del deserto egiziano, dove il padre lavorava allo scavo del canale di Suez, irrompe con forza incontenibile. Ungaretti non può fare a meno di queste dimensioni, e soprattutto della luce potente del sole, anche abbacinante, nel quale immergersi dopo la cristallina acqua dell’Isonzo come in un secondo bagno.
Rimane anche la medesima dimensione sacrale già evidenziata nella teca per reliquie del fiume; qua, infatti, il poeta si china per ricevere il sole, così come ci si inchina per ricevere una benedizione. Ricordiamo che la poesia esordisce in un paesaggio notturno, e nelle tenebre, tragicamente, si chiuderà. La luce travolgente è quindi un elemento di ricarica insostituibile: luce come pienezza, come presenza forte, in antitesi al buio in cui tutto si annulla.

2 pensieri riguardo “I fiumi di Giuseppe Ungaretti. Qualche appunto sulle strofe 4 e 5

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