Chiunque veda per la prima volta una pagina con una poesia del primo periodo di Ungaretti non può che rimanere sorpreso da quanto spazio bianco circondi la parola. È proprio in quel margine che si avvolge il dramma centrale della sua poetica: il costante dialogo con il vuoto e la vertigine.

Con questa premessa, è lecito supporre che nelle sue opere il vuoto non sia mai semplice assenza o negazione ma piuttosto una condizione necessaria alla poesia, nei fatti un vero e proprio abisso dal quale la parola deve emergere per avere pienezza di significato. La vertigine è dunque l’esperienza reale, tanto dei sensi quanto dello spirito, di chi ha voluto affacciarsi al bordo, guardando giù, tuffandosi dentro verso un insondabile profondità.

Il bianco tipografico e le tenebre della guerra

Nelle raccolte Il Porto Sepolto e Allegria di naufragi il rapporto con il vuoto si manifesta anzitutto visivamente. La frantumazione del verso tradizionale riducendolo frequentemente a un solo verbo, un nome, un aggettivo, un avverbio, provoca l’estrema contrazione del componimento e l’effetto, anche nelle edizioni di più ridotto formato, è quello di una poesia-isola dentro un mare bianco. Lontana da ogni margine e da ogni via d’uscita, la poesia di Ungaretti trasmette un’indicibile sofferenza: sembra essere disorientata, apparsa lì dal nulla, dal caso… lui stesso, nell’intervista televisiva del 1961 condotta da Ettore Della Giovanna, disse:  “[la poesia] come è nata in me, io non saprei spiegare”; spiegando anche: “Ho scritto il primo libro di poesia, il Porto Sepolto, e poi una parte dell’Allegria [di naufragi], l’ho scritta in trincea, l’ho scritta su quei pezzetti di carta che mi capitava ad avere, sull’involucro delle pallottole, di cartone, su delle cartoline, e nel pericolo fra un tiro l’altro, no? quando io mi sono trovato di fronte alla guerra, io mi sono trovato anche di fronte ad un linguaggio che dovevo per forza di cose rinnovare, no? rinnovare, rinnovare rendere essenziale, perché anche non avevo il tempo di usare un linguaggio complesso: avevo bisogno di un linguaggio che fosse essenziale, riducendosi al vocabolo, no? essenziale proprio a un punto estremo, no? […] riducendo quindi, dando al vocabolo un valore enorme”. 

La precarietà dell’esistenza fu quindi uno stimolo potentissimo per la ricerca dell’essenzialità più rigorosa, puntando sul potenziale evocativo della parola, della singola parola ma ridurre la poetica di Ungaretti al prodotto di una mera necessità contingente sarebbe terribilmente inopportuno e riduttivo. 

In realtà, per comprendere appieno la forza della poesia e le sue fonti, l’autore ci ha lasciato importanti indizi. Nella poesia-manifesto Il Porto Sepolto (Ungaretti stesso ci narra un episodio della sua giovinezza, legato a questo titolo) scrive:

Il Porto Sepolto
(Mariano il 29 giugno 1916)

Vi arriva il poeta
e poi torna alla luce con i suoi canti
e li disperde

Di questa poesia
mi resta
quel nulla
di inesauribile segreto.

Nella stessa intervista, infatti, Ungaretti raccontò anche della sua ammirazione per le poesie di Stéphane Mallarmé, che ebbe la fortuna di incontrare in gioventù, durante i suoi soggiorni parigini. Pur nello scoraggiamento di fronte all’oscurità di quei versi, Ungaretti intravedeva e percepiva un luogo segreto nel quale il poeta nascondeva e difendeva se stesso. Concludeva raccomandando che in ogni poesia, anche nella più semplice, i poeti nascondessero un simile segreto, come se la distanza che separa la poesia con il suo segreto, isolata al centro del foglio, valesse in entrambe le direzioni, richiedendo al lettore la fatica necessaria per raggiungerla e di approdarvi, alla ricerca del tesoro sepolto in essa. Il viaggio del poeta approda dunque alla riva sommersa della poesia-isola, e da lì emerge, rendendoci partecipi del suo viaggio di scoperta. 

Poco tempo dopo, il poeta chiariva ulteriormente e definitivamente il suo rapporto con la poesia nella componimento Commiato, conclusivo della raccolta Il Porto Sepolto, e dedicato a Ettore Serra, suo sottotenente superiore, amico e mentore.

