In questo articolo vorrei proporre una lettura differente, e in un certo qual modo provocatoria, dalle già molte che hanno interessato questa celebre novella, la quinta della quarta giornata del Decameron di Giovanni Boccaccio. Questo esperimento, nato quasi per gioco e per soddisfare una pura curiosità, ha condotto a conclusioni sorprendenti e, con le dovute precauzioni, perfino plausibili o quantomeno possibili. Lo scopo era verificare se, a partire dagli indizi reperibili nella novella, fosse stato possibile tracciare non tanto un profilo psicologico di Lisabetta, sentiero ben tracciato e battuto, ma piuttosto uno psicopatologico ed eventualmente risalire al disturbo di cui la giovane poteva essere affetta.

Ringrazio tutti gli amici con i quali ho scambiato opinioni su questo argomento e soprattutto chi ha saputo darmi le giuste dritte cliniche.

Riepilogo dei fatti 

A Messina vive una famiglia di agiati mercanti di origine sangimignanese, tre fratelli e una sorella orfani del padre, della madre non si fa menzione; lei sarebbe in età da marito ma i fratelli, suoi tutori, non hanno ancora combinato il matrimonio. Nella novella compare un quinto e sfortunato protagonista, vera e propria quinta colonna, che viene a destabilizzare l’equilibrio già precario dei rapporti: è Lorenzo, un bel giovane pisano che svolge fidatamente nell’azienda dei fratelli funzioni di ogni genere. Lisabetta inizia a osservarlo con interesse e ben presto si accorge di essere corrisposta giacché Lorenzo, che evidentemente doveva riscuotere una notevole attenzione nelle ragazze che lo conoscevano, “lasciati suoi altri innamoramenti di fuori, incominciò a porre l’animo a lei”. La relazione ben presto trova soddisfazione in ripetuti incontri clandestini ma durante una delle fughe notturne dalla sua camera Lisabetta per sua sventura viene scoperta da uno dei fratelli il quale spia il rapporto amoroso e poi segretamente si ritira in camera propria meditando sul da farsi. Informati dei fatti, il mattino seguente i fratelli chiamano Lorenzo e motteggiando allegramente lo conducono fuori città, come se avessero tutti da sbrigare una commissione, ma quando si trovano in un luogo appartato i tre colpiscono a tradimento il garzone, lo uccidono e ne seppelliscono il corpo. Tornati in città, per camuffare la sua assenza lasciano trapelare la voce che sia partito per una commissione, e tutti ci credono. Lisabetta tuttavia è inquieta per questa assenza e dopo poco tempo inizia a chiedere informazioni ai fratelli, ricevendone solo una minacciosa risposta. Ma la ragazza non si dà pace e piange continuamente per l’assenza di Lorenzo e lo invoca in ogni momento della sua giornata. Una notte si addormenta e in sogno le appare l’amato che inizia a parlare: dopo un insolito e fuorviante rimprovero perché lei in cuor suo lo accusava di essersi allontanato volontariamente, rivela la verità dei fatti ovvero di essere stato assassinato e mostra alla ragazza il luogo della sua frettolosa sepoltura. Il mattino seguente Lisabetta va con una fidata ancella e riconosce il luogo a causa della terra smossa; scavando trova il corpo ancora intatto di Lorenzo e con un coltello gli spicca la testa dal corpo e la porta a casa, nasconde la macabra reliquia in un vaso, la copre di terra e sopra vi pianta il basilico. Da questo momento inizia l’inarrestabile caduta di Lisabetta: continuamente piange sul vaso, il cui basilico per le lacrime di lei e per il nutrimento che viene da sotto cresce bellissimo e odorifero. Ma quanto più il basilico cresce tanto più lei si consuma. Saranno i vicini a far notare ai fratelli il deperimento della ragazza e loro, convinti di agire per il meglio, le sottraggono il vaso. Lei ancora più disperata chiede con insistenza di quel vaso e allora i tre, incuriositi, lo svuotano per trovarvi all’interno la testa corrotta che dalla capigliatura riconoscono inequivocabilmente essere quella di Lorenzo. A questo punto, rendendosi conto che il loro criminoso progetto è stato scoperto, tornano a seppellire la testa e poi, senza troppo clamore, abbandonano Messina trasferendo i loro interessi a Napoli. Lisabetta, continuando a chiedere del suo vaso e ininterrottamente piangendo di lì a poco muore.
Questi i fatti, così come Boccaccio ha voluto tramandarli. Proviamo ad analizzarli.
Sono stati seguiti diversi approcci per interpretare questa novella, la cui intensità patetica, la macabra evoluzione e il tragico epilogo non sono certo sfuggiti agli esegeti e i risultati sono sempre stati di estremo interesse.

