Alla fine del 2014 uscì nelle sale cinematografiche il nuovo film di Christopher Nolan, Interstellar. Perdonandogli qualche incertezza nella sceneggiatura, o quantomeno alcuni passaggi troppo frettolosi (nonostante la durata della pellicola sia piuttosto generosa) è stato ben accolto dal pubblico mentre assai più severo si è dimostrato il giudizio della comunità scientifica. A dire il vero mi sono sempre parsi accanimenti ingiustificati, giacché gli spunti di riflessione sollevati dalla pellicola e gli obiettivi erano ben altri che quelli di un docufilm. Ad ogni modo, niente di tutto ciò riguarda questo articolo poiché qui vorrei esprimere qualche commento sulla colonna sonora, a firma di Hans Zimmer. L’artista non ha certo bisogno di presentazioni, autore di centinaia di colonne sonore, perché abbiate un’idea mi basterà ricordare le incredibili musiche di (citandole così come mi vengono) La sottile linea rossa, Allarme rosso, Beyond Rangoon, L’ultimo samurai, Pirati dei Caraibi, Il re leone (Premio Oscar e Golden Globe) o Spirit. Cavallo selvaggio, nella versione originale per la voce di Brian Adams; oppure la trilogia di Batman, sempre di Nolan e, sopra ogni altro, Il Gladiatore (Golden Globe).

Be’, la colonna sonora di Interstellar ovviamente l’adesione alle necessità della storia è perfetta e si modella come seta su ambientazioni, enfatizza i pieni, circoscrive vuoti, imprime accelerazioni e rallentamenti, si affianca in tutto ad ogni movimento della trama.
È un ricamo nel quale languore, malinconia, passione, dolore, eroismo, potenza, vittoria e sconfitta sono cesellati dalla sapiente orchestrazione di tre temi portanti, linee melodiche che possono accavallarsi, intrecciarsi e alternarsi come se l’una scaturisse dall’altra, incessantemente. Ci torneremo.

La scelta delle risorse sonore è innovativa nelle modalità ma al tempo stesso attinge dal più classico dei repertori e sopra tutti gli strumenti a disposizione domina l’organo. Esatto: il principe degli strumenti torna a riempire gli spazi siderali come ai tempi di 2001. Odissea nello Spazio, quanto Kubrick volle per l’alba del Mondo i monumentali accordi di Così parlò Zarathustra, di Richard Strauss. Ma adesso l’organo non è “soltanto” parte dell’orchestrazione, giunge piuttosto a raddoppiare con incredibile potenza il pieno orchestrale del finale dei brani Stay e Detach, oppure a sciogliere fluttuanti melodie e ritmi che paiono continuamente essere sul punto di smarrirsi nell’oscurità. Perché è così: i suoi dirompenti ripieni, il filo dei suoi flauti, il sostegno dei profondissimi bassi non riempiono gli spazi vuoti di una cattedrale ma dell’universo stesso, alzando lo sguardo non vediamo volte a crociera sopra di noi ma il firmamento; la solenne capacità evocativa dello strumento e la sapiente registrazione timbrica arrivano dritte allo scopo: aprirci a spazi infiniti. È una musica dall’andamento nobile ed elegante, con pochi momenti concitati; è la lentezza dell’Universo, dei suoi spazi apparentemente immutabili e proprio a partire da questa presunzione si innesca (nella trama) la crisi che sta portando il genere umano all’estinzione.

