Montale tra spazio, tempo e nuovi i mondi nella letteratura del Novecento
Forzando lo schema: oltre la sfera del percettibile
Eugenio Montale nel 1923 compose la poesia Forse un mattino andando in un’aria di vetro, pubblicata nel 1925 nella raccolta Ossi di seppia, ponendo con essa una pietra miliare nello sviluppo della sua poetica; leggiamola:
Forse un mattino andando in un'aria di vetro, arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo: il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro di me, con un terrore da ubriaco. Poi, come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto alberi, case, colli per l'inganno consueto. Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.
La poesia è formata da due quartine a rima alternata secondo lo schema ABAB – CDCD; più sfuggente è l’articolazione metrica, anche se vi si riconoscono versi endecasillabi, alessandrini, doppi settenari e versi sciolti.
Per quanto concerne l’interpretazione specifica della poesia, rimando agli articoli già scritti: Perdersi e ritrovarsi nella poesia di Eugenio Montale e Il “Cielo di carta”. Oltre il mondo visibile nelle opere di Pirandello e Montale.
In questa sede è tuttavia mio interesse recuperare e approfondire alcuni concetti centrali dell’intera poetica dell’autore, primo fra tutti il miracolo e poi il tempo.
Il miracolo nella poesia di Montale esprime un evento eccezionale, imprevedibile e indipendente da qualsiasi azione umana; del tutto privo di ogni dimensione teologica e spirituale, viene soprattutto denudato anche della positività che normalmente gli si attribuisce. Dobbiamo dunque immaginarlo come un inciampo improvviso della routine quotidiana, un’improvvisa rottura dei muri che incessantemente regolano a destra e sinistra la strada che dobbiamo percorrere; il suo scopo è fermarci perché possiamo capire, trovarle e osservare attraverso queste inattese fessure.
Facciamo però un passo indietro, ovvero solo un istante prima dell’incontro con uno di questi varchi (secondo il poeta, varco è sinonimo perfetto di miracolo; una definizione che ci è di estremo aiuto alla comprensione del concetto). Come già ampiamente spiegato negli articoli citati, al tempo – e non diversamente da oggi – i condizionamenti della società di massa esercitavano sul singolo una pressione potentissima, annullandolo nei condizionamenti predisposti ad arte dal mondo del lavoro, dalla famiglia, dalla politica, in generale dalla fittissima rete di rapporti e convenzioni sociali. Non dimentichiamo che in quei mesi era all’opera l’efficientissimo sistema di propaganda e di condizionamento della macchina repressiva fascista.
Quei muri creati ad arte erano per Montale una sorta di rinnovato spleen, edulcorato e camuffato tuttavia al punto da finire addirittura per allettare la maggior parte degli uomini, privandoli del naturale istinto di guardare oltre l’apparenza delle cose; anzi, la resa all’evidenza era tale che nessuno mostrava nemmeno più di sospettare che potesse esistere qualcosa da cercare al di là dei muri, nella più assoluta certezza “che la realtà sia quella che si vede” (E. Montale, Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale, 1967, da Satura, 1971).
Il miracolo quindi è un errore nel sistema che giunge a incrinare l’apparenza formale e il significato delle cose, un attimo fugace nel quale intravedere la verità; ma per poterlo cogliere sono necessarie capacità e sensibilità. Il poeta può riuscirci, seguendo la traccia di piccole briciole cadute sulla via della consapevolezza, ma il più delle volte la rivelazione è drammatica e guardare oltre il confine ha il suo prezzo, come nel voler valicare i “cocci aguzzi di bottiglia” sulla cima del muro nella precoce poesia Meriggiare pallido e assorto (1916, in Ossi di seppia); talvolta è la solare e dorata apparizione ristoratrice dei limoni nella poesia omonima (1921-22, sempre in Ossi di seppia).