Il contesto familiare

Lisabetta vive con tre fratelli, non si fa menzione dei genitori, e dunque deve, secondo la consuetudine, anzi la legge del tempo, sottostare alle decisioni che per lei prenderanno i suoi tre fratelli. Costoro, quantunque la ragazza fosse giovane, bella e ben educata, “che che se ne fosse cagione, ancora maritata non aveano”. Boccaccio tira dritto sulle motivazioni del procrastinato matrimonio della bella Lisabetta ma è evidente che ella è, agli occhi dei fratelli, forse niente più che un buon affare e, volendo affondare di più il coltello, una buona merce da cui trarre il maggior vantaggio; riga dopo riga, emergerà con forza il distratto rapporto dei fratelli nei confronti della sofferenza della sorella, quasi un ripetuto fastidio, e soprattutto la loro grossolana reazione nei confronti delle sue necessità. Sappiamo bene come i personaggi che Boccaccio mette in scena in altri contesti saranno ben disposti a mettere a tacere ogni potenziale motivo di imbarazzo e disonore quando se ne possa trarre infine un profitto maggiore (fra tutte, a titolo di esempio, la novella di Caterina e l’usignolo, Decameron, 4, V).

La ragazza vive in una condizione di assoluta sottomissione ai fratelli, una costrizione che emerge con forza nella totale assenza narrativa di ogni discorso diretto riferibile a lei, in altre parole non sentiamo mai la sua voce direttamente ma piuttosto la durissima e repressiva risposta dei fratelli quando lei, con troppa insistenza, chiederà giustificazioni che spieghino la prolungata assenza di Lorenzo. Eppure Lisabetta ha un atto di ribellione sostenuto dalla forza dell’amore: la relazione clandestina col tuttofare Lorenzo sfida le regole ed espone lei e la famiglia a una inammissibile onta se il fatto fosse scoperto. Il che puntualmente accade: uno dei fratelli segue i movimenti notturni di Lisabetta fino alla camera di Lorenzo. Come il padre di Caterina nella citata novella, anziché irrompere e scatenare una sceneggiata, osserva in silenzio e poi si ritira. Il consiglio tenuto coi fratelli sentenzia la condanna a morte per Lorenzo, reputato inadeguato nel ruolo di buon partito per Lisabetta, anzi sarebbe una vera “infamia” quella che ne sarebbe seguita se la tresca fosse divenuta di pubblico dominio. Il povero garzone allora viene adescato fuori città e assassinato. Occultato il cadavere, la diabolica premeditazione si conclude col diffondere la voce che Lorenzo è partito per una commissione aziendale, scenario ben plausibile poiché già accaduto più volte in passato.

L’eccezionalità dell’evento viene invece percepita, più che notata, proprio da Lisabetta la quale, violando i confini imposti dal suo ruolo nella famiglia, chiede con insistenza il motivo della lontananza dell’amato. La risposta che riceve è brutale e minacciosa, e mette a nudo la reale consistenza dei rapporti: “Che hai tu a far di Lorenzo, che tu ne domandi sì spesso? Se tu ne domanderai più, noi ti faremo quella risposta che ti si conviene”. Frase oscura ma nemmeno troppo e inquietante che riduce al silenzio Lisabetta e ristabilisce i rapporti di forza nella casa.