Questa colonna sonora ci ha regalato saggi di assoluta genialità, come il brano Mountains. Uno dei temi cardinali del film è la diversa percezione del tempo nei vari osservatori. Chi rimane sulla Terra percepisce uno scorrere dei mesi e degli anni molto più veloce rispetto all’equipaggio dell’astronave Endurance che si trova a stazionare nei presi di un enorme buco nero e ne subisce le interferenze spazio-temporali. A loro volta, i membri dell’equipaggio devono separarsi e sottostare a questa terribile legge: i tre che scendono sulla superficie del vicino “pianeta di Miller” subiscono una notevole dilatazione temporale rispetto al quarto compagno che rimane in orbita; un incidente occorso sul pianeta, ritarda di un’ora appena il rientro in orbita ma quando questo avverrà a bordo saranno trascorsi ben ventitré anni. La musica di questa sequenza narrativa inizia con un cadenzatissimo battito di metronomo sotto il sessantesimo di secondo (per l’esattezza un beat ogni 1,25 secondi), sul quale a poco a poco la musica cresce e si stratifica di nuove voci su un tema che, a dire il vero, riecheggia quanto già ascoltato ne L’ultimo samurai; il metronomo comincia ad accelerare progressivamente fino a raggiungere un sessantesimo in corrispondenza perfetta col primo dei grandiosi cori che sottolineano la seconda parte del brano. Anni fa, un appassionato ascoltatore scrisse un articolo di approfondimento su questa straordinaria traccia: misurando la cadenza delle pulsazioni del metronomo, scoprì che esse corrispondono al numero di giorni trascorsi sulla terra nel tempo in cui si svolge la scena, naturalmente (un tocco di raffinatezza in più) con la scala del tempo dilatata dall’azione del buco nero.

Ma indubbiamente gli spunti migliori arrivano dal tema principale, costruito secondo una geometria perfetta e presentato nel brano Day One. Le tre linee melodiche sono indissolubili nella loro reciproca corrispondenza. È un tema solitario, capace di enfatizzare l’isolamento di ognuno di noi all’interno di spazi che non riusciamo ad attraversare; è malinconico nella sua incessante e quasi ossessiva ripetitività, nascondendo in realtà minime ma costanti variazioni.

Indimenticabile il superbo Stay, il brano che sa di casa, di intimità, di condivisione familiare, di buoni e pacati sentimenti che vengono piegati al volere e soprattutto alle necessità di molti. La Terra ha bisogno di aiuto e il protagonista è costretto a partire per una missione pazzesca: attraversare lo spazio e il tempo alla ricerca di un nuovo mondo, ma per farlo deve lasciare la famiglia e l’adorata e brillante figlia Murph. L’esplosivo fortissimo del minuto 5:35, anche in questo caso guidato dal poderoso organo e poi dall’orchestra sulla quale incombono gli ottoni, in particolare tromboni e corni (due gruppi di strumenti ai quali Zimmer spesso ricorre) con il loro disegno discendente, è il momento del definitivo distacco fra lui e lei, un distacco legato solo da una promessa lanciata nel vuoto da un padre a una figlia in lacrime. Lo stesso tema lo ritroviamo nel già citato Detach (minuto 3:50 della traccia), al momento in cui la navetta del protagonista si separa dal modulo principale per precipitare, senza presumibilmente ritorno, verso Gargantua (lo spettrale eppure affascinante buco nero), brano che si conclude, a partire dal minuto 5:00 con una vera e propria pagina sinfonica, che lo distingue e personalizza, dando un ulteriore significato alla narrazione musicale del film: conclusione del resto meravigliosa con potenti appoggiature d’orchestra, organo e pianoforte. Risalendo a ritroso la pellicola comprendiamo quindi che il tema che connota il finale di Stay e la sua riproposizione in Detach è il tema della speranza, dell’incomprensibile miracolo, comprendiamo che quel “distacco” è solo temporaneo.

Per concludere, qualche parola su Where We’re going. Al di là dell’ovvia provocazione filosofica ed esistenziale, l’ultima traccia dell’album è una vera suite riepilogativa. I temi principali vengono messi a confronto, cedendo il passo l’uno al successivo, con minime ma significative variazioni tonali; aiutano la comprensione della loro logica e la naturale evoluzione dell’intera colonna sonora. Il finale va verso un progressivo crescendo fatto di armonie aperte e di grandi sonorità, sostenute dall’ondeggiante trina dei ripieni e dei bassi dell’organo, fino al suo culminare, troncato di netto, con uno stacco reciso. Ciò che rimane è una vibrazione, un’eco lontana, come un’onda che si va affievolendo a poco a poco ma che ci ha già spalancato le porte dell’Infinito.

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