Mi accingo con un po’ di difficoltà a recensire il romanzo Il pianeta del silenzio, scritto nel 1986 da Stanislaw Lem che sempre più, finalmente, possiamo leggere nella nostra lingua grazie all’intuizione di diverse case editrici che hanno saputo riconoscerne l’indiscutibile genialità e qualità.  

Oramai, siamo abituati a sintetizzare il giudizio su un prodotto in stelline da accendere, da una a quattro, da una a cinque, perché alla fine tutti vogliamo sapere in breve: è bello o brutto? vale il mio tempo o no? è lo stile, il genere che fa per me oppure è meglio lasciare perdere? In questo caso, forse più di ogni altro, tale riduzione è impossibile. 

Premessa indispensabile è mettervi sull’avviso che non si tratta di un romanzo per tutti o per ogni momento: è lento, richiede sempre massima concentrazione, sfiora la pedanteria scientifica (o fantascientifica), poiché l’autore dà sempre una spiegazione scientifico-matematica a ciò di cui scrive anche quando tale soluzione non c’è, o almeno non c’è ancora. Nel progetto narrativo, da molti sono state evidenziate alcune falle, come anelli aperti che non si chiudono saldamente, oppure diramazioni e digressioni fini a loro stesse, lunghe riflessioni che possono stancare e allontanare il lettore.

La trama  

In breve e senza spoiler: la nave stellare Hermes intraprende un viaggio nella galassia verso la costellazione dell’Arpia, in particolare verso il pianeta Quinta, il quinto in orbita attorno alla stella Zeta Harpyiae. Questo perché vi sono ragionevoli probabilità che lì si sia sviluppata una civiltà intelligente. L’Hermes quindi salpa alla ricerca del contatto.  
Il romanzo, in realtà, esordisce con un prologo molto lungo e contestato dal pubblico dei lettori in quanto totalmente avulso dalla storia che segue; pare quindi un grande pretesto narrativo per un aggancio del tutto marginale alla storia principale. 
Raggiunta la destinazione, l’equipaggio sperimenta tutta la difficoltà, e la frustrazione, di non riuscire a stabilire una comunicazione col popolo di lassù, anzi, di subire in risposta un attacco diretto all’astronave; e deciderà di conseguenza le successive mosse. 

I temi affrontati

Uno dei più ricorrenti e importanti temi affrontati da Lem nei suoi romanzi è l’incomunicabilità: talvolta persino con se stessi, fra due, fra molti…, fra chiunque. Sì potrebbe quasi interpretare come una cosmica sfiducia nell’uomo e nelle sue capacità relazionali, al punto che in molte sue opere il fallimento è una costante imprescindibile delle esperienze umane. Le ragioni sono molteplici ma alla base è facile riscontrare una sorta di perseverante e incurabile miopia che condiziona i comportamenti degli uomini e ne determina le conseguenze; e queste ultime, come in una reazione a catena fuori controllo, obbligano a compiere le successive mosse non sempre con la dovuta lucidità e quasi sempre oltre le nostre capacità di comprendere.  

Si tratta forse di sfiducia dell’autore sulle capacità dell’uomo, tanto come singolo quanto come genere? Onestamente non saprei dare una risposta. I personaggi di Lem possiedono sempre una ben precisa marcatura caratteriale ed etica che li porta inevitabilmente al conflitto, tra loro o con il contesto: dalle sue pagine emergono chiaramente voci contrastanti e talvolta discordanti ma alla fine la scelta che prevale è sempre la scelta o la linea di condotta sbagliata. Su questa affermazione dovrei forse spendere qualche parola per chiarire; intanto, molto semplicemente: cos’è che possiamo reputare giusto e cosa sbagliato, soprattutto quando le scelte mettono in gioco valori assoluti? Nel Pianeta del silenzio, a bordo della nave spaziale c’è anche un religioso, padre Arago (un po’ come il gesuita nella magistrale The Star, di Arthur C. Clarke) e quindi il concetto è virato, almeno da parte sua, sulla morale cristiana anche se in realtà si tratta di valori fondamentali e trasversali. Sul lato opposto ci sono ragioni di sicurezza: sicurezza personale, militare e tecnologica; ci sono orgoglio, paura, pregiudizi, ordini ricevuti; già, ancora una volta loro, gli ordini superiori ai quali evidentemente non è mai possibile sottrarsi. 