Lei in realtà non si rassegna e si reca sul luogo dell’omicidio, dissotterra il cadavere del povero Lorenzo e ne asporta un macabro trofeo. Da questo momento gli eventi precipitano rapidamente ma all’insaputa dei fratelli, assenti e ciechi di fronte all’evidente e progressiva malattia di Lisabetta che si consuma davanti il vaso di basilico; saranno piuttosto i vicini tanto temuti a richiamare l’attenzione sulla evidente precarietà della di lei salute. La reazione è nuovamente gretta e rozza: se la fonte dello scandalo è il vaso, l’unica soluzione per loro disponibile è farlo sparire, senza alcuna premura e attenzione nei confronti della evidentissima condizione di malessere della giovane.
A questo punto pare che tutto sia pronto per un nuovo giro di vite e tornare al punto d’inizio: Lisabetta insiste per aver notizie del vaso di basilico come in precedenza aveva fatto per Lorenzo e per quanto lei risulti evidentemente malata i fratelli non hanno altra curiosità che svuotare il vaso. Indubbiamente, rinvenendo la testa mozza e putrefatta ma ancor riconoscibile di Lorenzo, la loro sorpresa dev’esser stata veramente grande e catastrofico il rendersi conto che il misfatto non era più un segreto.
La soluzione è ancora una volta la più semplice ma non per questo la più opportuna: cancellano ogni traccia del crimine e, sistemati gli affari in sospeso in città, celatamente lasciano Messina per riparare a Napoli senza fornire ad alcuno la minima spiegazione.
La conclusione del testo sfuma in un ambiguo scioglimento dal quale non si evince con certezza se la povera Lisabetta seguirà i fratelli a Napoli, come sarebbe logico supporre, oppure se sarà abbandonata nella casa messinese a morire di crepacuore, destinazione finale alla quale non potrà sottrarsi comunque, indipendentemente dalla vecchia o nuova residenza, continuando a piangere alla ricerca del vaso di basilico con la testa di Lorenzo.

Diversi piani di lettura

La novella, come già anticipato, si è prestata a numerosissime interpretazioni nel tentativo di leggere tra le righe di questa tragedia familiare. Certamente un argomento privilegiato è legato al culto delle reliquie, attribuendo quindi all’opera un valore sacrale e quasi martirologico. Secondo la tradizione agiografica l’apparizione del martire che rivela il luogo della propria sepoltura era un passaggio essenziale per il rinvenimento dei resti e da lì iniziava il culto del santo e del luogo. In altri casi casi, come nella novella di Frate Cipolla, Boccaccio si fa beffa della devozione popolare per questo genere di culto, che spesso portava con sé creduloneria e scandali. Anche qua, a ben vedere, l’autore mette in scena una nuova, indiretta derisione del culto dei santi, sottilmente provocatoria e comunque deformata dalla patologica carica emotiva della nostra eroina.

Perché Lorenzo appare a Lisabetta? Cosa potrebbe comunicarle se non un desiderio di vendetta o quantomeno giustizia? Il giovane in realtà appare con finalità completamente diverse: scopriamo che la sua richiesta all’amata è di essere riabilitato poiché chi ne infanga il ricordo non sono i fratelli assassini ma la stessa Lisabetta che senza fondamento l’accusa di essersi volontariamente allontanato per non ritornare, lasciandola sedotta e abbandonata. È certamente vero che la ragazza manifesta una sorta di devozione per il suo amato ma in una modalità del tutto distorta e l’episodio infatti non pare allinearsi per niente con gli exempla della tradizione martirologica. Ma allora, quale potrebbe essere una interpretazione che giustifichi questa voce che torna dall’aldilà? Proviamo a seguire un’altra traccia, indicata con ammiccamenti arguti e avvincenti da Boccaccio stesso.