Commiato 
(Locvizza il 2 ottobre 1916)

Gentile
Ettore Serra
poesia
è il mondo l’umanità
la propria vita
fioriti dalla parola
la limpida meraviglia
di un delirante fermento

Quando trovo
in questo mio silenzio
una parola
scavata è nella mia vita
come un abisso

In tutta evidenza la vertigine è esplicita così come lo è la sua funzione: la parola non è nascosta nel “mio silenzio”, scrive – e non sarà l’ultima volta -; la parola va esumata, scavando nelle profondità dell’abisso. Silenzio, vuoto, profondità: la percezione di vertigine ungarettiana nasce dalla consapevolezza che la poesia è un atto di scavo in un luogo di per sé insondabile, alla ricerca di un tesoro sepolto che, una volta emerso, lascia comunque nello stordimento e nella perplessità espressa da “quel nulla / di inesauribile segreto”.

Il silenzio è la condizione necessaria per la prima manifestazione dell’abisso. Come il vuoto non è semplicemente assenza di materialità, altrettanto il silenzio non si esaurisce con l’assenza di suono o rumore. Entrambi sono spazi interiori, la cui apparente vacuità è riempita di noi, anche se in modo nascosto. Da qui la necessità della ricerca intesa come azione attiva e consapevole.

Si può certamente affermare che Ungaretti abita il suo silenzio, sempre: lo popola di memorie, di sogni, di costellazioni, di amicizie perdute. Silenzio e buio viaggiano di pari passo come momenti assoluti; talvolta sono una languida compagnia, come in Stasera, talvolta si fanno soffocanti, rendendo particolarmente stridenti le tenebre annidate dentro la poesia con il bianco che la circonda, come nella poesia I fiumi, a conclusione della quale, scrive Ungaretti, “la mia vita mi pare / una corolla / di tenebre”. Ma il vero confronto con le tenebre è, abbandonata la relativamente sicura visione dall’alto, la straziante discesa della poesia Veglia. Qui, in particolare, il poeta si offre agli eventi completamente disarmato e indifeso; sembra aver perduto ogni vitalità, eppure vediamo quanto il segreto dentro di lui sia davvero “inesauribile”. La voragine oscura in Veglia è spalancata e tetra più che mai, occupando tutto l’animo del poeta: gli si sente talmente prostrato che a scavare di se stesso, alla ricerca della parola, non sarà più lui ma le mani del “compagno massacrato”, le uniche capaci in quel mortale silenzio, di portar fuori “lettere / piene d’amore”.

Veglia
(Cima Quattro il 23 dicembre 1915)

Un’intera nottata
buttato vicino
a un compagno
massacrato
con la sua bocca
digrignata
volta al plenilunio
con la congestione
delle sue mani
penetrata
nel mio silenzio
ho scritto
lettere piene d’amore

Non sono mai stato 
tanto 
attaccato alla vita

Le mani congestionate del compagno morto sono probabilmente una delle immagini più iconiche e persistenti della poesia italiana, portatrice di argomenti complessi. Ungaretti è stato uomo di grande spiritualità e in costante ricerca dell’Assoluto, e l’esperienza della guerra che stava vivendo in quell’antivigilia di Natale del ’15 gli aveva ben insegnato che nessuno si salva da sé: la mano potente e salvifica immaginata da Manzoni nel Cinque maggio che giungeva provvida dall’alto a sollevare dai flutti l’esausto naufrago-Napoleone, adesso prende forma dal basso, dall’orrendo e sfortunato compagno d’armi, offrendogli bocca e mani perché la sua poesia non muoia.

Tenendosi a quelle mani Ungaretti torna in superficie con la sua più maestosa e drammatica poesia, riversando dall’abisso lo straordinario raccolto di “lettere piene d’amore”; l’ultima strofa altro non è che l’omaggio del poeta al compagno morto, suo sostegno e sua salvezza. Non diversamente, nella desolazione della dolina notturna di I fiumi, il mutilato albero in bilico sul bordo della voragine, al quale il poeta si tiene per non scivolare giù, sarà l’occasione per una nuova e meravigliosa poesia.

Mani e alberi precari ai quali aggrapparsi, una “balaustrata di brezza” sulla quale appoggiarsi… la poesia di Ungaretti ha lottato con tutte le sue forze, ha percorso strade complesse, ha calpestato dura pietra ed è naufragata. Ma l’istinto di sopravvivenza, l’attaccamento alla vita l’ha sempre spinta avanti, fino a trovare il meritato porto. 


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