Montale iniziò la sua opera letteraria nei primi decenni del Novecento, un’epoca estremamente complessa e soprattutto densa di novità destinate a mutare per sempre l’idea stessa della società e dei suoi rapporti. Tutto stava cambiando: il lavoro, la concezione dello Stato, le relazioni fra gli uomini e una nuova percezione di sé e del proprio ruolo. Da poco si era usciti dalla Prima guerra mondiale, ma i venti del nazionalismo non accennavano a placarsi, anzi: le clausole che avevano chiuso il Primo conflitto avevano gettato le basi per una futura e imminente catastrofe ancora peggiore.

Inoltre era ormai definitiva l’evoluzione verso una società di massa ovvero la rivoluzione culturale forse più incisiva e profonda nella storia dell’umanità. Padroneggiando i mezzi di comunicazione, manovrando le opportune leve e ai giusti momenti, uomini di potere, politico o economico che fosse, si rivolgevano a masse enormi di cittadini come se fossero state un’unica persona: l’uomo massa. Il gusto personale, le proprie naturali inclinazioni e i propri talenti venivano subordinati e indirizzati, o sarebbe meglio dire soffocati, dalla pressante imposizione dall’alto di un modo di pensare, di consumare, di acquistare omogeneo e direzionato. I condizionamenti divennero quindi palesi eppure accettati, assecondando una deviata percezione del benessere e del progresso, per avviare la tragica spirale, tutt’altro che conclusa, secondo la quale il nostro essere è in relazione diretta a quanto possediamo, o quantomeno a come appariamo.

Di fronte a queste spinte colossali che indirizzavano verso bisogni materiali, circostanziali e non essenziali, l’opera degli artisti, dei poeti nel nostro caso, risultò ben presto del tutto marginale e questa presa di coscienza fu inevitabile e palese, per tutti. Le reazioni furono però alquanto diverse e spesso scomposte, nel tentativo di colmare un vuoto che era in realtà incolmabile: se la società del primo Novecento voleva annullare la personalità del singolo a favore della massa, l’artista rispondeva talvolta in maniera eccentrica, bizzarra, invadente anche, pur di tornare o rimanere sotto i riflettori. L’alternativa a tutto questo fu prendere dolorosamente atto della propria inadeguatezza e nell’atteggiamento di rifiuto verso queste spinte per ritirarsi in un angolo, osservando.

Ma prima di addentrarsi in questa chiacchierata è necessario fissare, oltre a questi brevi appunti già scritti, almeno un altro paio di concetti.

Il miracolo

Il concetto di miracolo per Montale non ha alcun riferimento evangelico né, in ultima analisi, soprannaturale ma conserva tutta la forza dirompente dell’eccezionalità dell’evento. Il miracolo irrompe nella quotidianità in modo traumatico, spiazzante, spezzando ritmi e certezze; il suo manifestarsi tuttavia è indipendente da qualsiasi altra condizione e Montale già nella poesia I limoni ci dimostra che lo si può inseguire per una vita senza incontrarlo mai e poi, nel momento più insospettabile, trovarlo, ingigantendone così la potenza rivelatrice.

La realtà dietro uno schermo

L’idea che l’uomo conduca la propria esistenza in un mondo fittizio si forma assai precocemente della poesia di Montale e si perfeziona con il tempo, divenendo sempre più articolata e raffinata ma è bene fare chiarezza. Non si tratta di evocare mondi paralleli o fantastici ma piuttosto un mascheramento della realtà delle cose dietro il quale non ci sono macchine né alieni ma l’uomo stesso, la cui esistenza è sempre più condizionata e dipendente da ciò che lo circonda con una forza oppressiva senza precedenti: solo apparentemente sembra di essere tornati all’opposizione Uomo-Natura di ascendenza leopardiana ma nella moderna riformulazione l’unico nemico dell’uomo è lui stesso, fino a perdere completamente la memoria di ciò che era, come metterà ben in chiaro Pirandello nella novella Il treno ha fischiato. La Natura, semmai, assume il ruolo di riempire i nostri vuoti esistenziali con cose e cosucce da fare entro sera…

Smarrirsi e rimanere soli

Per Montale la consapevolezza della facilità con cui l’uomo possa smarrirsi era già lampante quand’era poco più di un adolescente e componeva Meriggiare pallido e assorto. Concludeva infatti l’ultima strofa così:

E andando nel sole che abbaglia
sentire con triste meraviglia
com'è tutta la vita e il suo travaglio
in questo seguitare una muraglia
che ha in cima cocci aguzzi di bottiglia