Ripartiamo dall’inizio, circoscrivendo alcuni dati di fatto desumibili dalla narrazione e che non possono essere messi in discussione. 
Primo: la composizione familiare e i rapporti di forza al suo interno dai quali si desumono l’assoluta collocazione di Lisabetta ai margini e la sua frustrazione per una vita sentimentale del tutto inesistente.
Secondo: il giovane Lorenzo, la cui avvenenza è descritta profusamente, e che, sebbene non ritenuto un buon partito per Lisabetta, era comunque nei pensieri di molte ragazze del luogo, pose animo, cuore e attenzioni solo per Lisabetta.
Iniziamo adesso a costruire uno scenario parallelo a quello narrato, o meglio, uno scenario che scaturisca non dal narratore (Boccaccio, per bocca di Filomena) ma esclusivamente da Lisabetta e della sua percezione della realtà e vediamo cosa potrebbe accadere. La ragazza si innamora di Lorenzo, il ragazzo che lavora nell’azienda dei fratelli e che, di fatto, vive assieme a loro. L’amore è subito passionale e punta dritto, senza troppi preamboli, a un rapporto carnale. È la stessa Lisabetta a far sì che il suo interesse sia manifesto e difatti il giovane, “accortosi e una volta e altra, similmente, lasciati suoi altri innamoramenti di fuori”, ricambia voluttuosamente. Certamente lei sa che il bel Lorenzo è una preda ambita ed è logico immaginare che abbia ritenuto a quel punto di essere rimasta l’unica ad occupare il cuore di lui. E se così non fosse stato? Questo piccolo ma potente tarlo continua a scavare e lei potrebbe non essere riuscita a immaginare Lorenzo realmente e completamente suo, anzi colgo l’occasione per evidenziare quante volte lo definisce “suo”; forse gli incontri notturni non sono così rassicuranti, forse nella mente di lei qualche angolo rimane adombrato dal sospetto che qualcuna delle precedenti relazioni sia continuata. 

La mente di Lisabetta

Arriviamo alla parte più intrigante. La ragazza è indubbiamente sottoposta a un prolungato stress emotivo per le ragioni famigliari ormai note. Fin qui niente di nuovo e niente di più ovvio, anche alla più veloce e distratta delle letture. Ma se ci fosse dell’altro? Se ci fosse una vera patologia, ancora latente all’inizio della vicenda ma pronta a manifestarsi quando il terreno fosse stato pronto? Una forma ancora silente di cui Boccaccio non poteva avere cognizione ma che quando esploderà lo farà con sintomi così manifesti che Boccaccio, badiamo bene non attraverso Lisabetta ma attraverso lo sguardo attento e imparziale dei vicini, non mancherà di evidenziare e circoscrivere, reputandoli ben significativi.

Poniamo l’ipotesi che Lisabetta sia schizofrenica. La schizofrenia è una psicosi cronica i cui sintomi più ricorrenti si manifestano con disturbi del comportamento, della sfera affettiva, fino a esplosioni violente. Progressivamente insorgono altri sintomi come importanti alterazioni nelle percezioni come allucinazioni e deliri, spesso legati a manifestazioni maniacali. Un contesto professionale o familiare di forte stress non possono configurarsi come le cause della malattia ma possono certamente accelerarne la progressione e un evento particolarmente traumatico e destabilizzante nella vita quotidiana può diventare il fattore di innesco e l’occasione di episodi acuti. Allo stato attuale la terapia farmacologica può tenere a bada le manifestazioni più vistose della malattia come gli stati di delirio e allucinazione mentre poco può contro il suo progredire che conduce a una generale riduzione delle capacità cognitive del paziente, delle sue facoltà di organizzare pensieri e discorsi coerenti e di mantenere la cura della propria persona, oppure l’incapacità di gestire la propria emotività eccedendo in pianti e risate incontrollate e inappropriate.

L’apparizione notturna di Lorenzo

Secondo la versione di Lisabetta (che nella nostra finzione abbiamo sostituito a Filomena nel ruolo di narratore interno), i fratelli approfittando della buona fede di Lorenzo lo uccidono a tradimento e ne occultano il cadavere in un luogo segreto fuori città. Il ragazzo dopo un tempo imprecisato appare in sogno all’amata dopo che lei aveva “molto tempo pianto Lorenzo che non tornava, e essendosi infine piangendo addormentata”. L’animo della ragazza è quindi molto inquieto, in preda al dolore inconsolabile e l’apparizione che ne deriva è spaventosa: Lorenzo ha il viso pallido, capelli disfatti, abiti laceri. Come già anticipato, lui la rimprovera per l’accusa di averla abbandonata, il che è falso e ingiusto, giacché l’ultimo giorno che si videro fu quello della sua morte violenta: “O Lisabetta, tu non mi fai altro che chiamare e della mia lunga dimora t’attristi, e me con le tue lagrime fieramente accusi; e per ciò sappi che io non posso più ritornarci, per ciò che l’ultimo dì che tu mi vedesti i tuoi fratelli m’uccisono”. Queste le sue parole o almeno, si prende la briga di sottolineare Boccaccio, quelle che a Lisabetta “parvele che gli dicesse”, sottoponendo il racconto della visione a una traballante soggettività. 

