La novella di Andreuccio da Perugia, la quinta novella della seconda giornata del Decameron, il capolavoro di Giovanni Boccaccio, è giustamente famosissima, saporitamente comica, grottesca e pungente. Il titolo corretto e completo è Andreuccio da Perugia, venuto a Napoli a comperar cavalli, in una notte da tre gravi accidenti soprappreso, da tutti scampato, con un rubino si torna a casa sua. Ma non vorrei farne un’analisi letteraria ma piuttosto storico documentaria. Per questo motivo è indispensabile porre in risalto le eccezionali capacità analitiche di Boccaccio, il suo acume, la sua disinvolta capacità di destreggiarsi all’interno delle più disparate pieghe della società del tempo. Nelle cento novelle del Decameron incontriamo personaggi di ogni ceto sociale, laici ed ecclesiastici, morali e immorali, furfanti e benefattori, ma soprattutto vediamo uomini e donne alle prese coi fatti della vita, come del resto tutti lo siamo. Nella sua narrativa Boccaccio supera il limite degli exempla cioè dei modelli esemplari, da seguire o dai quali prendere le distanze e coniuga in cento modi diversi quei valori o disvalori assoluti in una quotidianità che li rimodella, li digerisce e in un certo qual modo di rigetta, talvolta trasformati, talvolta ancor più irrigiditi. Il concetto di eroe, in altre parole non esiste più, o viene fuori completamente ridisegnato. Se vogliamo vederla così, le novelle del Decameron ci offrono l’occasione per una vera e propria passeggiata nel medioevo, curiosando tra le sue mura cittadine e domestiche, in ogni classe sociale, in ogni aspetto della vita. Ecco allora il nostro Andreuccio da Perugia.

Era un giovane e inesperto mercante di cavalli che, nonostante il suo mestiere, non si era mai allontanato dalla propria città. Per sua sventura (ma non si può mai dire), decide di tentare fortuna recandosi a Napoli, una metropoli popolosa e disordinata che Boccaccio conosceva molto bene per avervi soggiornato in gioventù al seguito del padre, un mercante che voleva avviare alla professione il figlio adolescente. Appena arrivato si sistema all’albergo e il mattino seguente si reca al mercato per iniziare a contrattare. Da vero sprovveduto, con una borsa piena di monete

per mostrare che per comperar fosse, si come rozzo e poco cauto, più volte in presenza di chi andava e di chi veniva trasse fuori questa sua borsa de’ fiorini che aveva.

Ben cinquecento, per la precisione. Ovviamente il pollo dà subito nell’occhio a una bella ragazza siciliana che mette in atto un piano brillantissimo per spennarlo. Eppure siamo ormai nel Trecento inoltrato e la pratica della mercatura aveva messo a punto da tempo sistemi di pagamento sofisticati e modernissimi, proprio per evitare di spostarsi con il denaro contante e sonante ed evitare di imbattersi in spiacevoli incontri. Era stata inventata la lettera di cambio, che garantiva che in una banca era stata depositata una data somma che poteva essere trasferita tramite lettera autenticata da un notaio (mentre il trasferimento reale di denaro sarebbe stato un problema gestito dalla banca), esisteva la cambiale; insomma, tutto il possibile per evitare di portarsi appresso il denaro liquido che essendo in moneta era pure ingombrante, oltre che mortalmente rischioso.

Andreuccio, decisamente poco cauto, ostenta invece la sua borsa gonfia nel luogo più pericoloso dell’universo, ovvero l’affollata piazza del mercato di una grande città medievale. A questo punto scatta il laccio: la bella “ciciliana” organizza una messinscena nella quale si fingerà ciò che non è (e vedremo fra poco chi), e per meglio festeggiare l’incredibile coincidenza l’invita la sera stessa a cena a casa sua. L’incredibile occasione si presenta perché con un colpo di fortuna inimmaginabile una delle anziane serve della ragazza (di cui non conosciamo ancora il nome) aveva davvero riconosciuto Andreuccio al mercato e racconta alla sua signora per filo e per segno tutti i dettagli della vita di lui e della famiglia.
Inizia così la parte più sapida della storia. Andreuccio, quella sera, fra sorprese e misteri, viene accompagnato fino alla casa dalla giovane:

la quale dimorava in una contrada chiamata Malpertugio, la quale quanto sia onesta contrada, il nome medesimo il dimostra. Ma esso, niente di ciò sappiendo né suspicando, credendosi in uno onestissimo luogo andare e ad una cara donna, liberamente, andata la fanticella avanti, se n’entrò nella sua casa; e salendo su per le scale, avendo la fanticella già la sua donna chiamata e detto: – Ecco Andreuccio! – la vide in capo della scala farsi ad aspettarlo […]

e senza troppi indugi:

