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La spedizione perduta di Franklin, prima parte
La spedizione perduta di Franklin, terza parte

Proseguendo dall’articolo precedente la narrazione della tragica fine della cosiddetta Spedizione di Franklin, vediamo un pochino più in dettaglio le scoperte conseguite dalle numerose missioni di ricerca che si sono susseguite in questi ultimi centosettanta anni. In questo, scienza e nuove tecnologie hanno fornito un supporto insostituibile.

Il destino degli equipaggi: le indagini archeologiche e gli studi scientifici sui reperti

Abbiamo lasciato la narrazione al momento dell’abbandono delle navi ma prima di avere il quadro completo dei fatti che accaddero in seguito bisognerà attendere le ricerche condotte con metodi scientifici a partire dagli inizi degli anni Ottanta del Novecento, con la minuziosa perlustrazione dell’Isola di Re Guglielmo. La prima campagna partì nel 1981 a cura del Dipartimento di Antropologia della Alberta University e furono rinvenuti numerosi reperti, taluni anche importanti, come parte della strumentazione scientifica, orologi, occhiali da neve, cronografi da marina e accessori d’uso quotidiano d’ogni tipo; tra i rinvenimenti c’erano anche resti umani sui quali il dato comune più evidente era la massiccia carenza di vitamina C, male comune delle marine del passato per l’impossibilità di conservare a lungo cibi freschi, e purtroppo principale causa a bordo di epidemie di scorbuto. Tra i sintomi più vistosi della malattia c’è la tendenza emorragica delle mucose e più in generale un deficit della coagulazione che, nel contesto della vita di bordo del tempo, era pericolosissimo per l’estrema facilità con cui i marinai potevano ferirsi. Inoltre la malattia causa gravi infiammazioni delle gengive, con sanguinamento, e mobilità dei denti. L’osservazione minuziosa in laboratorio dei reperti ossei portò tuttavia ad una scoperta terribile e scioccante; i segni di raschiamento visibili potevano significare solo una cosa: era stato praticato il cannibalismo sui compagni deceduti. La ricerca di metalli pesanti nell’organismo evidenziò poi l’accumulo di piombo in percentuali abnormi, le ragioni del quale al momento rimanevano un mistero.
Nel 1984 però un’equipe di specialisti tornò nel piccolo cimitero dell’Isola di Beechey: fu esplorato il sito ed esumati i corpi di John Torrington e di John Hartnell; a causa di un tempo inclemente la missione dovette affrettare il rientro e poté condurre solo un’ispezione sommaria di Hartnell ma sul compagno fu praticata un’autopsia accurata e prelevati campioni di tessuti e ossa per condurre esami più approfonditi in laboratorio.

Le sepolture dei marinai della Spedizione di Franklin sull’Isola di Beechey, 1846

Già dall’esame esterno era chiaro che le temperature polari avevano congelato e mummificato i corpi, in particolare quello di Torrington, preservandolo incredibilmente ben conservato, tanto da rendere la sua mummia dagli occhi azzurri una delle più celebri della storia. Fu stabilita la causa della morte: tubercolosi, ma con le aggravanti di un generale deperimento fisico, disturbi del metabolismo e squilibri psichici; il tutto riconducibile esattamente alla medesima massiccia intossicazione da piombo. Anche il povero John confermava quindi i risultati degli esami condotti sui suoi compagni deceduti sull’altra isola.

Gli esperti hanno ovviamente cercato una spiegazione di questo avvelenamento. A Beechey, dove la spedizione aveva svernato, furono rinvenuti moltissimi barattoli di cibo vuoti e il loro studio mise subito in luce la pessima fattura della confezione perché, evidentemente per risparmiare tempo e velocizzare i tempi della consegna, la saldatura dei barattoli si presentava di scarsissima qualità, il che lascia supporre che anche la conservazione del contenuto doveva essersi compromessa molto precocemente, inoltre la sigillatura era stata eseguita con una pessima saldatura in piombo, il quale era colato all’interno del contenitore e certamente entrato in contatto col cibo. La quantità del metallo accumulato nell’organismo di Torrington era tuttavia incredibilmente elevata e questo difficilmente poteva essere spiegato soltanto con la contaminazione da cibo. È stata allora avanzata l’ipotesi che la causa potesse essere il primitivo impianto di desalinizzazione delle acque installato a bordo col quale si otteneva l’acqua dolce per le caldaie a vapore e, evidentemente, quella destinata anche all’uso potabile.
Nuove ricerche sui compagni di Torrington, in particolare nuovi campioni prelevati da capelli e unghie di Hartnell, consentirono di confermare ulteriormente l’avvelenamento da piombo  e anche scoprire che sul corpo di Hartnell era già stata eseguita un’autopsia: evidentemente il medico di bordo voleva accertarsi che non vi fosse in atto un’epidemia. Riguardo al terzo compagno, il fante di marina William Braine, ne fu constatato l’estremo deperimento, tanto che al momento del decesso doveva pesare attorno ai quaranta chilogrammi.