Dall’esordio del sogno appare chiaro che i fatti prendono una piega inattesa. La presunta schizofrenia della ragazza inizia così a manifestare la deriva paranoica e ossessiva. Ma non è tutto: da questo preciso momento inizia anche la sua personale rilettura dei fatti, volta a preservare ciò che ha di più prezioso, ovvero l’amore per Lorenzo, l’unico che seppur fugacemente e clandestinamente ha saputo sollevarla dall’esistenza grigia nella quale i fratelli l’avevano fino ad allora tenuta segregata.
Ecco che il sogno e l’apparizione di Lorenzo acquistano un valore molto diverso. Abbiamo già osservato che al sogno è stato attribuito un valore quasi sacrale, in sintonia con gli exempla della tradizione agiografica del culto dei martiri, ove il rinvenimento del corpo era un passaggio essenziale nella formazione del culto del santo e della sua reliquia. Ma nel nostro caso? Boccaccio non perde occasione per lanciare ai lettori una strizzata d’occhio ogni volta che riporta a galla la devozione popolare sempliciotta e credulona ma qui, in questa novella, siamo sicuri che tutto si esaurisca in un bonario (o forse anche caustico) ammiccamento?

Spogliamo per un momento il sogno di qualsiasi ingrediente soprannaturale. Noi siamo uomini e donne del XXI secolo e sappiamo che il sogno altro non è che un’attività psichica che si svolge durante una fase particolare del sonno, con una struttura narrativa che può essere più o meno coerente. Ma Boccaccio cosa ne sapeva? Nelle sue novelle in realtà il sogno compare in più occasioni, anche con una funzione predittiva o rivelatrice di verità nascoste. Ma noi adesso vorremmo prendere in considerazione solo l’osservazione razionale e dunque iniziamo dal presupposto che Lisabetta sia affetta da una precisa patologia che, per l’appunto, ha tra i suoi sintomi più evidenti proprio un progressivo scivolamento verso stati allucinatori. Ora, per giustificare come una mera casualità che il delirio onirico di lei abbia fatto centro rivelando l’esatta sepoltura di Lorenzo bisognerebbe evocare una probabilità quantomeno astronomica; molto più realisticamente l’unica condizione per cui lei potesse raggiungere quel luogo è che ella sapesse con esattezza dove giaceva il suo Lorenzo, o meglio una parte di lei lo sapeva. E questo come potrebbe essere possibile? Ci sono due opzioni. La prima: assecondando la narrazione, lei ha seguito i fratelli fino al luogo del delitto e ha assistito a tutto. Il trauma sarebbe quindi la causa (o una concausa) del suo precipitare nella fase finale della sua malattia. Ma non tutto torna: perché avrebbe dovuto seguirli? non poteva sospettare la premeditazione del crimine giacché pure la vittima ne era completamente all’oscuro; di giorno poi, la sua presenza in strada sarebbe stata notata. In ogni caso, anche se fosse venuta a conoscenza fortuitamente della trama, è verosimile che avrebbe fatto quanto in suo potere per sventarla. Infine, i sintomi del suo progressivo deperimento non coincidono con quelli che dovremmo aspettarci in un caso di sindrome da stress post traumatico, su questo torneremo tra breve.