Ella appresso, per la man presolo, suso nella sua sala il menò, e di quella, senza alcuna altra cosa parlare, con lui nella sua camera se n’entrò, la quale di rose, di fiori d’aranci e d’altri odori tutta oliva, là dove egli un bellissimo letto incortinato e molte robe su per le stanghe, secondo il costume di là, ed altri assai belli e ricchi arnesi vide; per le quali cose, sì come nuovo, fermamente credette lei dovere essere non men che gran donna […]

e sedutisi entrambi sul letto, madonna Fiordaliso (nel frattempo l’abbiamo conosciuta per nome) comincia a raccontare, con gran proprietà di linguaggio, senza mai imbrogliarsi né tradire alcuna incertezza tutti i fatti delle loro famiglie e in particolare di un soggiorno del padre di Andreuccio a Palermo durante il quale conobbe la madre di lei e be’… tanto si conobbero che dopo nove mesi ne nacque la bella Fiordaliso. Tuttavia il padre se ne andò lasciandole sole, e le due vissero di espedienti fino a essere ospitate a Napoli dalla benevolenza di nientemeno che del re Carlo d’Angiò. Ovviamente Andreuccio stupito e sconvolto dalla rivelazione, ricollegando con altri fatti di cui effettivamente aveva pure lui memoria, le crede e ancor di più sente sulle spalle tutto il peso della responsabilità per le azioni del padre che così ignobilmente venne meno ai suoi doveri.

Ma fermiamoci un attimo per dare un’occhiata alla casa di Fiordaliso, esempio perfetto di una dimora cittadina di una “gran donna”. Boccaccio scrive che lei l’aspettava in cima alle scale: l’effetto scenografico è implicito ma la parte abitativa delle case era sempre al primo piano. In genere al piano terreno c’erano negozi, magazzini, botteghe di vario tipo; talvolta vi si allevavano piccoli animali da cortile. La novella evidenzia subito i profumi che aleggiano nella camera, l’unica stanza di cui si parla: gli ambienti di servizio del resto non c’erano, o meglio, erano rigorosamente separati dalla parte residenziale e quindi le cucine spesso erano al piano ancora superiore, più in alto possibile per ridurre i danni accidentali dal fuoco, il nemico peggiore della città medievale che era costruita in larghissima misura di legno, come vedremo fra poco. E nella camera si faceva tutto; finché le dimensioni lo consentivano la famiglia dormiva tutta assieme nel lettone e ovviamente non c’erano i servizi igienici e quando c’erano, come nella casa di Fiordaliso… ancora un po’ di pazienza. La città medievale infine puzzava terribilmente: non c’erano fognature, si faceva e si buttava tutto in strada e spesso le strade stesse non erano lastricate. A questo si aggiungevano le concerie di pelle nonché i macellai, che buttavano gli scarti fuori dalla bottega, dove i cani pensavano a ripulire. Non deve sorprendere quindi che Fiordaliso abbia profumato la sua stanza con i metodi naturali del tempo.

Andiamo avanti. I due rimangono a parlare a lungo e anche dopo cena e infine, essendo molto tardi, Fiordaliso si ritira “con le sue donne” in un’altra camera e lascia Andreuccio in quella, assistito da un ragazzo. A un certo punto però deve andare al gabinetto. Normalmente nelle case medievali non esisteva “il bagno”. Il bagno lo si faceva riempiendo di acqua, talvolta profumata, grandi tinozze che venivano rimosse una volta terminato, mentre per i bisogni corporali si usavano vasi da notte che venivano con disinvoltura vuotati giù dalle finestre. Ovviamente era obbligo di legge gridare prima di rovesciare il contenuto e non si poteva farlo sulla strada principale ma solo nei vicolini laterali. La case più attrezzate avevano dei gabinetti che erano piccole cabine – da cui il nome – di legno aggettanti all’esterno dal muro della casa, con lo ‘scarico’ libero direttamente sulla verticale della strada o tutt’al più nel bottino, ovvero una fogna a tenuta che doveva poi essere vuotata a mano. Il ricco signore poteva avere il gabinetto in pietra e la seduta ricavata in un bacile di maiolica decorata ma il concetto e l’architettura erano i medesimi.

