Come ho già avuto modo di scrivere, il rapporto tra Pascoli e il mondo dei defunti fu estremamente complesso e spesso disturbante, capace di intrecciarsi con la vita del poeta talvolta soavemente e in altre occasioni irrompere con furia devastante e spettri d’ogni tipo tornano in più occasioni a tormentare il poeta. In un precedente articolo ho già presentato, incrociando questo stesso argomento, la poesia La tessitrice, nella quale Pascoli descrive l’esperienza trascorsa con la presenza spettrale di una ragazza defunta, amata tanti anni addietro. Ma, come ho scritto nell’altro articolo, quella poesia si mantiene in precario equilibrio fra ‘realtà’ e immaginazione per cui non è mai chiaro il confine che separa Pascoli da questa presenza. La poesia La voce è una ben più forte testimonianza che ci può aiutare a comprendere il rapporto controverso che egli aveva con i morti.

“C’è una voce nella mia vita”

Il lungo componimento pubblicato nella raccolta Canti di Castelvecchio, strofa dopo strofa, ripercorre episodi miliari della vita del poeta; molti sono tragici, comunque drammatici, altri di quella dolcezza malinconica che solo Pascoli è capace di esprimere. In quei momenti assieme a lui c’è una presenza costante: una voce che lui sente, o meglio che ‘avverte’, ovvero percepisce; è stanca, smarrita, anelante che pare volersi aggrappare e radicare dentro di lui per riuscire ad ogni costo a comunicare. Vorrebbe dire, vorrebbe parlare ma ha la bocca piena di terra e soffoca. Quell’ultimo alito infine, dice Pascoli non è “che un soffio…  Zvanî…”

L’immagine è terrificante: è chiaro che si tratta di una voce che proviene dall’aldilà, come vedremo parrebbe una voce giunta a consolarlo nelle pieghe più buie della sua vita, ma l’immagine che si schianta addosso al lettore è quella di un cadavere che cerca di parlare e nel momento in cui lo fa la terra della tomba gli cade nella bocca fino a riempirla.
Mi torna in mente il tremendo rituale che era già in uso in epoca romana per scongiurare il risveglio e il ritorno dei morti: i corpi potevano essere inchiodati con lunghi chiodi da carpenteria alla bara e alla terra, potevano essere amputati dei piedi oppure, soluzione ancora più scioccante, nella loro bocca poteva essere ficcato a forza un grosso sasso per evitare che divorassero il sudario, ovvero quel tenue velo che li relegava al regno dei morti e li teneva separati dal regno dei vivi. La bocca quindi era comunque intesa come canale di comunicazione dall’aldilà al nostro mondo. Al tempo di Pascoli l’archeologia non aveva ancora fatto luce su queste scoperte e anche dopo le prime, avvenute non molto tempo dopo a dire il vero, gli studiosi per molti decenni non riuscirono a darne una spiegazione.
Che sia argomento credibile oppure no, molte esperienze medianiche riportano il contatto con gli spiriti dei defunti sotto forma di soffio, più spesso un soffio gelido, voci confuse col vento… insomma, ognuno avrà visto film o letto romanzi gotici sull’argomento.

Ma la voce che Pascoli “avverte” cosa sussurra? Be’, il poeta qui ci regala una meraviglia di virtuosismo e conclude ogni strofa facendosi da parte per lasciare spazio alla voce stessa e ci racconta che in quei momenti cruciali, qualunque cosa fosse, un istante dopo Zvanî… La forma ortografica non deve confondere poiché la pronuncia non è altro che “svanì”, il passato remoto del verbo svanire. In altre parole questa voce, dice Pascoli, era talmente flebile e allo stremo che nel momento stesso di percepirla era già svanita. Ora, in dialetto romagnolo Zvanî altro non è che il diminutivo di Giovannino, quindi nei momenti cruciali della sua vita Pascoli ha percepito il suo nomignolo sussurrato, e poi svanire.

Proseguendo la lettura comprendiamo da indizi sempre più espliciti che tale presenza costante e fondamentale, dolcissima e premurosa è la madre e le tappe della vita che Pascoli narra, ricordano la povertà e le ristrettezze in cui si trovò la famiglia dopo la morte del padre, le tenebre che avevano circondato il poeta fino all’orlo del suicidio gettandosi nelle acque del Reno, e poi il carcere dopo l’arresto nel 1879 per aver partecipato ai moti di protesta, il ricordo domestico delle preghiere serali, dei baci e dei caldi abbracci familiari.

Tutto questo alternato al tragico ritornello che apre le strofe 3 e 5 “Oh! La terra com’è cattiva!” Ancora una volta Pascoli compone la sua poesia sfruttando un doppio binario interpretativo. La terra è cattiva perché impedisce alla voce di parlare, riempiendone la bocca e quindi vorrebbe impedire che questo contatto possa stabilirsi e che di nuovo intervenga con la sua opera di soccorso. Ma questo avviene perché la Terra stessa è cattiva, con la “T” maiuscola, ovvero il mondo intero e l’uomo: in questi stessi termini si esprimeva concludendo la celebre poesia X agosto:

E tu, Cielo, dall'alto dei mondi
sereni, infinito, immortale,
oh! d'un pianto di stelle lo inondi
quest'atomo opaco del Male!

