Ancora nella “selva oscura”

È noto a tutti l’incipit della Commedia dantesca e lo stesso canto I riecheggia un po’ nella memoria di tutti: in particolare a me interessa quanto accade nella “selva oscura” (della quale ho già trattato: Sui versi iniziali della Divina Commedia di Dante Alighieri, e Dalla “selva oscura” alla selva dei suicidi, nella Divina Commedia di Dante Alighieri). Il poeta fiorentino, smarrito e scoraggiato, volge i suoi passi verso la cima d’un colle illuminato dai raggi del sole nascente, dal quale confida di potersi orientare per ritrovare la “retta via”. Purtroppo ancora non sa che sta per imbattersi in tre belve che si opporranno al suo  cammino verso la salvezza.  

Il significato allegorico di queste tre fiere è noto anche se non completamente univoco: la prima, la lonza, rappresenta la lussuria, la seconda, il leone, la superbia e infine l’ultima, la famelica lupa,la cupidigia. Sebbene a fatica, Dante supera le prime due ma di fronte alla terza deve indietreggiare rovinosamente per ritornare in fondo alla valle, di nuovo nell’oscurità della selva.

A questo punto, il Poeta intravede vicino a sé una figura, e anche se sembra quasi dubitare dei propri sensi, disperatamente gli domanda aiuto: 

Miserere di me”, gridai a lui,
"qual che tu sii, od ombra od omo certo!". [vv. 65-66]

Dopodiché, avvenute le presentazioni, Dante apprende di aver di fronte Virgilio e subito ne riceve un ammonimento ed è proprio su questo che vorrei soffermarmi:

"Ma tu perché ritorni a tanta noia?
perché non sali il dilettoso monte
ch’è principio e cagion di tutta gioia?". [vv. 76-78]

ovvero:

Perché ricadi in tanti impedimenti?
Perché non sali il benefico monte
che è origine motivo di ogni gioia?

Dante, dopo i convenevoli necessari (forse eccessivi) di fronte a tanto maestro, espone la fonte dei suoi guai, ovvero la terribile lupa, immagine della cupidigia, ovvero la brama di possedere, quale che sia la fonte del desiderio. Dai beni materiali, alla fama o il potere, la cupidigia è dunque all’origine di tutti gli altri peccati, si radica profondamente in ognuno e pertanto è il più difficile da estirpare e il più mutevole:

"e ha natura sì malvagia e ria,
che mai non empie la bramosa voglia,
e dopo ’l pasto ha più fame che pria.

Molti son li animali a cui s’ammoglia,
e più saranno ancora [...]" [vv. 97-100] 

Tutte le parole Virgilio sono in realtà una vera e propria provocazione, rivolte al genere umano ma che Dante sente probabilmente piombare su di sé. Il poeta latino è stato richiamato dal Limbo intraprendere quel viaggio nel ruolo di guida, tanto vale assolvere bene e da subito al proprio ruolo. Egli conosce benissimo le ragioni per cui Dante è ricaduto giù eppure glielo domanda. Perché? cosa sta domandando realmente allo smarrito viandante?

La conversione necessaria e consapevole

Nel Vangelo secondo Luca (16, 19-31) è narrata la parabola cosiddetta del “Ricco epulone e del povero Lazzaro”: il secondo, malato e affamato, viveva fuori della porta del ricco epulone, mentre l’altro gozzovigliava in una vita beata, ignorando il pover’uomo là fuori, al quale solo i cani prestavano un po’ d’attenzione leccandogli piaghe e ferite. Per entrambi giunse il momento del trapasso ma Lazzaro fu elevato in cielo e il ricco fu sprofondato all’inferno. Tralasciando il dialogo, bellissimo peraltro, fra il ricco e Abramo, a un certo punto il primo prega perché Lazzaro venga mandato dai suoi parenti e li metta sull’avviso di dover cambiare vita di modo che, diversamente da lui, non finiscano all’inferno. La sentenza di Abramo è quanto mai tranchant: “Se non ascoltano Mosè e i Profeti, neanche se uno risuscitasse dai morti saranno persuasi”. A quanto pare, invece, Dante ha una chance in più, ma il percorso di conversione non potrà funzionare se non lui comprenderà seriamente le sue mancanze e le sue colpe; in altre parole, se non tocca con mano cosa lo attende. È dunque un privilegio ben inusuale questo che gli viene riservato, reso possibile per l’amorosa intercessione di Beatrice. In realtà nel Paradiso terrestre Dante troverà in Beatrice un giudice severissimo, e pagherà proprio a lei un salato pedaggio la propria affrancatura spirituale ma, dopo quanto ha visto giù nelle profondità infernali, ormai nessun conto gli parrà eccessivo. 