Ma, come abbiamo visto, il destino degli uomini di Franklin si compì sull’Isola di Re Guglielmo. Nel corso degli anni cinquanta dell’Ottocento quella landa desolata fu esplorata in ogni direzione, anche in condizioni di estrema difficoltà. Diversi gruppi inuit furono intervistati soprattutto da John Rae che era riuscito a intrattenere con loro ottimi rapporti; ottenne un racconto estremamente dettagliato e poté acquistare molti “cimeli” da loro raccolti e che inequivocabilmente erano appartenuti ai membri degli equipaggi. Gli riferirono di gruppi sempre più sparuti di uomini bianchi in marcia verso sud e in quel contesto si iniziò a vociferare di episodi di cannibalismo dopodiché tutti morirono di fame; dissero anche di aver trovato corpi mutilati e pentoloni per bollire le carni. Queste rivelazioni, trapelate senza autorizzazione sulla stampa, sollevarono un’ondata di risentita indignazione e furono rigettate dall’opinione pubblica e dall’Ammiragliato nella chiara convinzione che virtuosi marinai britannici non sarebbero mai e poi mai caduti in una tale condizione d’abiezione. Ovviamente Rae ne fu vituperato e privato d’ogni riconoscimento per i  meriti conseguiti nella ricerca della verità. Ahimè, le scoperte successive, come già sappiamo, gli avrebbero dato ragione.

I reperti raccolti furono veramente moltissimi: da una minutaglia di oggetti fino a scheletri e resti di corpi. Sappiamo che al momento di abbandonare le navi furono utilizzate tre scialuppe per caricare provviste e attrezzature ritenute necessarie (fra le quali anche posaterie della mensa degli ufficiali), montate su slitte e trainate a viva forza, impresa improba per uomini ormai allo stremo, ammalati e disorientati. L’enorme fatica poteva essere giustificata solo dalla fievole speranza di imbattersi in acque libere ma nessuna ci riuscì. Due furono trovate dagli inuit e saccheggiate e la terza dalla spedizione Hobson. All’interno c’erano i resti di due corpi, due scheletri in verità, malamente riparati sotto del telo da vela. Le scialuppe quindi furono abbandonate lungo il tragitto, troppo pesanti ormai da trascinare e i superstiti, sempre meno, continuarono verso sud, portando con sé quanto poterono.
Gli inuit raccontarono di essere entrati più volte nelle navi bloccate nel ghiaccio e poi che, successivamente, avevano visto muoversi sul ponte degli uomini. Probabilmente, una parte dell’equipaggio non se la sentì di proseguire e preferì tornare indietro e attendere al riparo e, stando al racconto, una parte di loro era ancora viva nel 1849, quando nuovamente decise di partire, per morire di fame poco tempo dopo.
Hobson, raggiunto da McClintock, proseguì in direzione sud, verso la foce del Back’s Fish River, assistendo al rapido assottigliamento dei reperti. Fu tuttavia scoperto il cadavere forse di Thomas Armitage, dell’equipaggio della Terror, e nelle sue vicinanze uno dei più strani e misteriosi reperti: i cosiddetti Peglar Papers. Si tratta di un quaderno avvolto in una custodia di pelle e deve il nome a un certificato trovato fra le sue pagine intestato al marinaio Henry Peglar. All’interno c’erano numerosi appunti apparentemente privi di significato, difficilissimi da leggere e quasi impossibili da decifrare e comprendere; nemmeno si è potuto concludere se si tratti di una bizzarria, di uno scherzo o se sia il risultato di una mente completamente delirante e per adesso nessuno ne è venuto a capo. Sono conservati al Royal Museum Greenwich, assieme a molti altri reperti della spedizione (clicca qui per sfogliare le immagini della collezione).

La custodia dei Peglar Papers

L’esplorazione dell’Isola di Re Guglielmo è stata condotta quasi metro per metro e le acquisizioni archeologico-documentarie sono state centinaia e centinaia, anche se sempre più sporadiche spostandosi verso sud e verso est. Qualcuno riuscì certamente a marciare più a lungo degli altri e gli ultimi corpi furono rinvenuti in quella che è stata battezzata significativamente Starvation Cove, la Baia della Fame, Penisola di Adelaide, ancora un centinaio di chilometri a nord della foce del fiume Back’s Fish. Ironia della sorte, gli ultimi membri della spedizione di Franklin, camminando sui ghiacci, senza saperlo avevano raggiunto la terraferma, lungo la costa settentrionale della Canada continentale e lì si compì il loro destino.


2 pensieri riguardo “La Spedizione perduta di Franklin, seconda parte

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