Tra i numerosi elementi che sembrano avvicinare Dante e Petrarca ve n’è uno, in particolare, forse non così attentamente osservato: la pioggia di fiori che accompagna l’apparizione di Beatrice nel Purgatorio e quella che circonda Laura nelle Chiare, fresche et dolci acque. L’analogia iconografica cela però due concezioni dell’amore radicalmente differenti.
La pioggia di fiori e l’epifania di Beatrice nel Paradiso terrestre della Commedia
Beatrice, identificata secondo tradizione con la figlia di Folco Portinari, scomparve prematuramente nel 1290. Dante Alighieri, nella Vita Nuova, prima ne celebrò le virtù e poi vi espresse tutto il proprio dolore per la terribile perdita. Tuttavia, nonostante l’irrimediabile evento, concluse l’opera dichiarando apertamente l’intenzione di “dicer di lei quello che mai non fue detto d’alcuna”, avviando allo scopo un’instancabile opera di perfezionamento della propria arte: “io studio quanto posso”.
Nell’ambito dell’astrazione poetica stilnovista, le figure femminili erano convenzionalmente elevate alla soglia di entità celesti, angeliche più che umane. La morte di Beatrice conferì a tale idealizzazione una dimensione trascendente: ella divenne pienamente una creatura del Paradiso, e da lassù sarebbe poi intervenuta per sollecitare l’intervento di Virgilio in soccorso dell’amato smarrito nelle ombre silvestri del peccato.
Sebbene la progettualità avanzata della Commedia già al tempo della composizione della Vita Nuova rimanga oggetto di dibattito, è indubbio che proprio in quest’opera Dante realizzò il suo ambizioso progetto di glorificare Beatrice in modo ineguagliabile.
Nel grandioso poema, il nuovo incontro con Beatrice si configura come un evento culminante, atteso e procrastinato fino alla conclusione del Purgatorio, quando Dante raggiunge il Paradiso Terrestre, sulla sommità del monte. Qui, egli assiste a una maestosa processione allegorica che ripercorre, attraverso le sue enigmatiche figure, la storia della Salvezza, culminando nel trionfale carro della Chiesa. Al termine di questa rappresentazione sacra, finalmente appare Beatrice, in un’epifania dal carattere ieratico e solenne.
La donna amata si manifesta in un fulgore di trionfo e di gloria ma anche come un giudice severo e inappellabile, incaricato di scovare e smascherare ogni residua ombra di peccato nell’anima di Dante, al fine di garantirne una conversione e un pentimento completi. Beatrice, nella evoluzione della vicenda dantesca, assume un ruolo centrale, attivo e imperioso: in tal senso incarna, secondo una consolidata linea interpretativa, il significato allegorico della Fede.
All’esordio di questa maestosa rivelazione, Beatrice appare avvolta da una pioggia di fiori che mani angeliche spargono su di lei. Dante, rapito dalla visione, pur non avendola ancora riconosciuta, in questo tripudio cromatico avverte il proprio animo riaccendersi di un sentimento inconfondibile: il suo cuore, infatti, prima degli occhi, ha già perfettamente identificato l’amata. In questo frangente, Virgilio, il saggio maestro che l’ha condotto fin lì, silenziosamente si dilegua: conclusa la sua missione, cede il passo a una guida più elevata. Ignaro della sua dipartita, Dante tenta di rivolgersi a lui con le parole “conosco i segni de l’antica fiamma”, omaggio alla virgiliana Didone: “agnosco veteris vestigia flammae” (Eneide, IV, 23).
Da questo istante, la narrazione si carica di impetuosa intensità e l’estasi iniziale si trasmuta per il poeta fiorentino in una prova acutamente dolorosa. Pronunciate quelle ultime parole rivolte al maestro, Dante si scopre solo; dopo quattro giorni di condivise peripezie, il poeta mantovano non è più al suo fianco e gli occhi di Dante si velano di lacrime.
Dall’alto del carro trionfale, Beatrice irrompe con severo rimprovero, ammonendolo che ben più gravi motivi di pianto lo attendono. Appare evidente come Dante sia ancora troppo congiunto alle passioni terrene, risultando così impreparato all’ascesa paradisiaca; dovrà piuttosto affrontare definitivamente il peso dei propri peccati. Solo al termine della rigorosa reprimenda, l’atmosfera gravida di tensione si distenderà nuovamente, permettendo a Dante di accedere ai riti purificatori conclusivi.
Dante concepisce dunque per la chiusura del Purgatorio una sorprendente composizione scenica, nella quale convergono e collidono frontalmente l’estasi alla visione dell’amata e la sua inflessibile severità. Non dovrebbe stupirci, poiché il Sommo Poeta resta fedele alla sua concezione di Beatrice: la donna-angelo stilnovista, che nelle lodi dantesche aveva già trasceso il canone poetico contemporaneo manifestando virtù prodigiose, si presenta ora con inedita autorevolezza, incarnando concretamente la guida spirituale verso la redenzione dell’anima del poeta.