Ma chi è realmente l’artefice di queste frapposizioni e custode geloso del segreto nascosto? In Forse un mattino andando, ancora di Montale, dobbiamo immaginare evidentemente una entità superiore, capace di gestire “l’inganno consueto”, ovvero i multicolori schermi davanti ai quali si assopiscono soddisfatti i sensi e su di essi si racchiude tutto ciò che dà forma alle giornate del nostro piccolo universo. Tuttavia, questa sorta di Velo di Maya non ha un unico grande burattinaio, in estrema sintesi sono gli uomini stessi, con la loro passiva quotidianità, i silenziosi sottoscrittori e prosecutori di questo sistema ritorto contro di loro, sia che si voglia darne una colorazione politica, etica o sociale. La vita distratta di ciascuno (e la neonata società di massa era già campionessa di distrazioni, per definizione) comporta la succube accettazione passo dopo passo di giornate predefinite, inscatolate e indirizzate verso luoghi predeterminati, anche se il più delle volte ancora ignoti; la vita è intesa come un rotolare cupo e ingobbito, ma paradossalmente pago, verso una meta-premio della quale appena intuiamo la presenza. Di fronte a tanta cecità, non sembra esserci spazio e possibilità per un’idea divergente. Se rimaniamo circoscritti nei versi di Forse un mattino andando e ragioniamo con gli occhi della massa, Montale ha un ben misero segreto da custodire: dietro di sé ha visto “il nulla”, il “vuoto”, una rivelazione vertiginosa, tanto da farlo barcollare come fosse ubriaco, tanto meglio allora per chi continua a rimbalzare tra “le coincidenze, le prenotazioni, \ le trappole, gli scorni di chi crede \ che la realtà sia quella che si vede”, per tornare ancora a Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale: molto meglio la nostra vita frenetica, fittizia e bidimensionale, piuttosto che il “nulla”. Comunque vada un terribile segreto è meglio che l’ignoranza.
Al contrario però, una massa addomesticata, docile, soddisfatta, produttiva e consumatrice è la condizione indispensabile per l’equilibrio del nostro tempo. Scoprire che la verità farebbe crollare il sistema.
L’anello di congiunzione tra questo condizionamento sociale e la crisi della percezione è rappresentato magistralmente da Luigi Pirandello ne Il fu Mattia Pascal (1904), ovvero nell’episodio del signor Oreste che immagina l’inaspettato aprirsi di uno squarcio nel cielo di carta del teatro dei burattini, rivelando alle marionette la loro stessa condizione e un luogo fino a quel momento del tutto ignorato al di là dei confini del teatrino che ritenevano essere il loro unico e intero mondo. Nello specifico, è vero, a Pirandello interessava la manipolazione e l’inganno sociale al quali ognuno è sottoposto; per dirla con le parole stesse del sig. Oreste: “ogni sorta di mali influssi penetrerebbero nella scena”. Ma se cerchiamo di immaginare il teatrino con il cielo strappato che denuda i meccanismi e i comandi di scena, facilmente potremo comprendere lo smarrimento delle stesse marionette nello scoprirsi tali. Torneremo su questa geniale pagina più avanti.
Eppure, leggendo i versi di Montale si percepisce un’allusione sfuggente, un impedimento a svelare la verità appena conseguita, o forse soltanto una demoralizzata resa di fronte alla sua imprevedibile complessità.Precocemente, nella poesia I limoni, composta tra 1921 e 1922 scriveva:
Vedi, in questi silenzi in cui le cose s'abbandonano e sembrano vicine a tradire il loro ultimo segreto, talora ci si aspetta di scoprire uno sbaglio di Natura, il punto morto del mondo, l'anello che non tiene, il filo da disbrogliare che finalmente ci metta nel mezzo di una verità.
In questi versi centrali della poesia, appare già chiarissimo il sospetto, qua ancora solo immaginato, che esista un amministratore occulto che ha predisposto l’universo attorno a noi, qua definito “Natura”, e ne sorveglia il funzionamento; ma per la sua stessa complessità, il sistema è imperfetto e in particolarissime condizioni rischia di rivelare involontariamente i segreti che avrebbe il compito di mantenere a noi celati. Stupende le immagini allegoriche che Montale elabora per identificare questi momenti di rottura: “i silenzi” nel corso dei quali le cose si rilassano e abbassano la guardia possono mostrarci “il punto morto del mondo”, come l’innaturale quiete nell’occhio del ciclone, non dissimile dalla mortale bonaccia descritta da Conrad ne La sottile linea d’ombra per il medesimo valore iniziatico verso la scoperta della verità su se stessi e sul tutto; un “anello che non tiene” nella catena di inganni che in ogni momento ci circondano, e infine “il filo da sbrogliare”, un già labirinto borgesiano ante litteram al centro del quale si cela la verità. Ma le nostre possibilità di successo sono poche, o meglio: il successo o l’insuccesso prescindono il nostro intervento e all’inizio della successiva strofa, sconsolatamente Montale scriveva:
Ma l'illusione manca e ci riporta il tempo nelle città rumorose dove l'azzurro si mostra soltanto a pezzi, in alto, tra le cimase.
