Con grande acume poeti e romanzieri di quasi ogni epoca hanno tentato di stuzzicare una riflessione sul significato del concetto di “realtà”, mettendosi in cerca di un passaggio, un varco o semplicemente una falla attraverso i quali scoprire un significato più profondo della natura che ci circonda. È un gioco? Una lettura allegorica? sono fantasie creative? Gli scrittori certamente amano il linguaggio simbolico e lo sfruttano come un’arma formidabile e hanno percorso strade diverse per giungere tuttavia a una destinazione comune, ovvero il tentativo di spiegare – se non dimostrare – che il vero mondo reale potrebbe essere al di là della nostra comprensione perché anche oltre la nostra facoltà di percezione. In altre parole la verità è di fatto irraggiungibile e qualsiasi cosa accada da un lato non produce effetti dall’altro, a meno che non vi sia qualcuno che dirige i giochi al di sopra delle parti e che può interferire secondo scopi ben precisi. In verità una prima esplicazione in tal senso potremmo trovarla all’origine stessa della letteratura e nei suoi miti, nei quali bizzosi o virtuosi dei e semidei interagiscono quotidianamente con la vita dei comuni mortali mettendo in gioco poste che gli umani nemmeno comprendono; del resto, ancora alla fine del Medioevo, Dante portava compimento il suo incredibile viaggio grazie alla benevola mediazione dell’amata Beatrice, per volere Divino. In seguito, fondendo generi letterari differenti, il Rinascimento lasciò che la magia – che si sostituisce agli dei di prima – irrompesse potentissima nei poemi epici, destabilizzando i rapporti forza umanamente intesi e moltiplicando gli esiti narrativi su una tavolozza pressoché infinita.
Nel suo oceanico Orlando furioso, Ariosto dà prova di eccezionale fantasia e lungimiranza e compie il primo geniale balzo nella modernità. Con l’uso della magia il mago Atlante crea un palazzo incantato nel quale attirare tutti i potenziali nemici del suo protetto, Ruggiero, e trattenerli con l’inganno. Così, prodi e virtuosi cavalieri si smarriscono al suo interno, perdendo non solo l’orientamento ma anche la cognizione del tempo per cui poche ore trascorse in quel luogo sono in realtà settimane e mesi al di fuori di esso. Tutti loro inseguono instancabilmente le proprie fissazioni, cresciute abnormemente fino a trasformarsi in ossessioni distruttive. Calvino ha scritto un commento memorabile di tali pagine, qui basterà ricordare come dentro quelle mura ognuno dei prigionieri, inconsapevoli della presenza degli altri, vede e sente solo ciò che vuole. Con acume, eleganza e un pizzico di malizia Ariosto mette in evidenza che il suo palazzo non va a modificare indole, psiche e carattere dei suoi abitanti, cosicché il mondo reale non ne risulti in alcun modo alterato; semplicemente non fa che liberare ed enfatizzare morbosamente ciò che le persone hanno dentro di sé. Idea cardine, questa, se con un balzo di molti secoli in avanti, nella sceneggiatura di Star Wars. L’Impero colpisce ancora durante l’addestramento jedi, il maestro Yoda invita il discepolo Luke Skywalker ad entrare nel fitto di una foresta minacciosa per superare una prova. Alla sua domanda: “Cosa c’è là dentro?” Yoda replica “Solo ciò che con te porterai”. Sebbene assolutamente geniale, dopo Ariosto questa idea di una realtà moltiplicata e soggettiva sembra scomparire e ancora di più l’attuazione dello sfasamento temporale.

Del resto Manzoni scoraggiava senza mezze misure la narrativa esclusivamente di fantasia poiché rischiava di annoiare presto, non avendo alcun appiglio con la vita vissuta delle persone e seguendo il filo del suo ragionamento e del suo progetto letterario non aveva nemmeno torto. Ad ogni modo, opera di fantasia o addirittura fantastica e mistificazione della realtà sono concetti differenti e a riprenderne il filo sarà la poesia dell’Ottocento avanzato. Charles Baudelaire iniziò infatti una nuova indagine della realtà proponendone una lettura simbolica e affamata di percezioni sensoriali, come se fino ad allora l’uomo fosse vissuto in gabbia, incapace di poter espandere le proprie ali e volare in alto verso un orizzonte più vasto e sul lato opposto la narrativa naturalista insisteva su modelli distillati da ogni ingerenza soggettiva dell’autore. Nonostante tutto, proprio nel corso del XIX secolo la letteratura fantastica ottiene in ogni caso la sua definitiva consacrazione: dopo il pionieristico Il castello di Otranto di Walpole (1794), si annoverano le opere di Mary Shelley (1797-1851), Edgar A. Poe (1809-1849), Robert L. Stevenson (1850-1894) e infine, fondatore della fantascienza in senso moderno, Jules Verne (1928-1905). Lo stesso Verga però, il maggiore esponente del Verismo italiano, nella strabiliante e riuscitissima novella Storie del castello di Trezza, porrà estrema attenzione ai nuovi modelli letterari, carichi di mistero, orrore e suggestione. Agli inizi del Novecento questa separazione è ormai netta ma si riveste di caratteri nuovi, ovvero le nuove scoperte nel campo della psicologia e dell’inconscio spalancano nuovi orizzonti da esplorare. Dalla fine del secolo precedente poi la matematica studia la Topologia ovvero geometrie e piani non euclidei stravolgendo quindi la definizione stessa del mondo reale, piegandolo e modificandolo fino alle n dimensioni.

Senza affrontare temi di Fisica moderna, Eugenio Montale fin dai tempi di Meriggiare pallido e assorto analizzava tuttavia lo scontro inevitabile tra spazi vasti e indefiniti e quelli angusti, ritagliati da muri minacciosi che escludono e separano, rendendo impossibile ogni attraversamento. Più esplicitamente, in Forse un mattino andando in un’aria di vetro scriveva esplicitamente circa uno “sbaglio” nella natura che per un istante si faceva cogliere di sorpresa mostrando il suo vero volto; dopo questo piede in fallo, la natura cercava di correre ai ripari, affannandosi a tirare su i soliti “schermi” per confonderci con l’inganno consueto. Sono i medesimi “errori” che torneranno nel mondo simulato del Congresso di futurologia di Stanislaw Lem e diverranno i celebri déjà-vu del film Matrix.
Montale concluderà e chiarirà il suo pensiero solo molti anni dopo, rivelando la vera consistenza di questo inganno: sono gli affanni che quotidianamente hanno il predominio e il controllo delle nostre azioni. descrivendo con chiarezza coloro che sono “convinti che la realtà sia quella che si vede”. Ma allora, cos’è la realtà? come riconoscerla?

continua…

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Un pensiero riguardo “Mondi e universi nella Letteratura. Realtà, fantasia e finzione a confronto. Prima parte

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