Ad ogni modo, Andreuccio dovendo liberarsi del “superfluo peso del ventre” entra nel gabinetto e una tavola malmessa del pavimento si ribalta e lui cade giù, finendo dove ognuno può facilmente immaginare. Almeno cade sul morbido, il che gli consente di non lasciarci le penne!
Il proliferare di queste strutture posticce già nel corso del XIII secolo costituiva una minaccia per la sicurezza dei cittadini, tanto per i crolli improvvisi quanto come fattore accelerante della minaccia di incendi, essendo che da un lato e dall’altro delle strette strade arrivavano quasi a toccarsi; e poi toglievano luce e ventilazione, due elementi dei quali la città medievale aveva vitale bisogno. Per questi motivi molte autorità comunali ne decretarono l’abbattimento. Chiunque viva in una città medievale potrà ancora oggi scorgere sulle facciate degli edifici e delle torri tutta una serie di grosse mensole in pietra sporgenti e fori che servivano per l’inserimento e l’appoggio delle travi di queste strutture.

Andreuccio, sopravvissuto tutto intero alla caduta, torna sul davanti e inizia a picchiare alla porta di Fiordaliso, anche perché in casa sono rimasti i pantaloni e soprattutto la borsa coi 500 fiorini d’oro. Ovviamente nessuno gli apre e il baccano nel cuore della notte sveglia il vicinato che lo tratta in malo modo ricoprendolo di insulti; infine a un certo punto, da una finestra si ode un vocione:

– Chi è là giù? – Andreuccio, a quella voce levata la testa, vide uno il quale, per quel poco che comprender poté, mostrava di dovere essere un gran bacalare, con una barba nera e folta al volto, e come se del letto o da alto sonno si levasse, sbadigliava e stropicciavasi gli occhi. A cui egli, non senza paura, rispose: — Io sono un fratello della donna di là entro. — Ma colui non aspettò che Andreuccio finisse la risposta, anzi, più rigido assai che prima, disse: — Io non so a che io mi tengo che io non vengo là giù, e deati tante bastonate quante io ti veggia muovere, asino fastidioso ed ebriaco che tu dei essere, che questa notte non ci lascerai dormire persona! – E tornatosi dentro, serrò la finestra.

Un gran bacalare, cioè ‘baccelliere’, ovvero una persona importante; ma una brava donna, anche lei affacciatasi per il trambusto, lo scongiura Andreuccio di tacere e andarsene, se ha cara la vita. Scopriremo che questo personaggio è chiamato Buttafuoco ed è il protettore di Fiordaliso, svelando infine anche il mestiere di lei, se mai ancora vi fosse stato qualche dubbio. E così Andreuccio mezzo nudo, puzzolente più che mai e derubato se ne va sconsolato, senza nemmeno sapere dove sperando di raggiungere il suo albergo, ma ovviamente si confonde e sbaglia strada, addentrandosi sempre più nella città anziché tornare verso il mare come avrebbe dovuto. Boccaccio specifica che imbocca la Ruga Catalana, quindi un’indicazione molto precisa ancora oggi facilmente rintracciabile.

Le disavventure del nostro eroe continuano e lui viene avvicinato da due notturni personaggi, attrezzati con strani ferri e una lanterna. Sono ladri che hanno in mente di derubare la salma dell’arcivescovo Filippo Minutolo appena seppellito, soprattutto dell’anello nel quale è incastonato un grosso rubino. Nel losco affare, una volta trovatolo anche al buio perché tradito dal puzzo tremendo che emana, coinvolgono Andreuccio, avendo bisogno di un compare che faccia il lavoro sporco e lui, “più cupido che consigliato” cioè più avido che assennato, accetta. Naturalmente non può essere portato in giro così puzzolente e quindi lo calano con un gran secchio nel pozzo al centro di una piazza.