Evidentemente il tempo torna a essere artefice o strumento del nostro essere trascinati via dal flusso incessante degli eventi. L’anello che non tiene e poi il “filo da sbrogliare” ci conducono “nel mezzo di una verità” ma indagare al suo interno, frugare intorno come scrive Montale non conduce a niente, come emergere in un luogo senza orizzonte visibile né punti di riferimento. Non senza un pizzico di scherno la Natura ci dà un assaggio della verità senza che possiamo trarne alcunché. L’unico esito possibile è tornare nella zona grigia, la poesia prosegue infatti con i versi:
La pioggia stanca la terra, di poi; s’affolta il tedio dell’inverno sulle case, la luce si fa avara – amara l’anima.
Dopo un isolato istante visionario, involontariamente epifanico, la routine torna a guidare le giornate, l’opacità e il tedio si depositano saldamente sulle spalle di ciascuno e a poco a poco la nostra vita tra muri ristretti torna a essere la condizione normale.
In quegli stessi anni tra il 1919 e il 1921, in Russia lo scrittore Evgenij Zamjatin scriveva Noi, considerato il primo romanzo distopico della letteratura moderna; censurato in URSS, fu pubblicato in inglese a New York nel 1924 e narrava della vita oppressa e rigidamente controllata da un’entità tanto reale quanto avvolta da un alone di misticismo e sacralità: il Benefattore. Il romanzo estremizzava le potenzialità di controllo del sistema, arrivando a codificare persino il numero di masticazioni ammesse durante i pasti, in modo da non ostacolare il progresso con inutili attardamenti; un vero precursore di 1984. Pochi anni dopo, nel 1932, Aldous Huxley pubblicò Brave New World (Il mondo nuovo), teorizzando uno schema simile a Noi, nel quale tuttavia i protagonisti vivevano apparentemente felici in una beata ignoranza, pur nella privazione di ogni libertà e sotto la più totale manipolazione.
Dopo l’esperienza storica dei regimi totalitari, questa inclinazione della letteratura paradossalmente si rinvigorì, assistendo impotente al semplice spostarsi e ampliarsi del centro di controllo sulle masse: nel 1964 Philip K. Dick scrisse La penultima verità, calcando la mano sulla potenza dei mass media ai danni di un’umanità relegata e inconsapevole nelle viscere della terra per sfuggire a una guerra nucleare totale che si combatte sopra le loro teste, e in realtà conclusa in realtà da anni e anni, a vantaggio di una ristretta élite planetaria che ha sta colonizzando nel lusso la superficie del pianeta. La manipolazione della realtà raggiunse il proprio vertice, credo, nel 1971, ovvero quando Stanislaw Lem scrisse il geniale Il congresso di futurologia, nel quale immaginava un’umanità completamente estraniata dalla realtà dall’uso di psicofarmaci capaci di indurre a credere di vivere la vita perfetta, nella quale ognuno è in grado di soddisfare qualsiasi desiderio con la semplice assunzione del giusto prodotto. Infine, nel 1995, con il romanzo Cecità, Josè Saramago non fece altro che ribadire il concetto, descrivendo una devastante epidemia dall’inconfutabile valore allegorico che rendeva ciechi; solo allora, privati del più ingannevole tra i sensi, gli uomini si rendevano conto della loro reale natura.
In questi romanzi quindi, abbiamo visto in azione dittatori, leader senza scrupoli alle leve del potere, alieni sperimentatori; tutti pronti ad approfittare dell’ingenuità delle masse. Ma era tutta farina del nostro universo conosciuto e anche Montale, tornando a Forse un mattino andando, sembrava aver rivolto la sua attenzione a un mondo tutto terreno, sfuggente e ingannatore, ma terreno, nel quale probabilmente siamo caduti vittime di noi stessi.
Le cose stavano per cambiare.
