Dunque eccoci qua, alla fine del ciclo del Monte Vecchio, strettamente inteso, il luogo dal quale tutto è iniziato, il momento che ha dato il via all’idea del blog e quanto ne verrà. Questo articolo è la logica conclusione di quell’esperienza, e di molto di più.

Quand’è che è giusto e opportuno fermarsi? La premessa e l’occasione di questo ragionamento è breve: a poca distanza dalla vetta del Monte Vecchio, dopo ore di cammino e di fatica, ho deciso di fermarmi e tornare indietro. Naturalmente non è stata una bizzarria del momento: sia stata la stanchezza, l’altitudine, un disagio fisico (e non escludo in parte anche psicologico essendo reduce da una precedente “Caduta“) o vertigini, per farla semplice non me la sono sentita di continuare. Ho avuto, chiarissima, la percezione che se avessi mosso altri passi in avanti sarebbero stati oltre le mie capacità del momento e la percezione soggettiva del rischio troppo elevata.

Conquistare una vetta ha indubbiamente un fortissimo valore simbolico. È inebriante la sensazione di poter spaziare con lo sguardo a 360 gradi, di avere tutto sotto i propri piedi: sì, l’appagamento è totale e ne vale la pena. Ma quella volta è stato diverso perché quello era il Monte Vecchio ed ecco che l’anello si chiude. Perché è vecchio, quand’è che si diventa vecchi?

Mi chiedevo questo mentre salivo e lo vedevo avvicinarsi con le sue ripide pareti erbose, con quell’ultima cresta, dal significativo toponimo “Gli scaloni”, mentre osservavo i suoi 1920 metri che si innalzano con ferma pacatezza, senza gli strappi e le accelerazioni tipiche della gioventù, senza colpi di testa né azzardi.

La parte finale del Monte Vecchio con gli Scaloni

Allora rinunciare alla vetta del Monte Vecchio non mi è parso così grave; gli Scaloni sono stati il mio banco di prova, la mia occasione per decidere se proseguire o fermarmi. E mi sono fermato perché era giusto farlo. Si dice che la destinazione talvolta non è importante come il viaggio per raggiungerla: questa mia esperienza ne è certamente una dimostrazione.

Viviamo circondati da supereroi convinti, persone che corrono a testa bassa come cinghiali, il più delle volte calpestando tutto e tutti: ne vediamo in televisione, al cinema e purtroppo, con risultati catastrofici per sé e per gli altri, anche nella vita reale. Naturalmente sono sempre i miti a farne le spese, chi ha la sventura di rispondere a chi non attende altro che tirare dritto come un aratro, senza guardare a cosa stravolge.

Accanto a molti monocromi che si ritengono infallibili, è bello, di tanto in tanto, sentirsi umani e a colori.

Un pensiero riguardo “Sentirsi umani

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