Recentemente mi è capitato di ripercorrere una fra le escursioni a mio giudizio più belle (e abbordabili) da compiersi in una giornata sulle Alpi Apuane: dal paese di Fornovolasco fino al Monte Forato e ritorno. L’anello che vi propongo è ricchissimo di testimonianze geologiche (delle quali non so dirvi molto), storiche, archeologiche e ovviamente paesaggistiche e naturalistiche.
L’escursione non presenta difficoltà di rilievo se non quelle di ordinaria prudenza sui sentieri di montagna. Faccio notare però che il dislivello in salita è almeno di 650 metri (di più se partite dal centro del paese) e quindi l’ascesa potrebbe risultare faticosa e per ripetere l’itinerario dovete mettere in conto circa 4-5 ore complessive di cammino, più le soste. Ovviamente è superfluo raccomandare abbigliamento adatto, secondo le stagioni, e comunque scarponi da montagna in buone condizioni, k-way o poncho per fronteggiare acquazzoni improvvisi (non rari anche in tempo di siccità) e acqua da bere.
Per comodità ho diviso il percorso in tre tappe: dal parcheggio al Monte Forato; dal Monte Forato alla Foce di Petrosciana; dalla Foce di Petrosciana al parcheggio. Vediamoli.

1. Dal parcheggio al Monte Forato

Noi abbiamo deciso di parcheggiare sulla Via di San Pellegrinetto, a ovest di Fornovolasco, nei pressi del tornante che con un ponte valica il torrente Turrite di Gallicano. Da lì inizia la salita lungo il sentiero CAI 6. Fin da subito è importante addentrarsi con lo sguardo ai lati del sentiero verso il fitto della boscaglia per osservare con quanta energia e risorse la mano degli uomini nei secoli passati addomesticò le ripide pendici, erigendo poderose opere di terrazzamento, rendendole adatte alla coltivazione e la cura del bosco. In particolare ne incontriamo subito una che sostiene il pendio a monte del sentiero, costruita con un muro a secco con pietre squadrate di dimensioni molto ragguardevoli; al di sopra sorgono ancora i ruderi di un metato, ovvero un piccolo casolare di due piani utilizzato nei tempi passati per la raccolta e l’essiccazione delle castagne.
Proseguendo, dopo non molte decine di metri si incontra una piccola marginetta, con una scultura marmorea a bassorilievo della Madonna col Bambino.

Proseguendo ancora, in corrispondenza di una bacheca di legno con istruzioni e norme da seguire in caso di emergenza, si possono vedere chiaramente i gradini del sentiero laterale che in pochi passi sale alla Tana che urla, celebre grotta carsica, praticabile sono con attrezzatura speleologica. La salita all’imboccatura della grotta è comunque molto suggestiva, almeno quanto l’ingresso della grotta stessa. Spesso vi si trova una colonia di pipistrelli e addentrandosi fino alla fine del pavimento si ode il forte gorgogliare dell’impetuoso fiume sotterraneo che dà il nome alla grotta. Il suono dell’acqua infatti, risalendo amplificato dall’imbuto della grotta, nei giorni di piena sembra un grido rabbioso.

Tornati sul sentiero principale, si prosegue lungo il torrente fino al bivio con il sentiero CAI 12 che imboccheremo, sulla destra. La salita è decisa e costante ma senza particolari difficoltà, attraverso un bosco molto fitto. Le rocce emergenti sono molte, quindi è necessaria attenzione per evitare spiacevoli inciampi. In particolare, ad una precisa quota si possono osservare interessanti affioramenti di roccia che gli esperti definisco metavulcanica, molto porosa, che è parte degli strati inferiori delle Apuane, riportati poi alla luce dagli sconvolgimenti tettonici. Questi antichi affioramenti si alternano alle rocce carsiche che caratterizzano maggiormente tutta la catena, e che giustificano l’altissimo numero di grotte.
La salita procede piacevolmente, incrociando antichi metati, alcuni semidiroccati, altri completamente restaurati, ma dopo l’incrocio con il CAI 131 – ricordiamo questa deviazione perché servirà al ritorno, proseguiamo sul 12 – si fa più ripida.

Dopo circa due ore di salita si arriva ai piedi della cima meridionale del Monte Forato (1230 m) e già da lì è visibile lo spettacolare Arco del Forato, uno degli archi naturali più grandi in Italia, formatosi per l’erosione di acqua e vento. Da quella grandiosa finestra si apre lo sguardo sulla sottostante Alta Versilia. Attenzione alla parete pressoché verticale su quel lato per cui, specialmente se soffrite di vertigini, tenetevi a distanza adeguata dal bordo. Dall’altra parte possiamo osservare con una certa soddisfazione il premio della nostra fatica, con i piccoli tetti di Fornovolasco, laggiù piccoli e lontani, incastrati nella strettissima valle della Turrite di Gallicano.