Altri mondi, altri tempi
La letteratura occidentale aveva già tentato l’esplorazione verso altri mondi rispetto al nostro, ma si trattava comunque di viaggi dislocati sul nostro piano materiale. Lo stesso viaggio ultraterreno di Dante (e altri prima di lui) era stato per due terzi saldamente terrestre e anche la stessa ascensione verso il Paradiso altro non era che un “trasumanar”, come scrive all’inizio dell’ultima cantica, ovvero una sorta di trasmutazione dalla goffa condizione umana, necessaria per solcare il cieli, comunque fisici, verso l’ultima frontiera: l’Empireo. E qui, in effetti, la percezione del poeta, per quanto amplificata miracolosamente all’uopo, vacillava, e questo perché l’Empireo non era più pertinenza di una dimensione fisica ma piuttosto una dimensione spirituale, senza più spazio né senza tempo; in altre parole, il concetto di infinito mutava da una connotazione quantitativa a una qualitativa, ovvero Dio stesso che assomma in sé tutte le cose. Difficile spingersi oltre per la metafisica medievale.
Tornando agli inizi del XIX secolo, più precisamente dal 1917 al 1935, si colloca anche la parte più sostanziosa dell’opera dello scrittore statunitense Howard P. Lovecraft. Nella sua mastodontica produzione, la concezione dell’universo iniziò a cambiare: materialmente parlando, immaginò un universo non euclideo – all’interno del quale il nostro era solo una piccola frazione insignificante – nel quale le leggi della fisica e della geometria che noi conosciamo non valevano più. Immaginò divinità provenienti dagli abissi del tempo e dello spazio, capaci di manipolare sia il primo che il secondo. Era un luogo nuovo, le cui molteplici dimensioni erano accessibili attraverso l’iperspazio, più una ulteriore dimensione, il tempo, ovviamente non lineare: un grimaldello essenziale a creare i molteplici intrecci dello spazio. Nelle nostre limitate menti umane, nel momento in cui tutto questo si palesava, non poteva che indurre sgomento, follia e un indicibile quanto primordiale orrore.
Al di là dei contenuti narrativi, rispetto al nostro discorso ci interessa soprattutto l’idea che la realtà iniziasse ad avere molteplici declinazioni; il multiverso narrato da Lovecraft contiene infiniti universi ognuno dei quali con uno sviluppo proprio e indipendente; solo le divinità hanno il potere di varcare i limiti fisici e cronologici tra gli universi, distorcendone le linee spazio-temporali, in genere con effetti devastanti per gli uomini.
Scientificamente parlando, il multiverso sarà teorizzato solo nel ’57 da Hugh Everett III e il suo modello più volte studiato e perfezionato.
Stringendo il fuoco sulla percezione del tempo, già nel 1905 Albert Einstein, elaborando la teoria della relatività ristretta, ipotizzò che lo spazio-tempo non fosse costante ma variasse all’aumentare della velocità dell’osservatore e dieci anni dopo, nella teoria della Relatività generale, teorizzò che tali deformazioni si verificano anche in presenza di fenomeni gravitazionali intensi.
Il tempo, specialmente nella fattispecie della memoria che resiste o di forza antagonista che distrugge, è sempre stato un fedele compagno della poesia di ogni epoca; ma adesso, con le nuove teorie, la battaglia ingaggiata contro il tempo dominatore indiscusso delle nostre esistenze, si sposta su un piano superiore, rispetto al quale l’uomo non ha più potere.
Montale, attentissimo e sensibile a questo universo in evoluzione, quando nel 1939 scrisse la poesia La casa dei doganieri, saggiò l’inaffidabile strumento del ricordo e della memoria esattamente per sperimentare il diverso scorrere del tempo, il suo accelerare fino a sfuggire. I due protagonisti (uno è il poeta stesso, l’altra una compagna della sua giovinezza, verosimilmente Arletta) vissero lo stesso evento da prospettive completamente diverse, le due storie proseguirono parallelamente e in sostanziale equilibrio fino a quel momento, ovvero fino a quando Montale non decise di forzare l’equilibrio per ottenere delle risposte; l’unico modo per riuscirci fu far sì che i fili delle due storie si curvassero fino a incrociarsi alla ricerca di un’improbabile ricucitura. Il risultato sarà catastrofico, anticipando di trent’anni la teoria matematica omonima, ma in perfetto accordo con le teorie di Lovecraft secondo le quali, come detto poco sopra, ad ogni interferenza dimensionale corrisponde un evento distruttivo per l’uomo.
