Gli inizi del XX secolo furono caratterizzati da grandi inquietudini: grandi cambiamenti in atto nella società consolidata ormai nelle grandi masse, disagio economico, psicologico, ritmi quotidiani sempre più snervanti, la Grande guerra e poi le dittature. Accanto a tutto questo, il progresso continuava a rotolare avanti, calpestando ogni ostacolo in nome del nuovo prodotto nelle case, in nome del mercato, del miraggio del benessere esternato con il possesso di beni che la pubblicità della società imponeva come essenziali. La catastrofica crisi del ’29 non basterà a rimettere ordine nelle priorità, anzi: la ripresa dei consumi, anche accessori, sarà un obiettivo primario nelle pianificazioni economiche degli Stati. E la letteratura non potrà esimersi dal confrontarsi con questo nuovo modo di concepire la quotidianità, o meglio, la percezione della realtà.

Pirandello e Montale ebbero ben presente questa tematica e la affrontarono come problema da risolvere, nei limiti delle scarse facoltà umane e della effimera capacità di vedere oltre. La questione non era affatto nuova e partiva da lontano, almeno dalla siepe del Monte Tabor che nella poesia L’infinito tagliava via dalla vista di Leopardi gran parte dell’orizzonte. La siepe, metafora della ragione che con i suoi paletti sempre più stringenti, sebbene allora ancora laschi, veniva a soffocare progressivamente l’immaginazione umana e la facoltà di evadere dalle tenaglie della quotidianità.

Sorvolando gli eccessi inseguiti nel tardo romanticismo e ancora in seguito, si arriva dunque agli inizi del Novecento, quando inizia a farsi sentire violentemente la tensione e lo scarto fra la vita vissuta e quella desiderata, fra apparire ed essere: è una spirale viziosa nella quale gli individui desiderano e ricercano l’uniformità per sentirsi adeguati e accettati anche se ogni passo in quella direzione è contemporaneamente percepito come un passo più lontani da sé; stress, psicosi, senso di inadeguatezza e alienazione divengono in tempi rapidissimi patologie dilaganti. Pirandello elaborerà l’efficace immagine della maschera come l’estremo tentativo di fissare un’immagine netta e desiderabile di sé, un’idea chiara e adeguata nella quale identificarsi. Ma non si tiene conto di come la vita sia un flusso costante e quindi ogni tentativo di cristallizzarla nel fermo immagine di una maschera altro non è che un’utopia destinata a fallire dolorosamente. Il maggiore imputato di questa condizione è la società di massa stessa che impone i suoi modelli e stili di vita il cui rifiuto equivale all’esclusione. Non si dimentichi che siamo sulla soglia delle grandi dittature del Novecento, secondo le quali ogni forma di individualismo è un male da estirpare senza indugio. Proviamo ad aumentare l’ingrandimento.

In una delle pagine più geniali de Il fu Mattia Pascal (1904), Pirandello immagina questa situazione: il sig. Paleari, intrattenendo Adriano Meis (la nuova identità che Mattia si dà dopo la sua presunta morte) con una delle sue argute disquisizioni filosofiche racconta di aver visto la locandina di uno spettacolo di marionette che rappresentano l’Oreste, di Sofocle. Oreste, eroe tragico del mondo antico per antonomasia, vendica la memoria del padre assassinando la madre traditrice e l’amante di lei. Paleari fantastica su cosa potrebbe accadere se al momento culminante si strappasse il cielo di carta del teatrino: alla vista di quello squarcio che mostra cosa c’è oltre, sentenzia Paleari, “Oreste, insomma, diventerebbe Amleto”; esatto, l’Amleto di Shakespeare, ovvero l’eroe tragico moderno, preda dei dubbi e dei ripensamenti anche quando tutto parrebbe spingere verso la soluzione più ovvia, con tanto di assoluzione da parte della società stessa.

Quindi nessuno è in grado di acquisire realmente la consapevolezza di quanto accada attorno a sé a meno che non intervengano eventi improvvisi e imprevedibili; altrimenti ognuno vive con uno stretto cerchio di luce attorno (altro passaggio memorabile del romanzo pirandelliano: la cosiddetta Lanterninosofia), ma insufficiente per comprendere cosa vi sia oltre. Allora, che fare? In questa condizione il disagio interiore e sociale non può che aumentare ed è evidente che, continuando a crescere la tensione, si debba raggiungere presto o tardi un punto di rottura. Gli esiti saranno allora pazzia, disorientamento, rifiuto, disordine della personalità, stress e angoscia. 

Se leggiamo la novella Tu ridi, ad esempio, vediamo le spalle del protagonista curvarsi sempre più sotto il peso dei dolori di una storia familiare sconquassata e dalla convivenza con una moglie bisbetica e ipocondriaca. Il povero signor Anselmo sopravvive soltanto per amore delle nipotine che deve accudire, in particolare dell’adorata Susì, e tira avanti nell’illusione che almeno durante il sonno trascorra momenti lieti e spensierati, come sembrano dimostrare le sue grasse e inconsapevoli risate nel cuore della notte, delle quali non serba alcun ricordo. Ovviamente questa presunta letizia scatenano i sospetti e le morbose gelosie della moglie indispettita che non perde occasione per svegliarlo in malo modo, immaginando proprio che se la spassi in sogno “con le donnine”. Seguendo tappe leopardiane ben comprovate anche le illusioni del povero Anselmo non tarderanno a svanire ed egli si ritroverà sbattuta in faccia la grottesca ragione delle sue risate. Si sentirà stupido per questo e giungerà all’unica possibile conclusione e via d’uscita: solo nella stupidità si può trovare ancora, nel mondo moderno, una ragione per ridere. 

