Pubblicato da Giunti nel febbraio 2026, Buio è il terzo romanzo dell’autrice tedesca Vera Buck, dopo il successo di Bambini lupo (2024) e La casa sull’albero (2025); traduzione di Gaia Bartolesi.

Un paese fantasma, popolato da fantasmi 

La vicenda si svolge a Botigalli, borgo di fantasia nel cuore della Barbagia nuorese, spopolato dal 1982, quando una sparatoria durante una festa di nozze – avvenuta, non a caso, nell’estate del Mondiale di calcio in Spagna vinto dall’Italia – sterminò gli invitati e cancellò di fatto l’intera comunità. In quel paese da allora fermo nel tempo arriva Tilda, architetta tedesca di origini sarde, decisa  ad approfittare dell’offerta di acquisto di una delle case del paese a 1€ e col desiderio di appartarsi e fuggire lontano da un amore finito e da fantasmi personali che porta con sé. Tra i frequentatori di quelle rovine c’è anche Enzo, un giornalista che sta indagando da anni in modo ossessivo nel tentativo di ricostruire i dettagli di quel massacro, e Silvio, unico altro residente e sopravvissuto della strage, rispetto alla quale preferisce la più assoluta omertà, autoinflitta come se fosse una punizione, che vive in precarie condizioni di salute in un remoto vicolo, assistito da una sfuggente badante.

La struttura narrativa: un romanzo a più voci e più tempi

Ciò che rende Buio un romanzo di notevole tenuta narrativa è la scelta di alternare più linee temporali e più punti di vista, muovendosi costantemente tra il presente di Tilda ed Enzo e l’estate del 1982, con Franca protagonista. A collegare i due tempi è un vuoto silenzioso che da sempre impregna quelle pietre: si tratta di un silenzio imposto in ossequio a un distorto senso dell’onore e della rispettabilità familiare, un silenzio collettivo, colpevole. Questa scelta narrativa, se da un lato è funzionale al sovrapporsi delle rispettive storie e finalizzata a tenere alta la suspense con chiusure ad arte di ogni capitolo, dall’altro richiede concentrazione e memoria, altrimenti si incorre nel rischio di percepire un’eccessiva frammentazione della narrazione stessa. Credo che questa struttura, assieme a una troppo asimmetrica distribuzione del ritmo narrativo, possa costituire gli unici punti di debolezza del romanzo.

D’altro canto, la ricostruzione della società sarda degli anni Ottanta è di per sé interessantissima e tanto scrupolosa da rasentare i modi di un saggio di antropologia culturale. Non ci sono luoghi comuni né facili stereotipi o generalizzazioni e la capacità di evocare atmosfere è impeccabile: si va dal senso di vuoto e solitudine incolmabile della storia di Tilda, alla ribelle insofferenza di Franca nei confronti dei costumi del proprio tempo, e infine alle dinamiche che muovono l’intera comunità di un paesello dove anche la perdita di una pecora può significare l’inizio di una crisi economica e familiare senza speranze.

Le prime pagine si aprono con l’evidente imbarazzo dell’agente immobiliare, costretta nell’impossibile impresa di promuovere la vendita di un rudere cadente, e con l’improvvisa decisione di Tilda di acquistarlo lì, su due piedi. Da quel momento la casa comincia a manifestare la sua identità, anche in modo traumatico, divenendo il fulcro della narrazione: l’iniziale disagio materiale – una casa in rovina, senza riscaldamento né elettricità – diventa così più profondo, più strutturato, più ampio e… più oscuro.

I fatti narrati sono per loro stessa natura di un’indicibile violenza ma la Buck non cerca l’effetto shock: costruisce piuttosto la tensione per accumulo lento di dettagli e anche i momenti più drammatici sono raccontati senza indulgere in inutili efferatezze, il che, nel panorama narrativo del nostro tempo, mi pare una rara quanto apprezzabile eccezione. Chi si aspetta un thriller adrenalinico non è nel luogo giusto, al contrario, il lento stratificarsi di piccole verità aggiunge suspense allo svolgersi del racconto. Leggendo, si resta impressionati dall’ombra di morte che aleggia indisturbata su quella terra assolata e si percepisce il netto e irreversibile sradicamento della vita; allo stesso modo si respira tutta la pesantezza del sentirsi estraneo, anche in quello che ormai è diventato un non-luogo ma che conserva tutta la sua forza autodistruttrice.
Il finale, be’, è sorprendente per certi aspetti, non del tutto inatteso per altri: io non sono abile in questo genere di intuizioni per cui la soluzione del thriller è stata una vera rivelazione. Forse ci sono troppi fili narrativi che l’autrice ha voluto ricongiungere in un unico nodo originario, forse troppe coincidenze, se così possiamo definirle; in più, l’incredibile accelerazione del romanzo negli ultimi capitoli non lascia depositare le rivelazioni nella storia, assumendo l’aspetto di una incontenibile frana. 

Concludendo…

Tenendosi ben lontano da efferatezze e brutalità esplicite, Buio è stata una lettura avvincente. Ho apprezzato la costruzione continua e inesorabile di una tensione sotterranea che affiora poco per volta – un dettaglio mai notato prima, un rumore notturno, una porta che si chiude da sola – fino a rendere il paese stesso un personaggio, una sorta di presenza che continua in qualche modo a “respirare” e avvolgere chi si addentra nel suo abbandono. È un thriller, certo, ma sposta l’attenzione dal killer tradizionale sulla colpa collettiva, sulla memoria rimossa, sulla violenza di genere raccontata e subito soffocata, sull’espiazione impossibile di una catena di crimini che non potranno essere perdonati.

Se amate le atmosfere cupe e sospese, intrise di un sentimento di inquietudine serpeggiante e inesprimibile, luoghi appartati che custodiscono ben più di quanto rivelino, allora adorerete Buio. Continuerete a pensarci per un bel po’.

Una menzione particolare per l’immagine di copertina.

3 pensieri riguardo ““Buio”, di Vera Buck

    1. Sono d’accordo con te. Io ne ho un ricordo vago e distratto, concentrato forse solo sul piccolo Farouk Kassam, di qualche anno dopo. Alcuni hanno criticato che la soluzione del mistero si capisca fin da metà del libro, per ne, che non capisco chi sia il colpevole nemmeno alla rilettura, è stato molto avvincente fino alla fine. Buona lettura.

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