Ma l’ossessione per il tempo non si manifestava solo come interrogativo sulla sua natura fisica o sulla sua tirannia sociale, ma anche come crisi della sua percezione interna. In Francia, Marcel Proust si dedicava all’immensa opera Alla ricerca del tempo perduto (1913-1927), scardinando a suo modo l’idea di un tempo lineare, oggettivo, misurabile dall’orologio, in favore della sua durata, teorizzata dal filosofo Henri Bergson. Per Proust, la vera realtà del tempo non risiedeva nella cronologia, ma nella sua soggettività: il passato non è quindi perduto, ma conservato intatto, pronto a riemergere attraverso l’improvvisa fessura della memoria involontaria, secondo un meccanismo ormai noto – il celebre miracolo della madeleine. Questa epifania, questo squarcio nel tessuto opaco dell’abitudine, è del tutto affine all’inciampo improvviso della routine quotidiana che Montale identifica come varco o miracolo. Entrambi gli eventi – la madeleine di Proust e l’aria di vetro di Montale – costituiscono un’anomalia momentanea che arresta il flusso addomesticato della vita, consentendo al poeta di vedere oltre lo schermo dell”inganno consueto”. Tuttavia, se per Proust la ricomposizione del passato tramite il ricordo è un atto salvifico, per Montale la visione è quasi sempre drammatica e il sapere comporta un prezzo salato da pagare.
Lo scenario culturale era certamente ben più ricco e definito nel dicembre del 1968, quando scrisse la poesia Tempo e tempi, per la raccolta Satura, opera che per molti versi possiamo considerare la versione rivelata di Forse un mattino andando.
Non c'è un unico tempo: ci sono molti nastri che paralleli slittano spesso in senso contrario e raramente s'intersecano. È quando si palesa la sola verità che, disvelata, viene subito espunta da chi sorveglia i congegni e gli scambi. E si ripiomba poi nell'unico tempo. Ma in quell'attimo solo i pochi viventi si sono riconosciuti per dirsi addio, non arrivederci.
Le diverse linee cronotopiche (al di là del modello fisico-matematico elaborato da Hermann Minkowski nel 1908 che puntava proprio a unificare le tre dimensioni spaziali a quella temporale) che costituiscono la base narrativa della poesia Tempo e tempi, sono certamente debitrici della letteratura di Jorge Luis Borges (1899-1986), che in effetti Montale conosceva molto bene. Per l’autore argentino, il tempo era una vera ossessione; nella raccolta di racconti Finzioni (1944), immaginò innumerevoli trasformazioni e manipolazioni della percezione del tempo, fino alla sua stessa negazione. Nella raccolta trovò adeguata collocazione anche Il giardino dei sentieri che si biforcano, già pubblicato nel 1941, fantasmagorico racconto a incastri nel quale Borge aveva riproposto in chiave innovativa un tema ricorrente della narrativa fin dai tempi più remoti: il labirinto. Borges naturalmente andò ben oltre il simbolismo allegorico tradizionale: il labirinto, elevato esso stesso a innumerevoli dimensioni, divenne simbolo dell’esistenza multipla che ognuno di noi vive nello stesso istante in infiniti mondi diversi. Secondo la lettura di Borges, infatti, ognuno di noi vive infinite vite parallele che si dipanano (verbo molto montaliano de La casa dei doganieri) su piani esistenziali e temporali diversi; alcuni di essi sono vicini al nostro, con divergenze minime, altri si allontanano progressivamente per divenire poi profondamente diversi. Il senso del titolo del racconto vuole identificare proprio questa incessante mutevolezza delle nostre storie: ogni volta che affrontiamo una scelta nella vita, decidiamo un nuovo tracciato per il nostro destino e ne escludiamo altri. Tuttavia, i sentieri scartati muoiono nel nulla: in un altro universo, una versione alternativa di noi potrebbe scegliere diversamente, producendo cause ed effetti del tutto nuove delle quali tuttavia non avremo mai cognizione, perché su altri universi. Ma sappiamo anche che “mai” è un avverbio rischioso da spendere: proprio dal racconto omonimo, apprendiamo che Il giardino dei sentieri che si biforcano è in realtà il titolo di un libro caotico e inestricabile, scritto dal maestro Ts’ui Pên – un grande appassionato di labirinti e in cerca del labirinto perfetto (il labirinto multidimensionale di cui si diceva sopra) – il quale era riuscito a elaborare un libro\labirinto capace di osservare tutte le possibili e infinite varianti contemporaneamente, pur rimanendo ognuna nella propria singolarità e proprio su questa possibilità di vedere cosa c’è di là cadde la curiosità di Montale. Vale la pena di ricordare quanto questa idea tornasse ad avvicinarsi alla concezione dantesca della singolarità cosmologica dell’Empireo e di Dio ovviamente, nel cui pensiero è tutto formato e concepito, dall’inizio alla fine.