Questa è la suprema glorificazione che il Poeta poteva tributare a Beatrice: il definitivo ruolo salvifico, verso l’autentico Paradiso, verso gli eterni premi celesti.
“credendo esser in ciel, non là dov’era”: la visione di Laura nelle Chiare, fresche et dolci acque
Francesco Petrarca, nella celebre poesia Chiare, fresche et dolci acque (Canzoniere, CXXVI), rievoca in poesia il ricordo del momento vissuto con l’amata Laura, un istante fatto di incanto e meraviglia, un piccolo ritaglio di paradiso quaggiù, sulla Terra.
Entrambe le donne, Beatrice e Laura, parrebbero a prima vista detenere la virtù di guidare al paradiso i rispettivi amanti; ma la realtà è molto diversa.
Abbiamo appena visto come Beatrice, per Dante, rappresenti fin dalla primissima apparizione una salda e incrollabile via verso il Paradiso, quello vero. In realtà, questo non accadrà mai per la figura di Laura. Nel Secretum, un dialogo immaginario con Sant’Agostino, Petrarca ne difende il ruolo di musa ispiratrice, la celebra come fonte dell’elevazione spirituale di cui aveva beneficiato alla sua presenza; ma Sant’Agostino, alter ego del poeta, ne smascherà impietosamente le illusioni, affermando che la donna, benché innocentemente, fu in realtà un peso e un intralcio.
Nondimeno Petrarca, nella citata poesia, sfruttando un raffinato e intrigante intreccio di linee temporali fra presente e passato, fra memoria e aspettative, celebra anch’egli una sorta di epifania della donna amata, nel locus amoenus che per loro si aprì sulle rive del fiume Sorgue.
Il poeta rievoca la donna attraverso una lenta sequenza descrittiva: dapprima la osserva immergersi nelle acque, poi avanzare sull’erba e infine sedersi sotto alberi fioriti dai quali cade una pioggia di petali, in un quadro di tale bellezza da far vacillare ogni certezza terrena.
L’immagine doveva essere all’epoca molto familiare, del resto proprio l’iconografia della Vergine col Bambino stava abbandonando i tratti della Maestà in trono della tradizione, immagine alla quale Dante probabilmente ancora pensa quando descrive la sua Beatrice sul carro, per spostarsi verso la Madonna dell’umiltà, con Maria seduta a terra tra cuscini, come Simone Martini stava dipingendo proprio in quegli stessi anni ad Avignone.
Petrarca rielabora quindi per la sua donna una rappresentazione aggiornatissima ma che, ancora una volta, umanizza la figura sacra, riportandola a una dimensione tangibile e terrena, pur lasciando un sapore incompiuto e irraggiungibile.
La pioggia di fiori assume così nei due poeti significati antitetici. Se per Dante i fiori versati dalle mani angeliche rappresentano l’oggettività della grazia divina e l’ingresso nella dimensione dell’eterno, in Petrarca la pioggia di petali si frammenta in una dimensione soggettiva ed elegiaca: i fiori petrarcheschi sono legati al tempo terrestre, alla stagionalità, alla caducità della bellezza e alla sensualità del ricordo, riportando la figura sacralizzata di Laura entro i confini di un’insuperabile umanità.
Concludendo
La pioggia di fiori che accompagna Beatrice e quella che incorona Laura sembrano, a una prima lettura, immagini affini ma in realtà racchiudono due concezioni radicalmente diverse dell’amore e della poesia. In Dante, i fiori sparsi dalle mani angeliche attestano una realtà oggettiva: l’irruzione della grazia divina e l’inizio del cammino verso la salvezza. L’apparizione di Beatrice appartiene pienamente all’ordine del soprannaturale e traduce in forma poetica la funzione salvifica della donna-angelo.
In Petrarca, al contrario, la pioggia di petali rimane inscritta nella dimensione della memoria poetica e dell’esperienza terrena. Laura conserva un’aura quasi sacrale, ma essa non conduce oltre il mondo: rappresenta piuttosto la bellezza fuggevole di un istante destinato a sopravvivere soltanto nel ricordo e nella poesia. La trasfigurazione poetica non si compie quindi nella redenzione, bensì nella memoria.
La medesima pioggia di fiori, dunque, rivela due universi inconciliabili. In Dante essa discende dal cielo come segno tangibile e presente della grazia e della salvezza; in Petrarca cade sulla terra come immagine della memoria e della bellezza destinata a svanire. È in questa apparente coincidenza iconografica, più che in molte dichiarazioni programmatiche, che si misura la distanza fra i due poeti e fra le rispettive concezioni dell’amore e della poesia.
