Analizzare di getto il rapporto fra Giovanni Pascoli e il mondo dei defunti sarebbe veramente complicato, con troppe deviazioni e complicazioni; tuttavia è un argomento dal quale non possiamo prendere le distanze se vogliamo analizzare la poesia La tessitrice, inestimabile opera del poeta romagnolo.


Il componimento fa parte dei Canti di Castelvecchio e in particolare della raccolta Il ritorno a San Mauro, San Mauro di Romagna, terra natale di Pascoli. Il poeta ci racconta strofa dopo strofa lo svolgersi un vero e proprio incontro medianico con il fantasma di una ragazza defunta. Spesso leggiamo che l’idea sia nata da una fantasia dell’autore, quasi da una proiezione del suo amore e dei suoi ricordi su un piano percettibile. In realtà, Pascoli aveva un rapporto assai disturbato con l’aldilà, sempre pericolosamente in bilico tra presenze spettrali mostruose e consolatorie; basti pensare a poesie come Il lampo oppure, ancora di più, La voce, poesie nelle quali si osserva come dal mondo dei morti apparizioni e percezioni irrompano senza preavviso come una scossa elettrica nella vita del poeta, rinnovando il dolore per le perdite di un passato che non passa mai. Per questo motivo non mi faccio scrupoli a immaginare questa visione quasi come una vera e propria seduta spiritica.

Il luogo della poesia è noto solo ai protagonisti; i tempi e i modi sono rivissuti in diretta, e dunque il tempo della narrazione è al presente.

La prima strofa si apre con una brevissima sequenza narrativa, sufficiente a descrivere Pascoli che torna a sedersi “sulla panchetta” di un ben noto telaio, come ci suggerisce il titolo, e in perfetta contemporaneità d’eventi, in quell’identico momento anche lei prende forma e “vita” in un gesto semplice e noto: stringersi di lato per fargli posto, come tante volte, è facile immaginarlo, era accaduto in passato. Tutto è ancora sospeso in un momento senza tempo e silenzioso, lei sorride di un sorriso “tutto pietà”, un sorriso dunque amaro e carico d’angoscia davanti al quale Pascoli non può più trattenere le emozioni ed erompe esclamando tra le lacrime “Come ho potuto, \ dolce mio bene partir da te?”

A questo punto Pascoli poeta dispiega una soluzione narrativa d’eccezionale inventiva: ad ogni sua frase lei risponde con parole simili, appena variate, quasi un’eco di se stesso. L’effetto è destabilizzante. Se immaginiamo tuttavia il contesto, Pascoli è solo in una stanza vuota con il solo telaio, è evidente che fra quelle quattro mura l’eco gli faccia l’occhiolino e tiri qualche brutto scherzo forzandogli l’immaginazione. E quindi le sue parole che ritornano diventano le parole di lei, che gli domandano spiegazioni, che sembrano rimproverarlo per la sua ingiustificata assenza e il suo silenzio negli anni trascorsi. 

Lei intanto, con rassegnata ossessione, prosegue il suo lavoro; eppure il telaio, di per sé rumoroso, scorre invece nel più completo silenzio. La spiegazione è quasi ovvia: tutto è nella mente o se preferiamo nel cuore di Pascoli, non accade realmente. Solo la voce in qualche modo sembra raggiungerlo, attraverso la propria coscienza, ma tutto il resto è muto, tutto il resto è morto. Questo dettaglio sembra risvegliare il poeta e attrarre la sua attenzione: perché cassa, pettine, spola non suonano più?

A questo punto avviene l’inimmaginabile: rendersi conto di questo scostamento anziché risvegliarlo e ricondurlo alla realtà lo fa sprofondare ancora di più nel delirio e nella fantasia: il contatto con il mondo è morti è ormai stabile e lo dimostra il fatto che la Tessitrice prende la parola non più come eco riflessa ma piuttosto come vero spirito, o fantasma, che comunica una scioccante verità, sebbene lo faccia con tutta la delicatezza possibile. 

[...] Mio dolce amore, 
non t’hanno detto? non lo sai tu?
Io non son viva che nel tuo cuore

In realtà queste parole sembrano insufficienti a scuotere il poeta da questa sorta di trance e allora arriva come una mannaia l’ultima strofa. In essa non soltanto la durissima verità viene palesata in tutto la sua affilata brutalità ma saranno rivelati ulteriori intimi segreti fino ad allora tenuti nascosti che esplodono nel cuore come una pioggia di schegge di vetro. Leggiamola:

Morta! Sì, morta! Se tesso, tesso 
per te soltanto; come, non so:
in questa tela, sotto il cipresso,
accanto alfine ti dormirò

L’ineluttabile verità è quindi interamente rivelata, senza sconti. Lei è morta. Ma andiamo avanti: “Se tesso, tesso per te soltanto”. Il significato è ambivalente. Potrebbe significare che tale apparizione è solo per lui, lei si è manifestata solo a lui; questa interpretazione è evidente, quasi logica ma largamente incompleta, alla luce di quanto dirà dopo. Ciò che tessevano le giovani ragazze innamorate era il corredo che avrebbero portato in dote ai loro futuri mariti, in particolare per il letto nuziale. Tuttavia il suo corredo sponsale è diventato un sudario ma almeno sa che, nella morte, potrà finalmente (alfine) dormirgli accanto.

C’è una tristezza mortale, e mi si perdoni la scelta di parole, in questa poesia; un crogiuolo di mancanze, rimorsi, amori non corrisposti e un’instancabile passione che nemmeno la morte ha saputo recidere. Eppure tutto rimane irrisolto e incompiuto, tanta sofferenza ma infine niente è cambiato e niente ne esce se non un dolore ancora più acuto e penetrante. Amore, dolore, vita e morte sono indissolubilmente legati eppure tragicamente lontani, di una distanza incolmabile.

Potremmo proseguire in tante direzioni ma uno snodo fondamentale credo sia il Carme 85 di Catullo, il celeberrimo distico Odi et amo, non tanto per il dilemma dell’incipit ma piuttosto per quanto segue. Leggiamo questo capolavoro:

Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior
Odio e amo. Mi chiedi forse come io faccia.
Non lo so, ma sento che è così, e mi tormento

“come, non so”…

LA TESSITRICE
Mi son seduto su la panchetta
come una volta… quanti anni fa?
Ella, come una volta, s'è stretta
su la panchetta.

E non il suono d'una parola;
solo un sorriso tutta pietà.
La bianca mano lascia la spola.

Piango, e le dico: Come ho potuto,
dolce mio bene, partir da te?
Piange, e mi dice d'un cenno muto:
Come hai potuto?

Con un sospiro quindi la cassa
tira del muto pettine a sé.
Muta la spola passa e ripassa.

Piango, e le chiedo: Perché non suona
dunque l'arguto pettine più?
Ella mi fissa timida e buona:
Perché non suona?

E piange, e piange – Mio dolce amore
non t'hanno detto? Non lo sai tu?
Io non son viva che nel tuo cuore.

Morta! Sì, morta! Se tesso, tesso
per te soltanto; come, non so;
in questa tela, sotto il cipresso,
accanto alfine ti dormirò.

Un pensiero riguardo “La tessitrice, di Giovanni Pascoli

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