Non ero mai caduto in montagna.
Be’, certamente qualche scivolone, qualche botta col sedere ma niente di più. Cadere è diverso; per me è stato diverso.
Scendendo lungo il sentiero apuano CAI 139 che dal Callare della Pania scende nella Borra di Canala, sono scivolato e sono caduto.
La Borra di Canala è un luogo per certi versi spettrale ma di impareggiabile bellezza; qualcuno lo definisce un paesaggio dantesco, o lunare: si tratta di una profonda gola stretta fra il massiccio della Pania della Croce e l’incredibile altipiano della Vetricia; il suo fondo, riempito di sfasciume caduto giù dalle due pendici, è fatto di sassi mobili, pietre e macigni. Non ci sono colori che si discostino molto dalle sfumature del grigio calcareo e non c’è vegetazione oltre qualche ciuffo d’erba ingiallita cresciuta dove ha trovato un minimo deposito di terra, qualche muschio, piccoli cesti fioriti. In alto si espande la cornice del cielo azzurro.
“La Borra di Canala è meglio farla in salita anche se è dura!” raccomandano gli esperti. Non hanno torto perché sotto i piedi si avverte a ogni passo quel minimo assestamento e spesso non è così minimo; anche cercare il sostegno dei massi più grandi può rivelarsi un errore perché molti hanno un appoggio basculante, per quanto grandi possano essere. Ma quella è la meta e si va avanti.
Sono con amici e familiari, un po’ di preoccupazione per i bambini ma presto mi rendo conto che loro, in realtà, sono i più abili e la loro destrezza è invidiabile.

La Borra di Canala, fra la Pania della Croce a sinistra e la Vetricia a destra

Mi ricordo ventenne e ripenso ai miei scarponcini da trekking Diadora blu elettrico con finiture bianche e giallo-verde fluo: erano le “scarpe alate”, tanta era la fiducia che vi riponevo; ero sinceramente convinto che senza non avrei avuto altrettanta sicurezza. Adesso, scendendo sopra quel tappeto sbriciolato, mi rivedo nella risalita del torrente dell’anello del sentiero Airone 3, nel Parco dell’Orecchiella, saltellando sulle pietre umide con l’agilità di un elfo. Lo credo bene: avevo le “scarpe alate”! Le avessi lì, trent’anni dopo? Eppure anche adesso ho ottime scarpe, di buona marca, con buon grip; quanto al resto…

Superiamo il primo tratto ripido, il primo ‘muro’, bordeggiando a sinistra, ai piedi della Pania e percepisco l’enormità e la potenza di quelle fondamenta; incontriamo anche un grosso ragno al centro della sua tela: sta montando la guardia all’ingresso di una spaccatura nella roccia che dà accesso a un passaggio ma nessuno se la sente di addentrarsi dietro quella severa sentinella.

Continuiamo sul sentiero, io sono l’ultimo della fila, la discesa è ancora lunga e col tempo ci distanziamo un po’; mi rendo conto troppo tardi di essermi distratto e poggio il piede destro a caso: tanto basta.

Mi ero sempre chiesto cosa significasse “ho visto scorrere tutta la mia vita davanti”, anzi mi è sempre sembrata una frase priva di logica. Be’, almeno in parte adesso ne ho capito il fondamento: è incredibile la quantità di pensieri e immagini che si succedono in poche frazioni di secondo e il loro ricordo, se non intervengono traumi peggiori, rimane impresso profondamente. La percezione dell’errore irrimediabile, la terribile sensazione come nei sogni di sentirsi andare giù senza trovare alcun appiglio, la velocità della caduta che aumenta, la chiarissima percezione che qualunque gesto tenti non basterà; e poi l’incontro inevitabile con la terra, nel mio caso le rocce.

Sono stato fortunato, ma poteva andare molto diversamente e in fin dei conti sono tornato giù sulle mie gambe: molto peggio i giorni seguenti!

“La montagna non perdona!” è un altro buffo ritornello: come se fosse la montagna a dover perdonare gli errori altrui, o comunque come fosse lei la parte offesa. Sembra piuttosto una scena domestica, dove i piccoli imparano a proprio danno una lezione, anzi, ne porteranno pure le cicatrici: la montagna è la mamma, la matrigna cattiva delle fiabe, oppure io sono il ragazzaccio bisbetico che alla fine paga sempre il fio della sua scapestrataggine?
Chi può dirlo. Forse le cose accadono e basta e, almeno per un po’, le conseguenze rimangono. Eccome.