Questo era un altro problema della città: l’assenza dell’acqua corrente. Solo rarissimamente e solo nei palazzi c’era un pozzo privato altrimenti si attingeva l’acqua dai pozzi al centro delle piazze. Nei casi più fortunati si trattava di acqua freatica ma nella maggior parte erano cisterne che raccoglievano l’acqua piovana, convogliata lì dopo aver lavato ben bene i tetti e le piazze: tutta salute!

A questo punto l’avventura di Andreuccio raggiunge il clou e quindi mi trovo costretto a tacere la rocambolesca e comica serie accidenti che capiteranno sempre più vorticosamente, né dirò niente del finale. Aggiungo solo la foto della cappella Minutolo, nel Duomo di Napoli, con a destra il sarcofago dell’arcivescovo Filippo e mi immagino la scena con Andreuccio che… Be’, leggete la novella.

La cappella Minutolo, nel duomo di Palermo

Per altri approfondimenti vi invito a leggere Giovanni Boccaccio e il complesso ‘caso’ di Lisabetta da Messina

3 pensieri riguardo “La novella di Andreuccio da Perugia, di Giovanni Boccaccio

  1. Se devo dire la verità non amo troppo le storie del Boccaccio. Mi piace per come ci fa conoscere il Medio Evo, ma difficilmente parla delle donne in maniera rispettosa. Sono tutte o quasi poco serie , e dico poco, sempre intenzionate a derubare e mettere nel sacco gli sprovveduti che capitano a tiro. Quello che invece mi piace è sapere che si mise a scrivere queste novelle così piene di vita, durante il periodo della peste che falcidiava intere città. Quasi dunque un inno alla vita in contrapposizione alla morte. Spero non ti dispiaccia questo mio pensiero, perchè da come scrivi si avverte una grande ammirazione per questo scrittore di novelle. Ciao Nicola, buona serata!

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    1. Ti rispondo (con un po’ di ritardo). Ogni persona, artista, uomo comune, di scienza perfino, per quanto geniale sia stato non può mai essere letto fuori dal contesto che li ha ‘prodotti’; e anche noi, persone del XXI secolo, siamo figli della cultura nella quale siamo cresciuti. Boccaccio non fa eccezione. Ma ciò che ammiro di lui (e di tutti quelli come lui) è proprio la volontà di innalzarsi un pochino al disopra del proprio tempo, provare a vedere oltre gli schemi. Non sempre ci riesce, non sempre come vorremmo, ma anche il suo desiderio di raccontare il mondo così com’era e non come sarebbe dovuto o potuto idealmente essere fu già un colossale passo avanti; guardare quindi al mondo di quaggiù con tutti i suoi difetti e debolezze. Pensa che la sua descrizione della Peste nera ha dato più informazioni di quante ne abbiano prodotte le fantasie dei dotti che studiavano la malattia. Dal punto di vista clinico nessuno aveva una pallida idea di cosa stesse succedendo ma solo capire e descrivere le conseguenze sociali, storicamente ha un valore inestimabile. Boccaccio aveva indubbiamente un acume rarissimo nel leggere le persone e interpretarne i comportamenti. Non vorrei annoiarti, perché l’articolo è un po’ lungo, ma se hai voglia potresti leggere https://ilmontevecchio.travel.blog/2020/05/02/il-caso-di-lisabetta-da-messina/ Ciao ciao

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      1. Ti ringrazio Nicola per la esaustiva risposta. Leggerò senz’altro con molto interesse il link che mi hai consigliato. A suo tempo, quando terminai le medie, avevo bisogno di un corso di studio che mi desse la possibilità di entrare nel mondo del lavoro nel minor tempo possibile. Fu così che scelsi il corso per maestra di asilo ( maestra giardiniera ) che potevo frequentare solo in un istituto privato dalle suore ( istituto Santo Spirito ) Il corso era formato da tre anni più uno per l’abilitazione all’insegnamento. Oggi questo corso di studio non esiste più, bisogna frequentare l’Università In Scienza della formazione, per poter accedere all’insegnamento delle scuole materne.

        I miei studi si sono basati molto sulla pedagogia e i vari metodi per stare con i bambini, il più studiato è stato il metodo Montessori.

        Non c’era tempo e spazio per gli studi classici . E questo sento che mi manca. Pertanto ti chiedo di scusarmi se ogni tanto ti farò qualche domanda che potrà lasciarti interdetto.

        Grazie ancora per la gentile risposta e pazienza! 🙂

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