Il nostro ragionamento sulle opinioni di Dante Alighieri in merito al conseguimento del sapere merita forse un’ultima tappa a proposito del Convivio, un vero e proprio trattato dedicato alla conoscenza e alla sua divulgazione.

Scritto in volgare presumibilmente fra 1304 e 1306 o 1307, ovvero nei primissimi anni dell’esilio, fu lasciato incompiuto per fare spazio alla stesura dell’Inferno. Il progetto era ambiziosissimo e prevedeva ben 15 trattati, il primo introduttivo e i successivi 14 dedicati a diversi argomenti. La forma, come La vita nuova, era quella del prosimetro, ovvero parti in poesia alternate a parti in prosa e, come specificato dal titolo, doveva trattarsi di una sorta di convito (convivio), ovvero un banchetto nel quale la poesia iniziale di ogni trattato costituiva metaforicamente la portata principale, fornendo l’argomento di discussione, e il suo commento e l’interpretazione una sorta di pane col quale aiutare l’assimilazione del piatto forte. Il progetto, di grandissimo interesse, fu abbandonato dopo la redazione del quarto capitolo. A noi interessa il primo, che così inizia:

1. Sì come dice lo Filosofo nel principio de la Prima Filosofia, tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere. La ragione di che puote essere ed è che ciascuna cosa, da providenza di propria natura impinta è inclinabile a la sua propria perfezione; onde, acciò che la scienza è ultima perfezione de la nostra anima, ne la quale sta la nostra ultima felicitade, tutti naturalmente al suo desiderio semo subietti.

Così come afferma Aristotele all’inizio della Filosofia prima (la Metafisica), tutti gli uomini per loro natura desiderano sapere. La ragione può essere, ed è, che ciascuna cosa, spinta dalla propria natura, tende verso la perfezione; ne consegue che, poiché la conoscenza è la perfezione finale della nostra anima, nella quale risiede la nostra massima felicità, tutti noi siamo soggetti a questo desiderio.

L’uomo quindi non è destinato alla stasi intellettuale ma piuttosto a un continuo protendersi nella direzione della perfezione; la natura ci crea imperfetti, ovvero incompiuti – questo è il significato originario dell’aggettivo – e da questo deriva il nostro istintivo desiderio di perfezione, ovvero di completezza. Purtroppo, prosegue Dante, molti sono esclusi da questa possibilità di realizzazione sé, per ragioni che potrebbero non essere imputabili alla persona, ostacoli di vario tipo che impediscono di godere del piacere e dei benefici della conoscenza; e ne elenca alcuni.

Tralasciando la pigrizia, per la quale non c’è perdono né scusante, Dante evidenzia le debite necessità della cura della famiglia, le preoccupazioni, la sfortuna di essere nati e cresciuti in ambienti sfavorevoli, menomazioni fisiche, ma anche l’eccessiva difficoltà di certe trattazioni, riservate solo a dotti elevatissimi. La comprensione del latino, per esempio, era un elemento di fortissima discriminazione poiché escludeva a priori da qualsiasi partecipazione a tale banchetto prelibato ci non avesse raggiunto i massimi gradi dell’istruzione. Ecco quindi la decisione di scrivere in volgare il Convivio, ovvero un trattato destinato a raccogliere le briciole cadute dalla mensa dei grandi sapienti, affinché tutti potessero cibarsene. Sono particolarmente lodevoli l’entusiasmo di Dante, la fame di sapere e il suo proposito di condividerli con un numero il più possibile vasto di persone. Non solo, si intravede una vera e propria elevatissima missione nell’opera dantesca: non sarà sfuggita la flessione evangelica dell’intento, in esplicito riferimento all’incontro tra Gesù e la donna cananea venuta a invocare l’aiuto per la figlia malata. Gesù la mette alla prova, obiettando che non è venuto per i cananei ma per i figli di Israele e lei risponde proprio con le parole: “eppure anche cagnolini mangiano le briciole che cadono dalla tavola dei loro padroni”. Questa perseveranza le fa ottenere la grazia richiesta. Quindi, accedere al sapere in modo da potersi elevare nello spirito, sembra essere a tutti gli effetti un diritto sacrosanto dal quale nessuno dovrebbe essere escluso. Credo che potremmo anche spingerci oltre: nel Vangelo di Giovanni (6, 51-59), Gesù parla di sé definendosi il “pane disceso dal cielo”, vero cibo e vera bevanda, intendendo che chi si ciberà di tale nutrimento non avrà più fame. In modo non dissimile, Dante, del suo Convivio scrive:

“9. E acciò che misericordia è madre di beneficio, sempre liberalmente coloro che sanno porgono de la loro buona ricchezza a li veri poveri, e sono quasi fonte vivo, de la cui acqua si refrigera la naturale sete che di sopra è nominata.” (Conv., I, 9)

Quindi, è evidente che la progressione nello spirito passa anche attraverso una progressione nella sapienza e nella conoscenza; ma verso dove, e con quali mezzi?

