Michelangelo scultore, pittore, architetto è arcinoto. Le sue opere sono capolavori universali, senza eguali e senza tempo e con lui la concezione stessa dell’arte giunse a una svolta epocale e non fu più la stessa: sorprende in particolare il valore che l’artista attribuiva alla sua opera, non solo e non tanto in termini economici (in ogni caso esorbitanti, tanto che mecenati e collezionisti avrebbero venduto un occhio della testa per accaparrarsi almeno un suo bozzetto) ma soprattutto in termini di completamento di se stesso.
Per spiegare meglio ciò che intendo il più celebre esempio la Pietà Rondanini, oggi conservata a Milano nel Museo del Castello Sforzesco, ultima opera dell’artista che ormai lavorava solo per sé. Della Pietà si conservano all’Ashmolean Museum di Oxford i disegni preparatori e, da quanto si intuisce sulla pietra, il capolavoro doveva essere già prossimo al completamento quando Michelangelo cambiò idea sul progetto e letteralmente si avventò su di esso, scavandovi dentro fino a trasformare la scultura al limite dell’impossibile. L’attento restauro ha scoperto dentro il marmo schegge di metallo, indice che lo scultore colpiva l’opera con tanta foga da rompere le punte degli scalpello. Cosa cercava con tale accanimento? Una visione, certamente, una visione che colmasse il terribile vuoto esistenziale che provava negli ultimi anni della sua vita. Vuoto e disperazione, solitudine e sofferenza fisica.
Fino ad allora l’arte era stata la sua infaticabile musa consolatrice: non si era mai risparmiato, in termini fisici e d’ingegno, con una fantasia esplosiva e inesauribile, con sapienza, provocazione e innovazione fino e oltre il limite della trasgressione. Ma lui era il Genio e a lui tutto, o quasi tutto, poteva essere perdonato. Vasari, nella Vita di Michelangelo, scrivendo della Sagrestia nuova di San Lorenzo, ne evidenziava la spumeggiante e sbalorditiva novità nei fregi e nelle decorazioni e manifestava anche una certa apprensione, temendo che le nuove generazioni si lanciassero in altrettante stravaganti soluzioni ma senza le capacità del Maestro, cadendo in una grottesca produzione fine a se stessa.
Ma, tornando agli ultimi anni, o mesi, di vita del vecchio artista, quali erano i suoi crucci?
Pochi anni prima si era già avventato su un’altra Pietà, la cosiddetta Pietà Bandini, oggi nel Museo dell’Opera di Santa Maria del Fiore, a Firenze. Michelangelo aveva concepito il gruppo scultoreo per la propria sepoltura, poi l’aveva abbandonato incompiuto, come molte altre sue opere, del resto. Ma qui c’era qualcosa di diverso, ovvero un ostacolo che gli impediva di proseguire il lavoro, e non era un ostacolo di natura artistica. Le sue abilità tecniche gli avrebbero consentito di superare ogni difficoltà ma stavolta si trattava di altro. Il suo assistente Ascanio Condivi aveva capito che era un blocco radicato più in profondità e per questo lo spronava quasi quotidianamente a concludere l’opera, almeno finché Michelangelo, furente per tanta insistenza, prese a mazzate la Pietà, accanendosi particolarmente proprio sulla figura di Cristo, e la distrusse. I frammenti furono recuperati (non tutti) e successivamente rimontati ma l’atto fu clamoroso e sacrilego, segno evidente di un indicibile disagio. E ritorna la stessa domanda: perché?

