Da un po’ di anni seguo con curiosità l’evolversi dei generi letterari che popolano gli scaffali delle librerie; o meglio: osservo l’evolversi delle percentuali dei generi letterari.
I classici della narrativa sono pressoché immutabili e lo spazio loro riservato non varia, anche se di tanto in tanto vengono riorganizzati poiché accanto ai superclassici si affiancano i nuovi. Esclusa poi la saggistica (esclusa solo perché questa risponde a regole tutte proprie) e i libri per bambini e (in parte) ragazzi, la battaglia si combatte tra i generi cosiddetti minori: thriller, fantascienza, gialli e noir.

Al di là della qualità letteraria che qui non sarà presa in discussione se non per brevi osservazioni, non posso fare a meno di notare come i gusti siano pesantemente manovrati in tutta evidenza dal cinema e dalla televisione (e già questo la direbbe lunga): il ciclo dell’Anello di Tolkien, poi cacciatori di vampiri in tutte le forme, l’interminabile Trono di spade per non parlare di Stephen King, che a decenni di distanza riprende le fila di Shining e di It, puntualmente trasformati in pellicola. In compenso l’umanità parrebbe salva dalle sfiorate estinzioni a causa di virus, alieni e zombi. L’unica estinzione di cui non ci preoccupiamo è quella vera, la nostra, e a causa di noi stessi; ma questo è un altro discorso.

Mi ha sempre appassionato la fantascienza, non i sottogeneri tecnologico, né quello orrorifico di Alien per intenderci, ma piuttosto quello filosofico, storico, esistenziale e psicologico; quello che sfrutta l’elemento fantastico/fantascientifico per far sì che possiamo confrontarci con aspetti della realtà che il mondo reale non permetterebbe con altrettanta facilità.

Per l’appunto, pochi giorni fa, mi è capitato sotto mano una raccolta di interventi di Calvino, pubblicati sotto il titolo Mondo scritto e mondo non scritto, con il quale l’autore descriveva il suo rapporto con i mondi prodotti dalla fantasia letteraria e il mondo reale. Chi ha saputo creare mondi, popolarli, renderli verosimili perché riconoscibili nei sentimenti, negli istinti dei protagonisti, be’… ha capito il senso di questo bistrattato genere letterario. Come dimenticare i lancinanti sensi di colpa di Solaris di Stanislaw Lem, o la sua scanzonata derisione delle psicosi e fobie del mondo moderno nel bizzarro Congresso di futurologia; come non citare la monumentale opera di Isaac Asimov, La trilogia della Fondazione, vero e proprio compendio delle infinite sfumature dell’animo umano (e non solo).
E poi, l’eterno conflitto tra fede, scienza e intelligenza affrontato da Arthur Clarke in 2001. Odissea nello spazio oppure nel capolavoro La stella, del 1955, oppure nel bellissimo, semplicemente bellissimo Dune, di Frank Herbert.
Vabbè, potrei andare avanti per ore…

Chi vuole confrontarsi oggi con questi temi? L’ultimo (almeno secondo le mie conoscenze ed esperienza) è stato Jacek Dukaj, nel mistico e surreale racconto La cattedrale, dopodiché siamo piombati (letteralmente) sulla terra, dibattendoci tra omicidi seriali efferatissimi (il podio si guadagna evidentemente con questo). Ma anche la potenza narrativa ed evocativa di Max Brooks in World war Z (con il quale il film condivide solo il titolo) anche in questo caso è ormai un ricordo.

Ho bene in mente la prima volta (prima di una lunga serie) che lessi Ubik, di Philip K. Dick e ricordo chiaramente il mondo che mi aprì. Le paure inconfessate dell’uomo, che in un giovane di una ventina d’anni (ma il libro è del 1969) rimbalzavano disordinatamente nella testa per poi uscirne quasi com’erano entrate, lasciavano in realtà in quel ‘quasi’ un seme prodigioso e fatale il cui frutto prima o poi matura sempre, reclamando il suo spazio. Dick ha creato mondi su mondi, personaggi su personaggi; ma la paura non se n’è mai andata e quando apparentemente l’ha fatto, è stata per tornare, più forte di prima, rafforzata dalla consapevolezza.

Andare, come oggi accade, a cercare mondi alternativi, universi paralleli, o ideare mondi magici sembra purtroppo solamente un espediente per allontanarci dal nostro presente, cercare nella migliori delle ipotesi una seconda opportunità dopo aver fallito in questo mondo. Imputare al soprannaturale i nostri insuccessi (fantasmi o mostri che siano) non ha più la dirompente furia evocatrice di Lovecraft, né la preveggenza di Dick.

Loro guardavano dentro le persone per illuminare anche per pochi passi (o magari nessuno) la strada che c’era di fronte, adesso si cerca qualcuno che firmi il nostro libretto delle giustificazioni; una luce che si spera sia fuori, da qualche parte, magari di là da un buco nero, per illuminare il buio che abbiamo dentro.

“I vostri nemici non sono gli uomini, ma gli uomini ignoranti. Non confondete gli uomini con la loro ignoranza.” P. K. Dick, La trilogia di Valis

4 pensieri riguardo “Leggere, che passione!

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