La seconda ipotesi per cui lei poteva essere a conoscenza della sepoltura del giovane è che fosse stata lei stessa a seppellirlo. Ma a questo punto è necessario scoprire le carte e giocare la mano finale. Lisabetta si innamora di Lorenzo; lui forse, preso dalle molte diamanti che ha, sulle prime non ci fa molto caso ma poi non può far a meno di notare l’interesse che la sorella dei suoi datori di lavoro gli dimostra; del resto è una bella ragazza e anche se non si fa illusioni sul futuro della loro storia decide di ricambiare le attenzioni. Più volte i due si incontrano eppure lei, nonostante le rassicurazioni, non riesce a liberarsi del sospetto che il suo amato continui le relazioni con le altre ragazze. Il sospetto cresce nella mente malata della giovane fino a saturarla; a quel punto c’è solo una via d’uscita per assicurarsi l’esclusivo possesso dell’amore di Lorenzo: ucciderlo. Per colmo di sfortuna proprio quella notte uno dei fratelli è sveglio e la segue fino all’appuntamento in camera del ragazzo, dove forse ancora una volta consumano il loro amore. Se leggiamo con attenzione, Boccaccio non scrive cosa accadde quella notte, ciò che desumiamo (e Boccaccio lascia che lo crediamo) è la normale prosecuzione del periodo precedente che evidenzia gli incontro amorosi dei due. Il fratello poi si defila meditando tutta la notte sul da farsi ma il suo obiettivo adesso è uno soltanto: salvaguardare l’onore e la rispettabilità della famiglia e della sorella. Se ci pensiamo, questa priorità varrebbe sia che il fratello avesse assistito solo alla prima parte dell’incontro sia al suo tragico e cruento epilogo. Non cambia molto, se non per comprendere e organizzare il proseguimento della vicenda. Ovviamente Lisabetta non avrebbe potuto trasportare e seppellire da sola il cadavere del ragazzo, forse nemmeno con l’aiuto della domestica che sarà complice silenziosa nella seconda parte del macabro rituale della decapitazione. La logica farebbe propendere verso il coinvolgimento dei fratelli altrimenti sarebbero dovuti esser loro a preoccuparsi dell’assenza di Lorenzo e non la sorella, a meno che la sua partenza non fosse stata veramente preventivata e loro, ignari, non si siano preoccupati della sua assenza. In quell’ultima notte lui può averle confidato l’imminente partenza per conto dell’azienda, la goccia che farà scatenare in Lisabetta la gelosa furia omicida.

Dopo il delitto

Da questo momento nella mente sotto shock di  Lisabetta inizia la sostituzione di tutti gli elementi critici della realtà con altri che la mettano al riparo dalle sue responsabilità. Lorenzo non c’è più ma il suo stato cosciente si rifiuta di accettare il delitto e quindi si scherma dietro il viaggio d’affari. Il sogno rivelatore diviene quindi lo spiraglio attraverso cui il subconscio fa riaffiorare frammenti della terribile verità. La sua fantasia ha bisogno di prove che possano giustificarla e scaricare le colpe sui fratelli, e con l’aiuto della domestica fedele, forse già coinvolta torna sul luogo della sepoltura e riporta a casa il trofeo della testa spiccata dal corpo di Lorenzo.  Boccaccio descrive dettagliatamente ciò che accade in seguito: la ragazza, “con questa testa nella sua camera, rinchiusasi, sopra essa lungamente e amaramente pianse, tanto che tutta con le sue lagrime lavò, mille basci dandole in ogni parte”. L’episodio è stato interpretato in chiave pietosa e, ancora una volta, votivo-sacrale. Ma noi sappiamo che Lisabetta è afflitta da una grave patologia che si manifesta anche in una evidente distorsione affettiva. Gli studi di settore hanno peraltro evidenziato una elevata percentuale di comorbilità fra disturbi della sfera sessuale/affettiva e schizofrenia, spesso con manifestazioni parafiliache, come la necrofilia, o forme ossessive compulsive; altro che devozione!

Leggiamo con attenzione il testo: la ragazza, dopo averla avvolta in un drappo prezioso, nasconde la testa del cadavere in un vaso, la copre di terra e vi pianta il basilico. Continuamente irrora il testo le sue stesse lacrime o con acqua profumata e questo, ironicamente rimarca Boccaccio, sia per la cura con cui era innaffiato sia per la nutriente concimazione che derivava dalla putrefazione della testa sottostante cresce bellissimo e profumatissimo. “E per usanza” Lisabetta “avea preso di sedersi sempre a questo testo vicina e quello con tutto il suo desidèro vagheggiare, sì come quello che il suo Lorenzo teneva nascoso: e poi che molto vagheggiato l’avea, sopr’esso andatasene cominciava a piagnere, e per lungo spazio, tanto che tutto il basilico bagnava.” Quindi lei passa le sue giornate in contemplazione del vaso, magari gli parla, del resto all’interno vi è nascosto “il suo Lorenzo”, come se lì vi fosse tutto intero, almeno nella sua immaginazione; e poi riprende il pianto inconsolabile: ricordiamo che gli accessi emotivi privi di giustificazione sono un sintomo della schizofrenia. Probabilmente le sue allucinazioni sono sempre più vivide e complesse ma contemporaneamente il suo fisico si va debilitando e la cura della sua persona è sempre più sommaria. 