Ecco la celeberrima immagine dell’atomo opaco del Male: come se tutta l’essenza, tutta la materia fosse condensata in un atomo così carico di male da assorbire ogni luce e ogni speranza. Il mondo quindi è un luogo dove regna il Male e Pascoli si chiuderà, sempre più arroccato, nel nido familiare nel tentativo di preservarlo, invocando perfino la nebbia, nell’omonima poesia, perché lo renda invisibile a tutto ciò che è al di là del muro dell’orto, in un progressivo processo di esclusione. L’orizzonte di Pascoli, contrariamente a quello leopardiano, è quindi sempre più chiuso e circoscritto, per non soffrire più, per non confrontarsi più con la condizione inevitabile di continua e impari lotta contro il Male.

Tornando al tema iniziale: come anche nella Tessitrice esiste dunque un doppio rapporto sentimentale fra il poeta e i suoi defunti: da un lato lui e loro cercano un reciproco incontro che rechi conforto per l’uno e il mantenimento di un cordone ombelicale per gli altri affinché resti saldo e indissolubile il legame familiare. Ma è altrettanto evidente che un tale rapporto fra vivi e morti non può mai essere naturale: al contrario subentra una dimensione spettrale che spesso si tinge di colori foschi, orrifici e inquietanti che in quest’opera divengono perfino ripugnanti al punto che chiunque legga La voce difficilmente arriverà alla fine senza provare un brivido sulla pelle, o evitare di immaginare un alito dietro l’orecchio che sussurra parole evanescenti.

Nell’ultima strofa, risolutiva, non solo la bocca ma anche gli occhi della voce sono “pieni di terra” anzi, pieni di pianto allora e pieni di terra adesso. Pascoli ha composto diverse poesie nelle quali l’occhio e lo sguardo hanno un simbolismo importante. Nella poesia X agosto tanto la rondine quanto l’uomo guardano a un cielo distante, il loro sguardo è sbarrato nella fissità nella morte che è sopraggiunta, improvvisa e violenta; l’immagine è rimasta profondamente impressa nel poeta, al punto da erompere, squassante, nella visione di un occhio largo, esterrefatto” che “s’aprì si chiuse, nella notte nera”, traslazione simbolica della subitanea apparizione di una casa “bianca bianca” illuminata dal lampo in una notte di tempesta (Il lampo).

Con queste ultime immagini, dal profondo della terra e della tomba la voce sembra risalire e lasciare la sua ultima e più importante eredità: l’esortazione a vivere cercando di “essere buono”.


LA VOCE
C'è una voce nella mia vita,
che avverto nel punto che muore;
voce stanca, voce smarrita,
col tremito del batticuore:
voce d'una accorsa anelante,
che al povero petto s'afferra
per dir tante cose e poi tante,
ma piena ha la bocca di terra:
tante tante cose che vuole
ch'io sappia, ricordi, sì... sì...
ma di tante tante parole
non sento che un soffio... Zvanî...

Quando avevo tanto bisogno
di pane e di compassione,
che mangiavo solo nel sogno,
svegliandomi al primo boccone;
una notte, su la spalletta
del Reno, coperta di neve,
dritto e solo (passava in fretta
l'acqua brontolando, Si beve?);
dritto e solo, con un gran pianto
d'avere a finire così,
mi sentii d'un tratto daccanto
quel soffio di voce... Zvanî...

Oh! la terra, com'è cattiva!
la terra, che amari bocconi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
- No... no... Di' le devozioni!
Le dicevi con me pian piano,
con sempre la voce più bassa:
la tua mano nella mia mano:
ridille! vedrai che ti passa.
Non far piangere piangere piangere
(ancora!) chi tanto soffrì!
il tuo pane, prega il tuo angelo
che te lo porti... Zvanî... -

Una notte dalle lunghe ore
(nel carcere!), che all'improvviso
dissi - Avresti molto dolore,
tu, se non t'avessero ucciso,
ora, o babbo! - che il mio pensiero,
dal carcere, con un lamento,
vide il babbo nel cimitero,
le pie sorelline in convento:
e che agli uomini, la mia vita,
volevo lasciargliela lì...
risentii la voce smarrita
che disse in un soffio... Zvanî...

Oh! la terra come è cattiva!
non lascia discorrere, poi!
Ma voleva dirmi, io capiva:
- Piuttosto di' un requie per noi!
Non possiamo nel camposanto
più prendere sonno un minuto,
ché sentiamo struggersi in pianto
le bimbe che l'hanno saputo!
Oh! la vita mia che ti diedi
per loro, lasciarla vuoi qui?
qui, mio figlio? dove non vedi
chi uccise tuo padre... Zvanî?... -

Quante volte sei rivenuta
nei cupi abbandoni del cuore,
voce stanca, voce perduta,
col tremito del batticuore:
voce d'una accorsa anelante
che ai poveri labbri si tocca
per dir tante cose e poi tante;
ma piena di terra ha la bocca:
la tua bocca! con i tuoi baci,
già tanto accorati a quei dì!
a quei dì beati e fugaci
che aveva i tuoi baci... Zvanî!...

che m'addormentavano gravi
campane col placido canto,
e sul capo biondo che amavi,
sentivo un tepore di pianto!
che ti lessi negli occhi, ch'erano
pieni di pianto, che sono
pieni di terra, la preghiera
di vivere e d'essere buono!
Ed allora, quasi un comando,
no, quasi un compianto, t'uscì
la parola che a quando a quando
mi dici anche adesso... Zvanî...

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