Ma come si è giunti a questo limite estremo? La risposta di Montale è chiarissima: la società moderna prima ci svuota e poi ricolma le nostre giornate di appuntamenti, di eventi, di ansie, di corse; insomma, di cose da fare. L’ansia della produzione, del successo oppure la muta accettazione di quanto ci viene dettato reggono la barra del timone della nostra vita. E per noi non rimane altro spazio. Nella poesia La casa dei doganieri scrive “altro tempo frastorna la tua memoria” . Su questa linea sono particolarmente acute e significative le osservazioni che Serafino Gubbio, nel romanzo di Pirandello I quaderni di Serafino Gubbio operatore, annota nel suo primo capitolo:

“Studio la gente nelle sue più ordinarie occupazioni, se mi riesca di scoprire negli altri quello che manca a me per ogni cosa ch’io faccia: la certezza che capiscano ciò che fanno. […] Nessuno ha tempo o modo d’arrestarsi un momento a considerare, se quel che vede fare agli altri, quel che lui stesso fa, sia veramente ciò che sopra tutto gli convenga, ciò che gli possa dare quella certezza vera, nella quale solamente potrebbe trovar riposo. Il riposo che ci è dato dopo tanto fragore e tanta vertigine è gravato da tale stanchezza, intronato da tanto stordimento, che non ci è più possibile raccoglierci un minuto a pensare. Con una mano ci teniamo la testa, con l’altra facciamo un gesto da ubriachi.”

Vite siffatte perdono a poco a poco consistenza, allineandosi secondo l’indirizzo collettivo; l’ordine naturale delle cose si dispone secondo nuove priorità senza che possiamo accorgercene e quando (e se) accade, è troppo tardi. Leggendo i versi del poeta ligure, troviamo evidenti allusioni a uomini e figure “che non si voltano”, “che scantonano” e si allontanano disturbate; il più delle volte sono descritte come ombre senza spessore, senza colore e senza personalità: sono incontri con persone che vanno dritte chissà dove, senza mai mettersi in discussione, che hanno agende piene di eventi ai quali presenziare ma che, voltandosi repentinamente (come in Forse un mattino andando in un’aria di vetro) rischiano di vacillare constatando come dietro di sé non abbiano altro che il nulla. E cosa può esserci di più irrimediabilmente tragico del comprendere traumaticamente la completa vacuità della propria stessa esistenza? Non credo che sia un caso che Montale in quest’ultima poesia parli di “terrore d’ubriaco”: l’ubriachezza torna, dopo Pirandello, per evocare l’immagine di chi ha i sensi sopraffatti e per questo ormai del tutto inaffidabili.

Eppure il mondo continua imperterrito la sua marcia avanti, senza dubbi o ripensamenti; un mondo rivestito di schermi (immagine non diversa dal cielo di carta sopra Oreste) sui quali vediamo proiettato ciò che ci fa stare bene, ciò che è stato reputato essere il nostro bene. La società di massa, del resto, funziona a questo modo: una marcia verso la progressiva sollevazione morale da ogni impegno e responsabilità grazie, con chiare indicazioni su quale sia la scelta migliore in ogni momento. Ma migliore per chi?

La verità delle cose è sempre più aggrovigliata e complicata fino al punto di dubitare della sua stessa esistenza: in un mondo sempre più relativizzato che significato può mai continuare ad avere la verità? La frammentazione dei rapporti col mondo esterno si ripercuote anche nei rapporti fra le persone che sono sempre più e sempre più tragicamente sole. La vicinanza di una persona cara può essere un momento di conforto che offre sicurezza e riferimento ma anche su questo aspetto rischiamo di illuderci. Quando il Sig. Paleari introdusse la sua Lanterninosofia spiegò che al mondo ognuno di noi regge un lanternino colorato, e colori fra cui scegliere ce ne sono tanti, ognuno secondo le proprie inclinazioni; e spontaneamente gli uomini tendono a raggrupparsi sotto luminosi lanternoni che rappresentano grandi e altisonanti virtù, ognuna delle quali caratterizza un’epoca. Ecco che i lanternoni dei grandi valori esistenziali a poco a poco vengono a impiantarsi sulle nostre facoltà individuali, sostituendole in tutto, col risultato che quando i grandi lanternoni vacilleranno e si spegneranno (e questo accadrà sempre) il buio che ne conseguirà lascerà le nostre lanternine terrorizzate e disorientate, ormai incapaci di guidarsi da sé, minacciate dall’oscurità che si è spalancata lì davanti. Credo che l’attualissimo momento che stiamo vivendo non possa che aiutarci a comprendere quanto Paleari intendesse.


Vedi anche Perdersi e ritrovarsi nella poesia di Eugenio Montale

Un pensiero riguardo “Il “Cielo di carta”. Oltre il mondo visibile nelle opere di Pirandello e Montale

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