Pubblicato nel 2023, Orbital di Samantha Harvey è un romanzo che aderisce alla tradizione della fantascienza speculativa – ed esistenziale – per collocazione e sguardo, pur rifiutandone gli apparati narrativi tradizionali, ed è stato vincitore del “Booker Prize 2024”. Per opinione personale, lo ritengo una delle più eleganti e poetiche narrazioni che abbia avuto la fortuna di conoscere e leggere, una vera e propria elegia dello Spazio e dallo Spazio, una meditazione corale, lirica e filosofica sulla percezione del tempo, sulla vulnerabilità della Terra e sulla coscienza umana, osservata dal fragile microcosmo della Stazione Spaziale Internazionale. In realtà, non c’è alcunché di fantascientifico nei contenuti in senso stretto; al contrario, la ricostruzione della Harvey è assolutamente realistica e plausibile.

La struttura e l’impianto narrativo del romanzo
La narrazione segue le vicende di sei tra astronauti e cosmonauti (quattro uomini e due donne) provenienti da Stati Uniti (Shaun), Russia (Roman e Anton), Regno Unito (Nell), Italia (Pietro) e Giappone (Chie) a bordo della Stazione Spaziale Internazionale nell’arco di ventiquattro ore. La tradizionale divisione in capitoli cede il passo a una scansione narrativa tutta nuova che riflette la logica del contenuto, ovvero le sedici orbite che la ISS, volando a circa 26.700 km/h, compie attorno alla Terra nell’arco di 24 ore. Questo significa che ogni 90 minuti compiono un giro attorno alla Terra e davanti a loro si completa un ciclo di alba e tramonto. Con questa insolita scansione ritmica, quasi ipnotica, il tempo, la sua percezione e il suo valore, assumono un significato del tutto nuovo, inaspettato e… relativo.
Ogni orbita percorsa ci racconta di un protagonista diverso, come diverse sono le loro storie vicine e lontane, come diverse sono le strade che in modi diversi hanno condotto tutti lassù, in quel ristretto volume condiviso.
Nel romanzo non è contemplata una vera e propria trama, né un punto di rottura narrativo; anzi, tutto è l’esatto contrario: la routine quotidiana, scandita ora per ora dal progetto scientifico, è la protagonista assoluta; le varie check-list che ognuno deve rispettare con scrupolosa osservanza, diventano per noi l’occasione di conoscere un pezzetto di vita nello spazio. L’unico fatto eccezionale è un enorme tifone che osservano impotenti mentre aumenta il suo potenziale distruttivo, fino ad abbattersi sulle Filippine.
Inutile dire che gli spunti di riflessione sono infiniti come lo è lo Spazio in cui navighiamo; la narrazione è un continuo rovesciarsi di prospettive verso l’alto e verso il basso, nel tentativo di farci comprendere il senso profondo dell’Umanità . Dalla ISS non si vedono confini politici, nemmeno quando i singoli Stati vorrebbero imporli ai sei “inquilini”, a partire da bagni separati tra occidentali e russi; la stessa Terra è come un’altra nave spaziale sulla quale tutti viaggiamo e come l’altra, artificiale, drammaticamente fragile.
Per quanto appassionato, ho apprezzato la scelta della scrittrice di evitare tecnicismi da provetti astronauti: al di là della dimensione psicologica ed emotiva più volte evocata, è l’occasione per conoscere con precisione come si vive sulla ISS e ciò che lassù, anche se, lo si sarà capito, il vero scopo del romanzo non è questo. Ciò che la Harvey vuole farci sperimentare è la meraviglia, la gratitudine, l’impegno e la responsabilità che ognuno ha verso l’intero genere umano e verso l’Universo che ci ospita. Raggiunge lo scopo con una scrittura delicata, profondamente pittorica, intima e dolcissima. Non ho potuto sottrarmi dal confronto con il film di Kubrick 2001. Odissea nello Spazio e in particolare la celebre apertura con la prorompente alba sopra le straordinarie note di Also sprach Zarathustra, il famoso poema sinfonico composto da Richard Strauss nel 1896. Il regista scelse la via monumentale per sottolineare la maestosità e la solennità dell’Universo, la scrittrice ha scelto il sommesso brusio del vitale impianto di ricircolo dell’aria, dai filtri del quale, quotidianamente vanno rimossi accuratamente capelli, pulviscolo, talvolta un bizzoso calzino.
Il romanzo non è un inno all’eccezionalità di un manipolo di eroi ma piuttosto un canto di ringraziamento al lavoro quotidiano e instancabile, sconosciuto ai più, di chi passa giorni e mesi studiando, campionando a oltre trecento chilometri di altitudine, scommettendo sul futuro dell’Umanità.
Potrei citare mille brani dal romanzo, ma ce n’è uno che più di ogni altro mi ha colpito e a distanza di molte settimane dalla lettura, ancora ci penso ed è questo:
“Credevano che avrebbero fatto fatica a vivere in un sistema di supporto vitale così complesso, con la prospettiva che tutto potesse finire all’istante, per un guasto qualsiasi. Un incendio, una perdita di ammoniaca, una radiazione, un meteorite. E in certi momenti ci credono ancora, ma in genere non è così, e comunque tutti gli esseri vivono in sistemi di supporto vitale comunemente chiamati corpi, che prima o poi si guastano. Questo, per quanto precario, è limitato al percorso della sua orbita, un luogo dove le sorprese sono poche, e tutti gli imprevisti previsti: sorvegliato ventiquattro ore ore su ventiquattro, costantemente monitorato, ossessivamente riparato, riempito di allarmi, imbottito con cura, pochi oggetti appuntiti, nessun pericolo di inciampo, niente da cui cadere giù. Non ci sono i mille pericoli della libertà terrena, dove ci si aggira senza controllo, senza limiti, assediati da sporgenze e altezze e strade e armi e zanzare e contagi e crepacci e il goffo incrociarsi di otto milioni di specie che lottano per la sopravvivenza.”
Concludendo…
Il romanzo, devo ripetermi, è pura poesia; guardando giù nelle ore di luce, la Terra de-antropizzata dalla distanza, appare una sinfonia di colori continuamente cangianti, sospesa in equilibrio tra maestosità e fragile inconsistenza: tutto dipende dalla scala di misura. Di notte, paradossalmente, torna l’essere umano con i suoi centri urbani luminosi, i reticoli delle strade e il grande vuoto degli oceani. In ogni caso, denominatore comune è la relativizzazione della nostra presenza: guardata da quattrocento chilometri di altitudine, la nostra stessa storia umana perde di significato; guerre, confini nazionali e ideologie diventano invisibili. Il romanzo riflette continuamente sulla sproporzione tra la piccolezza delle ambizioni politiche umane e l’immensità e l’intensità, sia pur silenziosa, dell’Universo.
Credo che sia un romanzo che andrebbe letto a voce alta, interpretato come un intensissimo testo teatrale, lasciando che le immagini evocate si formino in tutta la loro fisicità. Allora ci parrà di essere davvero lassù e forse, un po’ di più, anche quaggiù.