Nell’abbacinante luce del meriggio, nelle ore ferme e sbiancate dal sole e dall’afa i dettagli si perdono, ovvero sfuma la singolarità delle cose a vantaggio di una visione sommaria: troppa luce paradossalmente toglie chiarezza, esattamente come troppa oscurità. Anche Montale si stava dirigendo verso quella luce allettante ma avuto l’accortezza (o la fortuna) di comprendere come attorno a lui – e attorno a ciascuno di noi – si stessero innalzando muri su muri, quasi senza che ce accorgessimo e che ormai sono divenuti già invalicabili e non possiamo oltrepassarli senza ferirsi profondamente. È stata una rivelazione improvvisa e inaspettata, proprio quando tutto pareva adagiarsi stancamente in un piacevole trantran, fatto di oggetti e sensazioni consuete e collaudate. È stata la prima rivelazione del miracolo. Anche se con termini e modi diversi, già Ungaretti ne I fiumi poneva le basi di questo indispensabile giro di boa che nella vita di ciascuno dovrebbe avvenire affinché possiamo veramente prendere coscienza di noi stessi e guidare le redini della nostra vita: “Questo è l’Isonzo \ E qui meglio \ mi sono riconosciuto \ una docile fibra \ dell’universo”.

Ma non è un processo semplice e Montale aggiunge:

Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo
nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra
soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
La pioggia stanca la terra, di poi; s'affolta
il tedio dell'inverno sulle case,
la luce si fa avara - amara l'anima.

Perché questa è la tragica cappa che ci è stata cucita addosso; è la battaglia che siamo chiamati a combattere quotidianamente per non soccombere, smarrendoci completamente nel labirinto delle cose da fare. Il pensiero di Montale è sempre più netto ed esclusivo, tagliando fuori ogni genere di compromesso. Possiamo continuare le nostre vite di uomini-ombra, sempre più svaniti su muri scalcinati, possiamo proseguire dritti per la nostra via, senza alcun dubbio né incertezze, convinti che “la realtà sia quella che si vede” (Ho sceso dandoti il braccio almeno un milione di scale) oppure, un mattino, senza preavviso, potremo decidere di voltarci a guardare indietro.

Forse un mattino andando in un'aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore da ubriaco.

Poi, come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto
alberi, case, colli per l'inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Qui, in questi versi, si consuma la tragica consistenza della vita moderna: voltarsi e vedere il vuoto, osservare che non abbiamo lasciato alcun segno dietro di noi, nessuna impronta, “il nulla”. Allora sentiremo vacillare le nostre esistenze come esseri ubriachi, e terrorizzati d’esserlo. Nella poesia la natura sembra allora correre ai ripari, tornando a riempire il nostro mondo col paesaggio consueto e rassicurante. “Ma sarà troppo tardi” perché ormai l’inganno sarà stato rivelato. Ancora una volta Pirandello era stato profeta quando nel romanzo Il fu Mattia Pascal esponeva le riflessioni del Sig. Paleari il quale cercava di immaginare cosa sarebbe accaduto se durante una rappresentazione di marionette si fosse lacerato il cielo di cartapesta e il protagonista Oreste avesse potuto vedere oltre: avrebbe scorto i fili che l’avevano manovrato fino ad allora, avrebbe poi visto il mondo com’è realmente oltre quello squarcio irrimediabilmente aperto e niente sarebbe potuto tornare come prima.

Nella poesia di Montale, com’è chiaro anche nell’esempio sopra, diventa quasi impossibile stabilire un rapporto con gli altri: già ne I limoni il poeta osservava: “Sono i silenzi in cui si vede \ in ogni ombra umana che si allontana \ qualche disturbata Divinità.” C’è l’insistente riferimento a figure che non si voltano, che “scantonano” e a ombre, ombre di figure proiettate su muri assolati. Questa è forse la migliore rappresentazione dell’uomo massa: figure, private di spessore, colore e consistenza, appiattite su muri scalcinati nei quali si consumano le esistenze di ognuno.

Sotto queste pressioni non è facile tenere la rotta, troppe sono le insidie da affrontare e le infinite diramazioni fra le quali scegliere. Perfino la memoria e i ricordi risulteranno fallaci perché la lotta contro il mondo è tragicamente impari. Ne La casa dei doganieri il poeta cerca un ritorno al centro, un punto fermo, ma in realtà si ritrova solo e tutto attorno a lui cade a pezzi; non è solo la casa quasi diroccata sulla scogliera, consumata dal sole e dal sale del mare, è tutto quanto! In quel luogo la bussola non segna più il nord, la banderuola sul tetto gira inesorabilmente senza più trovare un vento dominante. Montale stringe con forza il filo dei suoi ricordi nella speranza di trattenerli ma essi gli sfuggono tra le dita, sempre più lontano, sempre più velocemente. Invoca in extremis il miracolo: “Il varco è qui?” ma non accade niente e la conclusione è quasi inevitabile: “E io non so chi va e chi resta”. Chi, alla fine è veramente partito e chi è veramente rimasto? Tutta la poesia è quindi un assistere impotenti al dissolversi del mondo e di noi stessi.