E quindi, quando la stretta degli eventi impone al comandante dell’equipaggio decisioni dalle conseguenze irreversibili, anche il formidabile super computer di bordo, infallibile, che controlla in ogni istante qualsiasi aspetto della missione, ivi compresa la condizione psicofisica dell’intero equipaggio, si astiene dal fornire qualsiasi suggerimento perché: “secondo la teoria dei giochi, […] in assenza di soluzioni minimax, ossia tali da rendere massimo possibile il guadagno o da rendere minima possibile la perdita, la decisione migliore era quella puramente casuale” (cap. 10). In breve: anni luce di viaggio per tirare una monetina davanti a scelte di portata tale e tanto decisive come mai il umano ne aveva dovute affrontare.

Non posso tacere l’affermazione che: “Si può provare compassione per il dolore di un individuo o di una famiglia, ma lo sterminio di migliaia o milioni di esseri è un’astrazione numerica di cui non si riesce a percepire il contenuto esistenziale” (cap. 12). Questo pensiero in particolare, espresso con tanta lucidità e gelida compostezza, mi è risultato uno tra i più indigesti, forse il più dell’intero volume, che peraltro offre veramente numerosissimi spunti di riflessione. 

In realtà si spazia dal sarcastico, al bizzarro e al divertito: come immaginare “l’Immacolata concezione in esseri la cui fisiologia riproduttiva non contemplava l’idea, poiché si riproducevano senza concepire. In breve, la moltiplicazione del Vangelo su tutti i bracci delle galassie a spirale ha trasformato il nostro Credo in una caricatura, una parodia di religione. Per colpa di questi giochetti aritmetici…” (cap. 13).

Una visione quindi estremamente accattivante ma che non distrae dai terribili nodi etici che comporta. Il pianeta del silenzio non è un romanzo moralizzante tuttavia non può far a meno di confrontarsi con questioni nelle quali le scelte dei singoli hanno una ricaduta su tutto il genere umano; in questo, scienza e tecnologia hanno un ruolo determinante, soprattutto la seconda, le cui capacità appaiono decisamente ingestibili in un contesto emotivo dominato da incognite e incertezze, peso delle responsabilità e percezione di un pericolo incombente.

Lo spiazzante tema dell’incontro con l’altro, quale che sia il significato che vogliamo dare al concetto,  ha sfaccettature molto diversificate. L’autore analizza difficoltà di ogni genere alle quali l’equipaggio si è assiduamente preparato, da quelle meramente verbali a forme di trasmissione assai più complesse e profonde. Ma i presupposti stessi non sono i migliori. Se ci pensiamo, l’uomo, in tutta la sua storia, ha dato ampie dimostrazioni di incapacità o mancanza di volontà di comunicare sinceramente ed efficacemente, nemmeno coi propri simili: mi vengono in mente i famigerati conquistadores che nel Nuovo Mondo appena scoperto, incontrando un nuovo villaggio, leggevano agli indios il Requerimiento, ovvero un proclama in latino (o spagnolo, cambiava poco) nel quale si imponeva l’immediato atto di sottomissione a sua maestà il Re di Spagna; talvolta addirittura la lettura avveniva da lontano, senza quindi nemmeno la possibilità di udire quelle parole sconosciute. Di fronte all’incertezza e comunque all’assenza di ogni reazione da parte degli indios a quelle oscurità parole, i conquistadores erano liberi di interpretare l’atteggiamento come ostile e quindi attaccare i malcapitati con le armi da fuoco. E pensare che questo documento era stato introdotto per limitare le brutalità che si perpetravano in nome di Sua maestà e della Croce di Cristo.
In questo romanzo assistiamo a una drammatica escalation che non rallenta a dispetto di ogni tentativo di distensione, di ogni opinione contraria, di ogni buon proposito. E quest’ultimo è l’aspetto più sconcertante e disarmante.

Alla fine, se spogliamo la narrazione da tutto, ma proprio da tutto ciò che la riveste, cosa rimane? Ogni lettore probabilmente rimarrà colpito da aspetti diversi; personalmente sono rimasto spiazzato dall’incapacità cronica dell’uomo di riuscire a gestire se stesso, la propria intelligenza e infine, soprattutto, il potenziale letale della propria tecnologia.
Pensando a questo non ho potuto fare a meno di ricordare l’emozionante monologo di Charlie Chaplin da Il grande dittatore del quale cito qui solo una parte:

Abbiamo i mezzi per spaziare, ma ci siamo chiusi in noi stessi; la macchina dell’abbondanza ci ha dato povertà; la scienza ci ha trasformato in cinici; l’abilità ci ha resi duri e cattivi.
Pensiamo troppo e sentiamo poco.
Più che macchinari, ci serve umanità.
Più che abilità, ci serve bontà e gentilezza.
Senza queste qualità, la vita è violenza, e tutto è perduto.

Senza queste qualità, la vita è violenza, e tutto è perduto.

Buona lettura

Pubblicità

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.