L’epilogo

La segregazione a questo punto volontaria di Lisabetta tuttavia non è così ermetica, né passa inosservata. I fratelli sono nuovamente sordi e ciechi a ogni sua necessità. C’è una logica in tutto questo: qualunque percorso narrativo e interpretativo che possiamo scegliere, l’arida distanza tra fratelli e sorella è un dato oggettivo e per come si stanno mettendo i fatti dalla famiglia non può arrivare alcuna risposta né via d’uscita, e Lisabetta ormai è completamente perduta in un mondo irreale.

L’unico segnale di allarme giunge da fuori, dai vicini, da coloro che osservano il bizzarro comportamento della ragazza e sono i più significativi testimoni della malattia della giovane. Loro, nel mondo reale, non sono condizionati da nessuna delle preoccupazioni che si consumano dentro quelle quattro mura e attraverso la finestra o il balcone della stanza dove Lisabetta vive, osservano con preoccupata curiosità la ragazza un tempo “assai bella e costumata” che vegliando continuamente attorno a quel vaso di basilico così lussureggiante, va consumandosi ogni giorno di più. Preoccupati per la sua evidente compromissione di salute, i vicini sollevano il caso all’attenzione dei fratelli, sottolineando la “sua guasta bellezza” e soprattutto “che gli occhi le parevano della testa fuggiti”. Il volto stravolto e gli occhi stralunati che guardano altrove non sono sintomatologici di una condizione di depressione post traumatica bensì di uno stato di allucinazione permanente che altera la percezione della realtà, sconvolgendola in un mondo immaginario in cui tutto è possibile ma che lascia atterriti.

La parabola della patologia di LIsabetta evidentemente ha raggiunto il culmine e le allucinazioni che prova sono forse anche visive: ripenso sempre alla frase “il suo Lorenzo” tutto intero, che lei reputa avere dinnanzi a sé, col quale conversa e poi, forse in momenti di lucidità, sul quale si dispera.

Torniamo per un attimo sulla responsabilità dell’omicidio, completamente taciuta dalla ragazza: difficile immaginare come potrebbe proseguire il rapporto familiare dopo che lei è venuta a conoscenza della verità, anche in una situazione di grave sottomissione come quella che Lisabetta sta vivendo; diverso il discorso se lei ha completamente rimosso il fatto, ricostruendovi attorno una falsa verità che la metta al riparo da ogni responsabilità. Cosa vedesse realmente ovviamente non possiamo né potremo in alcun modo immaginarlo. Ad ogni modo, i fratelli allertati dalle osservazioni dei vicini pensano bene di allontanare quella che loro ritengono la fonte dei disturbi comportamentali di Lisabetta, ovvero far sparire il testo col basilico, ancora ignari del suo vero contenuto.

A questo punto l’intera vicenda pare riavvolgersi tragicamente in un circolo: la ragazza riprende la sua penosa e incessante questua, cercando notizie del prezioso vaso e i fratelli continuano a ignorare le sue istanze, almeno fintanto che, incuriositi dal bizzarro interesse per un oggetto ai loro occhi così comune, ne rovesciano il contenuto e con gran sorpresa vi rinvengono la testa ormai assai putrefatta, ma ancora riconoscibile dalla capigliatura, del loro garzone Lorenzo: “essi si meravigliaron forte, e temettero non questa cosa si risapesse.” 