Chi si sente sufficientemente esperto e sicuro può salire sulla cima sud oppure attraversare da sopra l’arco di roccia. Noi proseguiamo da sotto, verso la seconda cima (1204 m). Poco dopo l’arco, tenendosi vicini al crinale si può accedere ad una postazione di vedetta della Seconda Guerra Mondiale. La trincea di accesso tagliata nella roccia, l’osservatorio spettacolare che spazia fino al mare e il riparo in grotta facevano parte della Linea Gotica, la massiccia linea difensiva preparata dai Tedeschi nel tentativo di ostacolare l’avanzata degli Alleati.

Tornati sul sentiero, in poche decine di metri si conquista la vetta nord, dalla quale si gode un panorama mozzafiato, soprattutto per la presenza monumentale della massiccio della Pania della Croce, che si mostra con il levigato versante della Costa Pulita.

Prendetevi tutto il tempo necessario per ammirare ogni angolo dei questa incredibile veduta a 360 gradi dal mare fino all’Appennino interno con l’inconfondibile cresta delle Alpi Apuane, da sud a nord: Monte Matanna, Procinto, Nona, Croce, e poi la Pania della Croce, con l’Uomo morto e la Pania Secca e poi ancora oltre, nella zona dei marmi.

La Pania della Croce, versante della Costa Pulita

2. Dal Monte Forato alla Foce di Petrosciana

Iniziamo quindi la discesa sullo stesso CAI 12 che ci ha portati fino in vetta, prestando particolare attenzione al primo tratto, ripido e cedevole per il fondo con molti ciottoli smossi. Si scende fino ad incrociare il sentiero CAI 131 che imboccheremo in direzione sud, verso la Foce di Petrosciana. Il sentiero sale leggermente con un fondo molto comodo, morbidissimo, ed è circondato da un fitto bosco incredibilmente silenzioso. Ci siamo fermati più volte per godere di un insolito silenzio: né il più lieve stormire delle fronde né un cinguettio o un movimento nella vegetazione. Quel tratto delle Apuane si trova al di sotto di una rotta aerea molto trafficata e quindi il rombo degli jet è purtroppo un’interruzione frequente ma il quel primo pomeriggio era tutto assolutamente immoto.

Dopo pochi minuti ci ritroviamo in un tratto decisamente magico. Sul versante a monte inizia ad aprirsi una nutrita serie di cavità naturali di origine carsica costituite da grandi grottoni e piccole e medie aperture, sbocco superficiale di antichi fiumi sotterranei. Si possono facilmente riconoscere anche le rovine della volta d’ingresso di un’altra grande grotta, adesso arretrata di molti metri.

Molte di queste cavità sono state utilizzate pressoché ininterrottamente sin da epoche lontanissime, dalla preistoria fino ad anni relativamente recenti, come ricovero per le persone e per gli animali durante il pascolo o la transumanza. È facile trovare all’interno muretti nati per recintare e pozze d’acqua di stillicidio sistemate come abbeveratoio.

Dopo le tre monumentali aperture delle grotte di Pietramolla, con tutti gli annessi minori, torniamo sui nostri passi per imbatterci in una particolarità. Il sentiero attraversa un masso che presenta la superficie modellata a punta metallica. A prima vista parrebbe semplicemente una regolarizzazione del fondo ma in realtà si può osservare che la lavorazione non si è limitata a ripianare una sporgenza ma piuttosto a scavare una vaschetta dal perimetro incerto e slargato, all’interno della quale ve n’è un’altra quadrangolare dal perimetro ben più preciso, sebbene danneggiata dall’inconsapevole passaggio degli escursionisti e dall’erosione secolare. La regolarizzazione geometrica, le tracce della lavorazione e la vicinanza con le grotte suggeriscono un’origine artificiale, forse lustrale.

Poco oltre, sempre sul versante a monte si apre una seconda serie di grotte naturali, il cui utilizzo umano è evidente. Sono sempre restio a utilizzare aggettivi tali da indurre facili suggestioni ma veramente quello slargo ha qualche potere che sfugge alla comprensione razionale. La parete rocciosa è perforata da numero aperture di varia dimensione e su più livelli, alcune sono ormai completamente fossili ma in altre sezioni l’acqua svolge ancora la sua vitale funzione modellatrice e rigeneratrice. Frescura e verdura appaiono evidenti e nel silenzio irreale di quel giorno fin da diversi metri di distanza di percepiva echeggiante il cristallino gocciolare all’interno di una vasca di origine naturale e poi adattata dalla mano dell’uomo per farne un abbeveratoio per gli animali.
Verso il margine destro della parete non sfuggirà il profilo triangolare di una piccola cavità sul cui utilizzo non azzardo ipotesi.

Come ho già scritto, sebbene rimanga sempre piacevolmente colpito da luoghi fuori dell’originario, non sono incline a facili suggestioni, tuttavia quest’angolo di bosco silenzioso, col suo anfiteatro di grotte dal morbido profilo tondeggiante non lascia indifferenti e davvero sembra di attraversare, solo per poche decine di metri, forse appena un centinaio, un luogo dal potere particolare e fuori dall’ordinario. Ciascuno si prenda il tempo necessario per esplorare ogni anfratto, ogni scintillante stillicidio, ogni cascata di vegetazione, dopodiché non rimarranno che pochi altri passi per raggiungere la Foce di Petrosciana.