È indispensabile anche il confronto con La vita nuova, scritta una decina d’anni prima. Questa sorta di biografia ideale è una grandiosa riflessione del poeta sull’amore, sulla lode alla donna amata, Beatrice, ma soprattutto sul ruolo di lei nella storia del poeta. Donna-angelo stilnovista per antonomasia, da subito evoca nel poeta immagini e pensieri di importanza superiore e infonde virtù eccezionali, anche rispetto alle altre madonne cantate dai poeti. Eppure, pur non rinnegando quell’opera, il suo autore la considera superata. Per essere più precisi, esprime chiaramente il concetto che ogni momento della vita è connotato da una sua specificità e i princìpi che muovevano un tempo la persona non necessariamente varranno in seguito, ma l’importante è rimanere aperti e assecondare il rinnovamento. E così, La vita nuova, “fervida e appassionata” nell’entusiasmo giovanile, cede il passo al Convivio, opera più “temperata e virile”; del resto il Sommo poeta, ancora non lo sa, forse lo presagisce, ma è prossimo a ritrovarsi nel “mezzo del cammin” della propria vita, quindi la ponderazione inizia a reclamare uno spazio ben maggiore.

Questo significa che lo slancio verso la conoscenza di Dante subisce un progressivo impigrirsi? Non credo affatto; credo piuttosto che proceda in una costante revisione degli obiettivi, evolvendosi piuttosto che rinnegando se stesso, stratificando esperienze su esperienze.
Quando redige il capitolo iniziale del Convivio, Dante ha già chiarissimo il vincolo d’umiltà al quale deve attenersi, pertanto, ammette, credo senza alcuna velatura polemica… be’, forse un pochino sì, di non sentirsi degno di sedere alla mensa degli eletti, tuttavia ha avuto tuttavia la fortuna di elevarsi un quanto basta dalla “pastura del vulgo” in modo da vedere e raccogliere le briciole che cadono da lassù e mettere il suo sapere al servizio di tutti:

“…  conosco la misera vita di quelli che dietro m’ho lasciati, per la dolcezza ch’io sento in quello che a poco a poco ricolgo, misericordievolmente mosso, non me dimenticando, per li miseri alcuna cosa ho riservata, la quale a li occhi loro, già è più tempo, ho dimostrata; e in ciò li ho fatti maggiormente vogliosi” (Conv. I, 10). 

L’appetito, come si sa, vien mangiando, ma soprattutto è interessante l’accento che Dante pone sulla vocazione educativa dell’arte e della sua in particolare.

Quest’ultimo impegno, ovvero una sorta di “democratizzazione” del sapere, come si legge in alcune Storie della letteratura, credo sia intimamente legato allo sviluppo della civiltà dei comuni. Fin dalla loro origine aristocratica ed elitaria, le istituzione comunali furono sempre rivolte nella direzione di un progressivo allargamento della platea dei propri membri e rappresentanti, fino ad arrivare, alla fine del XIII secolo – a Firenze nel 1293-95 con gli Ordinamenti di giustizia di Giano della Bella -, alla revisione dell’intero sistema normativo e istituzionale per escludere le famiglie nobili da ogni carica pubblica, dando vita al cosiddetto Comune popolare. Ma indipendentemente da questo, la maggiore ricchezza in circolazione aveva attivato un consistente aumento nella richiesta di letteratura da parte di tutti coloro che adesso potevano permettersi un’istruzione e gli stessi generi letterari si erano diversificati ed evoluti, andando incontro al gusto delle nuove classi istruite; naturalmente saper leggere e scrivere poteva non essere sufficiente per gustare le più raffinate prelibatezze della letteratura ed ecco allora spiegato l’intervento educativo di Dante progettato nel Convivio e la stessa metafora del banchetto e del cibo faceva sì che il parteciparvi fosse un indispensabile motivo di sopravvivenza. 
D’altro canto, stava scritto pure che “non di solo pane vive l’uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio”, ma a questo aveva già in parte risposto Guidi Guinizzelli, nella sua canzone-manifesto dello Stilnovo, Al cor gentil rempaira sempre amore, alla fine della quale immagina la sua l’anima al cospetto di Dio; egli la rimprovererà per le sue distrazioni, avendo cantato l’amore per una donna terrena mentre a lui soltanto doveva la lode. Non senza una spiccata dote di arguzia, conclude il poeta:

Dir Li porò: “Tenne d’angel sembianza
che fosse del Tuo regno;
non me fu fallo, s’in lei posi amanza.”

Ovvero:

Gli potrò rispondere: “Lei ebbe le sembianze
di un angelo del Tuo regno;
non vi fu quindi errore nelle mie azioni se riversai in lei il mio amore.

Come dargli torto? 


Sull’argomento vedi anche:

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3 pensieri riguardo “La divulgazione della conoscenza nel Convivio di Dante Alighieri

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