Ancora una volta, quale sia stata la realtà dei fatti poco cambia se si guarda al fine: siano stati loro o meno gli esecutori materiali del delitto, l’onorabilità della famiglia di nuovo è a repentaglio ma adesso in mezzo non c’è più solamente una relazione amorosa illegittima ma un efferato omicidio e ormai l’evidente follia della sorella. La loro reazione quindi è istintiva e poco efficace: seppellire nuovamente la testa, in un macabro quanto ricorsivo gioco di occultamento e smascheramento. La soluzione precaria non offre alcuna garanzia per il futuro e quindi, anche forse valutando l’instabilità della sorella, della quale forse preoccupa più l’eventualità che riveli l’omicidio che non la condizione di salute, scrive Boccaccio che, sotterrata di nuovo la testa “senza altro dire, cautamente di Messina uscitisi e ordinato come di quindi si ritraessono, se n’andarono a Napoli.”

Il destino della ragazza è di nuovo trasportato da eventi nei confronti dei quali ella non ha alcun potere: Boccaccio non è esplicito se, com’è in ogni caso probabile lei pure si trasferisce a Napoli; agli occhi dei fratelli ormai è un bene inutile dal quale non potranno più trarre alcun beneficio. L’ultimo atto della novella è tuttavia esclusivamente per Lisabetta e per la conclusione della sua tragedia personale: “la giovane non restando di piagnere, e pure il suo testo addimandando, piagnendo si morì, e così il suo disavventurato amore ebbe termine.” 

La fine? In realtà no, non del tutto. Questo pesante sipario, anziché recidere definitivamente il rapporto fra la vicenda di Lisabetta e noi lettori postumi e segnare la distanza, lascia uno spiraglio che col tempo si allarga per diventare uno squarcio e così Boccaccio chiude: “Ma poi a certo tempo divenuta questa cosa manifesta a molti, fu alcun che compuose quella canzone la quale ancor oggi si canta, cioè 

Qual esso fu lo malo cristiano,
che mi furò la grasta, etc…

Già, la canzone del basilico, la chiave per scardinare il segreto di famiglia. È stato scritto molto su questo componimento, a partire dalle sue origini e la fonte. Concludo solo lasciando aperto il caso su come quando “questa cosa” divenne “manifesta a molti”.

La canzone del basilico

Qual esso fu lo malo cristiano
che mi furò la mìa grasta
del bassilico mio selemontano?
Cresciut’era in gran podesta,
e io lo mi chiantai colla mia mano:
fu lo giorno de la festa.
Chi guasta - l'altrui cose, è villania.
Chi guasta l'altrui cose, è villania
e grandissimo peccato.
E io, la meschinella, ch'i' m'avia
una grasta seminata!
Tant'era bella, ch'a l'ombra stasia
da la gente invidiata.
Fummi furata - davanti a la porta.

Fummi furata davanti a la porta:
dolorosa ne fu' assai.
Ed io, la meschinella, or fosse io morta,
che sì cara l'accattai!
È pur l'altrier ch'i' n'ebbi mala scorta
dal messer cui tanto amai.
Tutta la 'ntorniai di maiorana.

Tutta la ' ntorniai di maiorana:
fu di maggio lo bel mese-
Tre volte la 'nnaffiai la settimana,
che son dozi volte el mese,
d'un'acqua chiara di viva fontana.
Sir' Idio, com' ben s'aprese!
Or è in palese - che mi fu raputa.

Or è in palese che mi fu raputa:
non lo posso più celare.
Sed io davanti l'avessi saputo
che mi dovesse incontrare,
davanti a l'uscio mi sare' iaciuta
per la mia grasta guardare.
Potrebbemene atare - l'alto Iddio.

Potrebbemene atare l'alto Iddio,
se gli fusse in piacimento.
de l'uomo che m'è stato tanto rio,
messo m’ha in pene e 'n tormento,
ché m'ha furato il bassilico mio
ch'era pien d'ogni ulimento.
Suo ulimento - tutta mi sanava.

Suo ulimento tutta mi sanava,
tant'avea freschi gli olori;
e la mattina, quando lo 'nnaffiava
a la levata del sole,
tutta la gente si maravigliava:
- Onde vien cotanto aulore? -
e io per lo suo amor - morrò di doglia.

E io per lo suo amor morrò di doglia,
per l'amor de la grasta mia.
Fosse chi la mi rinsegnar di voglia,
volontier la raccateria;
cento once d'oro ch'i' ho ne la fonda
volentier gli le doneria,
e doneria-gli un bascio in disianza.

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