Ponte tra il primo e il secondo Montale è certamente ancora Pirandello (1867-1936). Se il grande maestro agrigentino, assistendo al crollo delle certezze filosofiche e ideologiche del proprio tempo teorizzò che non vi fosse più spazio per verità assolute, andando piuttosto a sbriciolare qualsiasi reperto delle certezze ottocentesche, al contrario, il relativismo pirandelliano impose un nuovo modo di rapportarsi dell’individuo al mondo esterno: dal punto di vista psicologico, la personalità dell’individuo cessava di esistere in quanto tale, sfaccettata nelle infinite versioni che gli altri hanno di noi, nascosta dietro una maschera che la società ci impone e noi stessi ci accettiamo di indossare, finendo per dimenticare la nostra vera identità.
La stessa percezione delle cose andava sfumando, giacché non poteva più sussistere alcuna verità oggettiva, essa stessa rimodellata secondo le proprie percezioni. Sommando i due aspetti, l’inevitabile conclusione era che ognuno viveva in un mondo sostanzialmente fittizio, dove niente è ciò che sembra.
Non esiste un unico tempo ma molteplici, rappresentati da nastri (nella poesia La casa dei doganieri era un “filo”, in Cigola la carrucola del pozzo la corda del secchio con la quale si risale la china del tempo passato) che si muovono con velocità e direzioni e addirittura versi diversi e, scrive Montale, “raramente s’intersecano”. L’intreccio delle diverse linee cronotopiche è dunque l’eccezione, la breccia indesiderata e inaspettata: quando si manifesta, nonostante il solerte intervento mascheratore del sorvegliante preposto, sbirciando fugacemente al suo interno stavolta non c’è più il “nulla” ma un lavorio di scambi e ingranaggi. A ben vedere, gli uni e gli altri determinano movimenti stabiliti, rispetto ai quali, nessuno ha potere di modificarne il corso o l’esito. Torna in mente il lontano 1802, quando Ugo Foscolo pubblicava il romanzo Le ultime lettere di Jacopo Ortis, e in particolare nella lettera da Ventimiglia definiva anche i più ambiziosi tra gli uomini nient’altro che “cieche ruote dell’oriuolo”, ciechi ingranaggi di un orologio, relegati nel buio della cassa a ripetere incessante il proprio movimento senza alcuna coscienza dell’insieme.
Per Montale questa sorta di effrazione è sempre prontamente riparata e il flusso principale ripristinato, ma rimangono da gestire i testimoni oculari dell’evento. l poeta li definisce “i pochi viventi”, l’opposto di coloro “che non si voltano” di Forse un mattino andando, ovvero coloro che hanno deposto ogni desiderio di vedere oltre, di elevarsi dalla condizione di cieco ingranaggio al servizio di ignoti meccanismi; in breve, coloro che hanno rinunciato di vivere la vita consapevolmente.
Nell’istante in cui questi nastri si intersecano, i “viventi” si riconoscono, non sono le ombre stampate “sopra uno scalcinato muro!” (Montale, Non chiederci la parola, da Ossi di seppia, 1925), in loro c’è spessore, c’è personalità, c’è volontà; ma le forze opposte sono troppo forti: il magico attimo della visione che ha consentito il reciproco incontro nell’istante in cui si è palesato già si esaurisce; come un battito di ciglia, la fessura appena aperta si è già richiusa. E non accadrà una seconda volta.
