Questa breve poesia fu pubblicata nella raccolta Myricae nel 1894 e assieme alla gemella e più tarda Il tuono forma un inscindibile dittico dal carattere fortemente impressionista.

Come si evince dal titolo, Pascoli vuole descrivere l’improvviso squarcio che si apre fra cielo e terra al momento dell’apparire di un fulmine temporalesco; la scena è notturna, colta in uno strano momento di sospensione nel quale una furiosa tempesta incombe ma non è ancora manifesta, solo l’abbagliante luce del lampo mostra la realtà nella sua essenza: imprevedibile, tragica e sconvolta, come parimenti d’improvviso si rivela la vita. Leggiamola:

Il lampo

E cielo e terra si mostrò qual era:

la terra ansante, livida, in sussulto;
il cielo ingombro, tragico, disfatto:
bianca bianca nel tacito tumulto
una casa apparì sparì d’un tratto;
come un occhio, che, largo, esterrefatto,
s’aprì si chiuse, nella notte nera.

L’opera si sviluppa in soli sette endecasillabi rimati A BCBCCA; il primo verso, isolato, ha la funzione di catapultarci immediatamente nella realtà dei fatti, sgomberando ogni fantasia immaginativa e spalancando le porte sull’apocalittico scenario che si mostra in tutta la sua violenza. In altre occasioni troviamo incipit simili che hanno la medesima funzione di razionalizzare il contesto: si pensi al celeberrimo Rio Salto nel quale il lapidario “Lo so” iniziale ci tiene coi piedi per terra, ancor prima che inizi la straordinaria visione:

Lo so: non era nella valle fonda
suon che s’udia di palafreni andanti:
era l’acqua che giù dalle stillanti
tegole a furia percotea la gronda.

Bene: la realtà dei fatti si mostra in tutta la sua potenza: il cielo ingombro di nubi che si accavallano, tragico, disfatto come un letto dopo una notte insonne di tormenti. Interessante anche la licenza grammaticale per cui a un soggetto plurale (cielo e terra) risponde un verbo al singolare (si mostrò qual era), con l’evidente intento di chiudere in un’unità inscindibile l’intero mondo visibile.

In tutto questo arriva lui, elettrico e brutale, il lampo. L’oscurità ricolma prende movimento, incombente, ma su tutto reclama la scena una casa che appare bianchissima in una visione subitanea. I verbi antitetici “apparì sparì” e poco dopo “s’aprì si chiuse” sono affiancati senza punteggiatura, di nuovo a sottolineare l’unità dell’evento. Le sceneggiature cinematografiche ormai ci hanno abituato a queste violente sovrapposizioni codice ed emotive ma Pascoli sfrutta tutta la potenza evocatrice dell’immagine e la casa, istintivamente luogo di rifugio e sicurezza specialmente in una notte come quella, acquista una nuova identità: in occhio esterrefatto, spalancato, l’occhio sbarrato del padre assassinato, lo stesso occhio immobile rivolto al cielo distante e irraggiungibile nella poesia X agosto.

La poesia rimane irrisolta nell’attimo fra lampo e tuono, sospesa indefinitamente nell’attesa dello schianto, un’esperienza che chiunque di noi avrà provato in una notte di temporale. Pascoli dilata così tanto tale attesa da illuderci finirà lì, che forse non accadrà niente. Non sarà così: come anticipato la poesia Il tuono darà una svolta imprevedibile al dittico ma nel frattempo la “notte nera” si chiude su se stessa e su di noi.

Un pensiero riguardo “Il lampo, di Giovanni Pascoli

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