Ma qui siamo all’inizio del viaggio e tutto può ancora accadere. Virgilio sarà più esplicito all’inizio del Purgatorio quando si trova a dover render conto a Catone della loro inusuale uscita dall’abisso infernale, e spiega:

Questi non vide mai l’ultima sera;
ma per la sua follia le fu sì presso,
che molto poco tempo a volger era.

Sì com’io dissi, fui mandato ad esso
per lui campare; e non lì era altra via
che questa per la quale i’ mi son messo. [Purg., I, 58-63]

ovvero

Costui non è ancora morto,
ma a causa della sua follia gli fu tanto vicino
che non gli rimaneva molto tempo.

Così come ti ho detto, fui mandato a lui
perché sopravvivesse; e lì (ma potremmo anche intendere un avverbio temporale: a quel punto) non c'era altra strada
che questa per la quale mi sono inoltrato.

Se la verità è figlia del tempo, lo è anche della conoscenza e Dante doveva vedere e capire. Arriviamo così ai versi finali e il momento clou del canto I:

E io a lui: "Poeta, io ti richeggio
per quello Dio che tu non conoscesti,
acciò ch’io fugga questo male e peggio,

che tu mi meni là dov’or dicesti,
sì ch’io veggia la porta di san Pietro
e color cui tu fai cotanto mesti".

Allor si mosse, e io li tenni dietro. [vv. 130-136]
E io a lui: "Poeta, io ti domando
per quel Dio che tu non hai conosciuto,
affinché io fugga questo male e anche di peggiori,

che tu mi guidi là dove hai appena detto,
cosicché io veda la porta di San Pietro
e coloro i quali mi hai detto esser tanto disperati."

Allora lui partì, e io lo seguii.

Prendere consapevolezza della propria condizione è dunque il primo passo, certamente fondamentale, verso la salvezza; ma ancora di più lo è il successivo, ovvero assumere le proprie responsabilità ed esprimere con chiarezza la propria volontà di cambiare e affidarsi all’amore e al perdono di Dio, rispetto al quale non è mai troppo tardi, come, sempre nella Commedia, ci racconterà Buonconte da Montefeltro. Ecco perché dopo la retorica domanda di Virgilio al v. 76 sarà necessario che Dante esprima con chiarezza il riconoscimento della sua condizione di peccatore e la sua chiara intenzione di seguire un percorso materiale e spirituale verso la salvezza. 

Il viaggio sarà lungo…

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5 pensieri riguardo “Su una terzina del Canto I dell’Inferno di Dante Alighieri

  1. Credo non possa esistere al mondo un libro, un racconto, più straordinario della Divina Commedia.
    Ricordo che mi comperai un “commentario”, perché trovavo splendide le spiegazioni di tutte le allegorie citate da Dante, che spesso davano luogo a molteplici interpretazioni. Una meraviglia che che sono sorpreso non venga adeguatamente spiegata alle scuole superiori.

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  2. Nel mio corso scolastico ho avuto solo un’infarinatura della Divina Commedia! Più avanti , da adulta e non più studentessa ( ahimè ) me la sono letta da sola, facendo una gran fatica per andare a ricercare la vita di tutti i personaggi trattati, necessario per capire a fondo le varie situazioni. Oggi però , Nic, potrò saperne di più grazie alle tue splendide spiegazioni. Sarò una lettrice assidua !!! Grazie ancora!!!

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