3. Dalla Foce di Petrosciana al parcheggio

Dopo aver ammirato il panorama e soprattutto le impressionanti vedute della torre del Procinto, del Monte Nona, Croce e sullo sfondo del Matanna possiamo iniziare la discesa seguendo il sentiero CAI 12. Il percorso che ci accingiamo a percorrere è una delle innumerevoli varianti della viabilità medievale legate alla via Francigena, in particolare una scorciatoia che collegava l’alta Versilia con le valli della Garfagnana valicando la cresta della Apuane.

Il sentiero scende piuttosto ripidamente all’interno di un bosco molto ombroso, e la vegetazione del sottobosco via via che si perde quota si fa sempre più ricca in ragione della maggiore presenza d’acqua, difatti ben presto il sentiero inizia a seguire il letto del Torrente Caraglione, impetuoso durante le piogge, apparentemente asciutto in assenza di precipitazioni. Vi invito a osservare l’imponente lavoro di erosione delle acque che hanno solcato e modellato profondamente la roccia. In anni relativamente recenti vi sono state piene disastrose e purtroppo anche la manutenzione del sentiero, oltre che la sicurezza della valle, è assai difficoltosa.
Lungo il percorso si incontrano numerose varietà di fiori e con essi diverse specie di farfalle e altri insetti impollinatori.

Quando il sentiero incontra un vasto slargo sulla sponda destra del torrente, si possono osservare gli interessanti ruderi della Chiesaccia, resti di un antico edificio di culto, citato nell’Estimo del 1260 delle pertinenze della Diocesi di Lucca come “Hospitale”, ovvero luogo che forniva ospitalità, rifugio e ristoro per coloro che si trovavano in transito sulla strada. La chiesa, dedicata a Santa Maria Maddalena, è in realtà ben più antica, databile su base stilistica almeno all’XI secolo.

Su questo luogo si sono stratificate storie e leggende, in particolare derivate dal toponimo dispregiativo: si racconta infatti che i frati agostiniani che presiedevano l’ospedale erano tutt’altro che pii e accoglienti e si davano piuttosto alle ruberie dei malcapitati viandanti o addirittura, secondo una versione più raccapricciante, durante la notte li assalivano nel sonno per cibarsene. Ovviamente niente di tutto questo accadde realmente: chiesaccia, come muraccia, castellaccio e via dicendo sono frequentissimi toponimi che vengono associati a edifici ormai in rovina.
Degli edifici dell’ospedale si scorgono poche labili tracce, della chiesa rimane il perimetro, in parte ricostruito nei secoli e la facciata, al centro della quale spicca un portale romanico, con lunetta e architrave sorretto da mensole con piccole protomi antropomorfe, una delle quali ancora ben leggibile. L’edificio è fortemente interrato, tanto che l’architrave del portale d’ingresso si eleva ormai di poche decine di centimetri da terra.
In passato il sito è stato in condizioni migliori ma stavolta l’ho trovato completamente abbandonato, con erba alta infestante e rampicanti.

Riprendiamo il sentiero in direzione Fornovolasco. Dopo pochi minuti si fa più abbondante la presenza di acqua risorgiva che si convoglia verso il corso principale, ancora apparentemente asciutto. In realtà dopo pochi minuti si avverte rumore di acqua impetuosa: si tratta del riemergere in superficie dallo sbocco di una gora di abbondantissima acqua, un tempo utilizzata per muovere le macine di un mulino del quale si possono osservare i resti poco più avanti.

La Turrite continua la sua discesa con belle cascate e pozze d’acqua limpidissima e il sentiero, dopo un breve salita si incontrerà il bivio con la salita del CAI 12, intrapresa all’inizio del giro. Superata la Tana che Urla, inizierà l’ultima discesa per arrivare al luogo del parcheggio.

Spero che questo resoconto vi abbia incuriosito e, nel caso passaste da quelle parte, vi sia d’invito a ripercorrerlo. Buona camminata a tutti.

Per altri approfondimenti: https://ilmontevecchio.travel.blog/2020/08/29/incisioni-rupestri-luce-storia/

2 pensieri riguardo “Da Fornovolasco al Monte Forato e ritorno

  1. Noi non siamo camminatori, però quei luoghi li conosciamo anche noi , perchè siamo andati molte volte a visitare le grotte. A Fonovolasco ci fermavamo in un delizioso ristorante vicino ad un
    fiumiciattolo e dopo andavamo a visitare le grotte, che a me hanno sempre fatto paura!!! Le grotte mi impressionano… ma a mio marito piacciono e pure ai miei figli che allora erano ancora in età da uscire con i genitori…. La nostra Toscana è tutta bella!!!! 🙂

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