Ci aiuta a capire, forse, la letteratura. Michelangelo fu anche uomo di letteratura, non solo perché era un grande lettore di poesia, in particolare della poesia toscana del Trecento, anzi, possedeva una scelta collezione di edizioni della Commedia di Dante Alighieri e ne era anche un critico competente; in più fu poeta. Scrisse numerosi componimenti nel corso della propria vita, alcuni dei quali molto intimi, volti al tentativo di fare chiarezza nella propria vita e nelle proprie passioni. Tendenzialmente fu un poeta petrarchesco (soprattutto nei contenuti) ma la sua indole passionale plasmò le sue opere letterarie come quelle scultoree e pittoriche, travalicando i limiti di pacata armonia del poeta aretino.
In particolare mi sembra particolarmente significativo uno dei suoi più celebri sonetti: Giunto è già ’l corso della vita mia; eccolo:

Giunto è già ’l corso della vita mia, 
con tempestoso mar, per fragil barca,
al comun porto, ov’a render si varca
conto e ragion d’ogni opra trista e pia.

Onde l’affettüosa fantasia
che l’arte mi fece idol e monarca
conosco or ben com’era d’error carca
e quel c’a mal suo grado ogn’uom desia.

Gli amorosi pensier, già vani e lieti,
che fien or, s’a duo morte m’avvicino?
D’una so ’l certo, e l’altra mi minaccia.

Né pinger né scolpir fie più che quieti
l’anima, volta a quell’amor divino
c’aperse, a prender noi, ’n croce le braccia.


Vediamo una rapida parafrasi:
Il corso della mia vita, come una fragile barca
che attraversa mari tempestosi
è oramai arrivato al porto al quale tutti siamo destinati
entrando nel quale si rende conto di ogni nostra opera, pia o malvagia.

Per cui, adesso comprendo bene quando fosse carica di errore
la fantasia affettuosa (appassionata) che per me trasformò l’arte
in un idolo e in un monarca; e [comprendo bene] come l’uomo desideri sempre
ciò che è contrario al suo stesso bene.

I pensieri amorosi, così vuoti eppure felici
a cosa diverranno adesso, se a due morti mi avvicino?
Di una sono certo [la morte del corpo], l’altra mi minaccia [la morte dell’anima, ovvero la dannazione].

Né dipingere né scolpire potranno acquietare
la mia anima, rivolta a quell’amore divino
che aprì le braccia sulla croce per accoglierci.

Il significato letterale di questo sonetto è evidente, anche quello simbolico e pure quello religioso. Che manca dunque ancora? Certamente una riflessione a più ampio spettro si può azzardare. Molto si è discusso sulla presunta vicinanza di Michelangelo alla novità della Riforma protestante. Sappiamo che frequentò circoli troppo progressisti, primo fra tutti quello della marchesa Vittoria Colonna, arricchito dalla presenza del cardinale Reginald Pole, candidato al soglio pontificio ma costretto a defilarsi e lasciare spazio al reazionario Pietro Carafa, eletto col nome di Paolo IV.
Le presunte trasgressioni dottrinarie di Michelangelo, almeno secondo il metro di giudizio del tempo, ci porterebbero molto lontano; è evidente però come una delle novità della predicazione luterana riguardasse la completa derivazione divina della salvezza, dipendente solo dalla grazia di Dio e in alcun modo dai meriti umani. Questo relegava in subordine la carità e dalle opere, reputati necessari ma in alcun modo decisivi per la salvezza. In conseguenza, cadeva l’esempio virtuoso delle vite dei santi e della Chiesa stessa, vero e proprio intralcio fra uomo e Dio.

Difficile stabilire quale sia il reale significato di questo sonetto, In effetti, potremmo forzare appena i significati, calarli nel contesto di altri indizi e spingerci su terreni intrisi di dubbio e sospetto. Personalmente preferisco leggerlo come il testamento spirituale di un uomo solo, malato e debole che sentendo prossima la propria fine (in realtà vivrà ancora molto a lungo) tracciò un bilancio della propria vita, sentendosi terribilmente impotente e affidandosi completamente all’amore divino, nella speranza che questo potesse colmare le lacune e le debolezze umane. Indubbiamente, è anche il testamento spirituale di un artista che ha chiesto sempre più di quanto potesse ottenere, da se stesso in primis, sottoponendosi a sforzi fisici inumani, ma soprattutto anche dalla Fede, o forse, meglio ancora, dalla Chiesa.

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