Continuando l’argomento del precedente articolo, nel nostro tempo la letteratura fantastica ha imboccato una nuova biforcazione: la prima guarda dentro ognuno di noi, nei propri vortici quotidiani; il secondo chiama in causa altri, pronti ad appropriarsi del nostro disagio per sfruttarlo. Il primo punto ha dato vita a numerosi romanzi e racconti di genere psicologico ma in particolare mi piace citare la qualificata penna di Shirley Jackson (1916-1956) che descrive con passione personaggi fragili che nella loro testa creano mondi visionari, distorti e ingannevoli, fatti di psicosi e mistero. I suoi protagonisti si chiudono talmente in sé da cadere prigionieri e vittime di un mondo separato, in continua espansione ed evoluzione, e il più delle volte mostruoso. Il narratore, sempre in bilico fra onnisciente e focalizzato, confonde il lettore dimostrando che il confine fra il reale e immaginario è una trina leggera e quasi invisibile poiché è la nostra mente a rendere le reali le cose secondo modalità autonome e non condivisibili. Il genio della Jackson è fuori discussione ma se dobbiamo dare a Cesare ciò che è di Cesare è obbligo ricordare che nel 1862, con particolare sensibilità visionaria, la connazionale Emily Dickinson (1830-1886) scriveva:

Non bisogna essere una camera – per essere Infestati –
Non bisogna essere una Casa –
Il Cervello – ha Corridoi che vanno al di là
di un luogo materiale – Assai più sicuro a Mezzanotte – l’incontro
con un Fantasma Esterno
– che con uno Interiore – il confronto –
Quel più freddo – Ospite –

Il secondo filone è politico, sociale ed economico: dalla penna Orwell o Bradbury nasce la distopia. Il seme gettato in 1984 raggiunge il culmine del più spietato cinismo probabilmente con Philip K. Dick in particolare nel romanzo La penultima verità. Qui si immagina come dopo un conflitto totale tra le grandi potenze che ha reso inabitabile la superficie terrestre, le popolazioni mondiali sono costrette a vivere come formiche sottoterra; a guerra finita tuttavia i grandi continuano a trasmettere i notiziari di una guerra eterna allo scopo di tenere le popolazioni soggiogate a produrre mentre la terra in realtà è tornata da decenni abitabile, a vantaggio di pochi.

Nel corso dei primi decenni del Novecento, poi, la letteratura canonizza un nuovo filone, l’Eroic fantasy. Con questo genere letterario gli scrittori immaginano mondi alternativi al nostro nei quali si narrano le saghe di eroi guerrieri, astuti maghi e mostri fantastici, in larga misura attinti dalle varie mitologie. In questo contesto il giovane e prematuramente scomparso Robert E. Howard (1906-1936) dà vita al leggendario ciclo di Conan il Cimmero, ricco di oltre 20 racconti. Vent’anni dopo il modello sarà reso definitivo da John Ronald R. Tolkien e la sua monumentale cosmogonia, che tocca i vertici mai più superati ne Il Silmarillion e poi ovviamente nel Ciclo dell’Anello con Lo hobbit e Il signore degli anelli. Da allora i cloni, di varia qualità, non si contano.

Un ultimo aspetto, prima di chiudere. Riassumendo, la letteratura propone tre letture: mondi fantastici, alternativi al nostro, mondi fantastici come evoluzione futura del nostro, il crollo del nostro mondo, o per relativizzazione della verità percettiva o per una sua mistificazione malevola che ci rende comunque vittime. Questo scenario poteva essere già completo ma la narrativa e poi il cinema sono andati molto oltre quando sulla scena accanto all’uomo e poi contro di lui sono comparse le macchine, o meglio i robot. L’etimologia della parola è robota, parola ceca che significa lavoro pesante con un’origine slava ancora più antica che sottintende asservimento. Il robot, quindi, totalmente asservito a vantaggio dei suoi creatori umani.
Tuttavia il loro progressivo livello di perfezionamento li ha trasformati da ‘semplici’ macchine in esseri pensanti e coscienti, dotati di sentimenti o almeno di una loro validissima emulazione. Il genio di Isaac Asimov (1920-1992) in Io, robot – siamo nel 1950 – coniò le tre Leggi fondamentali della robotica, tre leggi inviolabili per salvaguardare gli umani dalle esuberanze emotive dei nuovi robot. Eccole:

  1. “Un robot non può recar danno a un essere umano né può permettere che a causa del proprio mancato intervento un essere umano riceva danno”.
  2. “Un robot deve obbedire agli ordini impartiti dagli esseri umani purché tali ordini non contravvengano alla prima legge”.
  3. “Un robot deve proteggere la propria esistenza purché questo non contrasti con la prima e la seconda legge”.

Ma in quello stesso libro l’autore si divertì a trovare una serie di occasioni per cui queste tre leggi apparentemente infallibili fallivano mettendo a serio repentaglio la vita dei creatori umani. La rivolta delle macchine contro gli uomini è stata presa seriamente dagli scrittori di fantascienza: il Ciclo della Fondazione, dello stesso autore, ma anche altri mondi come quello di Dune (1965), di Frank Herbert, sebbene altamente tecnologici, rinascevano sulle ceneri di precedenti civiltà che erano collassate proprio a causa delle macchine pensanti, da allora bandite.
Su questo argomento era sensibile anche Arthur C. Clarke che aveva immaginato in 2001 Odissea nello spazio lo squilibrato supercomputer HAL 9000 a bordo dell’astronave Discovery. Scrivendo nel 1968 il celebre romanzo, vedeva il 2001 una data sufficientemente lontana; sono trascorsi altri due decenni e l’intelligenza artificiale sta compiendo grandi progressi ma siamo ben lontani dalle incredibili performance di HAL o, ancora di più, dei replicanti ‘difettosi’ di Philip K. Dick di Ma gli androidi sognano pecore elettriche? divenuto pellicola nel celebre Blade Runner di Ridley Scott. Perché questa digressione sui robot? Intanto perché con l’opera di Dick si ripropongono le stesse problematiche tipicamente umane di percezione distorta della realtà; inoltre Stanislaw Lem, a dire il vero, come ho già provato a raccontare, fu colui che più di ogni altro seppe proseguire su di un binario misto. Nel Congresso di futurologia immaginò il destino di una umanità sempre più svilita, servita e riverita da macchine tuttofare, e risucchiata nelle proprie paure fino a desiderare quegli schermi di ascendenza primonovecentesca che mascheravano la realtà a vantaggio in una sua percezione falsa ma edulcorata, fino a non poterne più fare a meno.

Ad ogni modo, la scienza oggi sta affrontando seriamente la teoria del multi-universo, cercando conferme all’ipotesi che esista un numero infinito di universi oltre al nostro: come tante bolle di sapone che escono dal gioco di un bambino così nascono universi separati e non comunicanti, ma si discute anche su questo; alcuni collassano immediatamente perché non raggiungono le costanti fisiche necessarie altri ci riescono e proseguono ognuno nella propria storia. Sarà vero?
La letteratura, su questo, è in vantaggio!

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