Il pessimismo esistenziale montaliano ha di nuovo il sopravvento, in Tempo e tempi ci ha dato qualche indizio in più ma il risultato non cambia: la desolata solitudine resta tale anzi, tutto sommato si aggrava, poiché ad essa si aggiunge la consapevolezza che è il frutto di un incontro mancato, o forse negato. Montale, in realtà, in questa poesia è voluto tornare tra le rovine del suo passato nel tentativo di comprendere ciò che in fondo ha sempre saputo, e in forme diverse aveva già scritto: le scelte della vita, come davanti a ogni sentiero che si biforca, ci instradano sempre più addentro un universo e una striscia temporale che ne taglia via altre, i varchi, le crepe, gli svelamenti non conducono a nient’altro che a nuovo dolore, aggiungendo frustrazione, smarrimento e perdita. Se rileggiamo in quest’ottica La casa dei doganieri, risulteranno di una pesantezza granitica i versi: “tu non ricordi; altro tempo frastorna \ la tua memoria; un filo s’addipana”, nonché terribilmente profetici di quanto sarà sviluppato in seguito.
Montale chiude il cerchio delle sue riflessioni, almeno per quanto concerne il nostro percorso, con la poesia Tempo e tempi II (1979), più un’ultimissima appendice nella poesia Quartetto (1979-’80).
Tempo e tempi II
Da quando il tempo-spazio non è più
due parole diverse per una sola entità
pare non abbia più senso la parola esistere.
C’era un lui con un peso, un suono, forse un’anima e un destino eventuale, chissà come. Ora bisogna sentirselo dire: tu sei tu in qualche rara eccezione perché per distinguersi occorre un altro, uno con un sottile artifizio supponiamo diverso da noi, uno scandalo! [...]
E conclude con il verso “Ah sì, c’è sempre la malefica \ invenzione del tempo!”.
Punto fermo, sia in Forse un mattino andando in un’aria di vetro che in Tempo e tempi, è stato l’immediato affannarsi di un’entità superiore per a ricucire gli involontari strappi dai quali è inopportunamente fuoriuscita una verità alternativa e destabilizzante.
È interessante osservare come nella poesia del ’68 il vuoto della prima sia riempito da un nuovo modo di concepire la stessa esistenza. La dimensione inseparabile dello spazio-tempo scardina la stessa concezione di sé: ormai nessuno riesce più ad ancorarsi a un punto fermo, la presenza dell’altro diviene indispensabile, in una sorta di relatività relazionale. Nella “rara eccezione” sopravvive l’eco lontana del miracolo, ma forse in una prospettiva completamente ribaltata. Nel primo Montale, il miracolo spesso giungeva a destabilizzare la vita dell’individuo, adesso sembra l’unica chance per qualificarsi. Trovo straordinaria l’intuizione del poeta che evidenzia l’indispensabile ruolo dell’altro per questa identificazione, e mi domando cosa scriverebbe oggi, osservando il nostro proiettarci e navigare in un mondo digitale e impalpabile, fatto di avatar e profili. In effetti, anche se in un modo che forse Montale non aveva immaginato, la nostra immagine digitale e virtuale, travalica i confini dello spazio e soprattutto del tempo, cristallizzando le esistenze in una condizione sempre più sfasata dalla realtà. E di questo fenomeno, a maggior ragione dopo l’irruzione dell’intelligenza artificiale, siamo appena all’inizio.
Ed eccoci all’ultimo passaggio: la poesia Quartetto, dalla raccolta Altri versi. Come Cigola la carrucola del pozzo, l’occasione è il confronto con un’immagine distante nel tempo: là era un recupero memoriale, qua il fortuito incontro con una foto dimenticata “ripescata dal fondo di un cassetto”, scattata con un gruppo di amici a Siena. L’immagine, teoricamente appuntabile su di un giorno esatto del calendario di tanti anni fa, forse quaranta, o “forse zero” diviene come contesa nell’intera scala del non-tempo, che da un lato lo si percepisce come incombente, dall’altra si distende in una scala che va dall’infinito al punto senza dimensione.
Non credo al tempo, al big bang, a nulla che misuri gli eventi in un prima e in un dopo. Suppongo che a qualcuno, a qualcosa convenga l’attributo di essente. In quel giorno eri tu. Ma per quanto, ma come? Ed ecco che rispunta la nozione esecrabile del tempo.

La contestualizzazione storica della poesia di Montale è ottima, e lo stesso vale per i collegamenti con altri autori (mai avrei pensato di trovare un punto di contatto tra lui e Philip K. Dick!). 🙂
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È una traccia interessante, della quale nell’articolo c’è appena un accenno. Potrebbe essere l’argomento di futuri studi.
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