Ritrovarsi

C’è rimedio a questa solitudine e questa dispersione? Sì e no. Con Montale ritorna l’immagine della donna-angelo tanto cara allo Stilnovo e dunque le sue poesie rendono omaggio a donne straordinarie che hanno affrontato viaggi soprannaturali e pericoli mortali per raggiungerlo. Il poeta le accoglie, veglia su di loro, assiste impotente alla loro partenza ma la ricchezza di quanto hanno lasciato è capace di ricolmare i vuoti della vita. Ma di queste ricchezze non possono essere trattenute perché, come sottolineava anche Pirandello, la vita è un flusso incessante e continuo di trasformazioni e l’istintiva necessità degli uomini di fissare la propria vita e la propria immagine in forme consolidate e riconoscibili condurrà a indicibili tensioni e rotture. Ecco perché Montale nella Casa dei doganieri dava tanta importanza a quel filo di ricordi che sentiva sfuggire sempre più rapidamente fra le sue mani.
Quindi, la presenza femminile è un punto di stabilità ma sempre legato alla nostra misurata umanità.

Riporre fiducia e speranza nei propri simili è quindi illusorio ma Montale ci dà una nuova indicazione per tracciare la rotta della nostra vita: voltarsi verso il mare. Questa costante presenza nella vita del poeta è il suo più forte centro di gravità, è il luogo a cui tutto ritorna, il luogo che tutto trasforma e rigenera. Ho già toccato l’argomento in questo articolo dedicato a questo istintivo rapporto fra uomo e mare. Nell’articolo si cita la poesia Noi non sappiamo quale sortiremo, un testo che potremmo considerare riassuntivo di tutta la poetica di Montale e che qui ripropongo:

Noi non sappiamo quale sortiremo
domani, oscuro o lieto;
forse il nostro cammino
a non tòcche radure ci addurrà
dove mormori eterna l’acqua di giovinezza;
o sarà forse un discendere
fino al vallo estremo,
nel buio, perso il ricordo del mattino.
Ancora terre straniere
forse ci accoglieranno; smarriremo
la memoria del sole, dalla mente
ci cadrà il tintinnare delle rime.
Oh la favola onde s’esprime
la nostra vita, repente
si cangerà nella cupa storia che non si racconta!
Pur di una cosa ci affidi,
padre, e questa è: che un poco del tuo dono
sia passato per sempre nelle sillabe
che rechiamo con noi, api ronzanti.
Lontani andremo e serberemo un’eco
della tua voce, come si ricorda
del sole l’erba grigia
nelle corti scurite, tra le case.
E un giorno queste parole senza rumore
che teco educammo nutrite
di stanchezze e di silenzi,
parranno a un fraterno cuore
sapide di sale greco.

Il poeta immagina quindi ogni condizione nella quale potremo un giorno ritrovarci, nota o ignota, lieta oppure oscura; i fatti della vita potranno cambiarci tanto da renderci irriconoscibili perfino a noi stessi. Quando tutto attorno svanirà, anche la poesia, e ci sentiremo aridi e svuotati, ecco, allora tornerà il ricordo delle nostre origini come anche “l’erba grigia” nascosta nel più profondo e ombroso cortile fra il grigiore delle case, ricorda e attende il ritorno del sole. Improvvisamente, come dal “malchiuso portone” della poesia I limoni, torneremo a sentire in noi quella luminosa forza vitale, sapida “di sale greco” che in realtà non ci ha mai abbandonati.
Montale tributa al mare questa forza: nuova linfa per la nostra voce ormai ammutolita e nuovo sapore e senso compiuto alla nostra esistenza. Lui, cresciuto sul litorale ligure, vive il mare come una parte intima, profondissima e inseparabile di sé: chi vive sul mare non percepisce alcuna opposizione con la terra, anzi, ne esalta proprio il tratto di unione; ma soprattutto, il mare non ha confini, non ha muri, non ha “cocci aguzzi di bottiglia” che lo costringono e separano. E il mare insinuandosi in ogni nostra frattura e ferita, potrà legare e riunire le nostre frantumate parole.

3 pensieri riguardo “Perdersi e ritrovarsi nella poesia di Eugenio Montale

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