Scritto nel 2014 e pubblicato da Bompiani nel 2015 (traduzione di Milena Zemira Ciccimarra), Stazione undici è il romanzo che ha portato al successo la scrittrice canadese Emily St. John Mandel, aggiudicandosi l’Arthur C. Clarke Award e diventando, anni dopo, anche una serie televisiva.
Trama (senza rivelazioni) e struttura narrativa
Il romanzo si apre nel presente con la morte di Arthur Leander, celebre attore hollywoodiano colto da un infarto sul palco durante una rappresentazione di Re Lear, proprio la sera in cui, fuori dal teatro, comincia a diffondersi l’epidemia influenzale detta Georgiana, una violentissima forma di SARS che nel giro di poche settimane spazzerà via la quasi totalità della popolazione mondiale. Vent’anni dopo, ci troviamo a seguire le vicende Kirsten Raymonde, che quella sera si trovava sul palco fra le giovani comparse dello spettacolo. Kirsten attraversa gli insediamenti sopravvissuti insieme all’Orchestra Sinfonica Itinerante, un gruppo di attori e musicisti dediti a portare Shakespeare e musica girovagando in carovana tra le comunità superstite disperse attorno al lago Michigan, forti del motto preso in prestito da Star Trek: “sopravvivere non basta”. Il loro arrivo a St. Deborah by the Water, dove si è insediato un sedicente Profeta dai metodi violenti e visionari, fa precipitare gli eventi del fragile equilibrio.
La struttura del romanzo alterna quidni il presente post-epidemico di Kirsten e dei membri dell’Orchestra al passato di Arthur Leander, delle sue mogli e dei suoi amici, in un intreccio di piani temporali e storie che, credo, vorrebbero dimostrare come ogni vita sia in realtà parte di un tessuto di coincidenze e legami invisibili destinate a condurre a un unico punto. È un’ambizione dichiarata presumibilmente fin dal titolo, Stazione undici è infatti un fumetto immaginario disegnato da una delle mogli di Arthur, oggetto misterioso e di gran valore simbolico che, pur essendo stato stampato in tiratura limitatissima, riaffiora nelle mani di più personaggi lungo il racconto. Personalmente ho trovato i lunghi flashback su Leander e il suo entourage decisamente lunghi, pedanti, di scarso interesse e assolutamente sbilanciati nell’architettura del romanzo. Alcuni personaggi che poi si riveleranno del tutto secondari se non marginali nel complesso del romanzo, vengono introdotti con cura sproporzionata, mentre altri, potenzialmente più interessanti – primo fra tutti proprio il Profeta di St. Deborah, la cui minaccia resta più annunciata che tradotta in essere – restano sullo sfondo e gli inevitabili nodi narrativi risolti con frettolosa disinvoltura. Naturalmente il dissesto dell’intero genere umano giustifica qualsiasi reazione ma l’obiettivo primario dell’Orchestra stava proprio nel disperato tentativo di restare umani. La percezione che ho avuto è che l’autrice si sia trovata in mano un mazzo troppo fitto di , quasi sacrificati all’esigenza di tenere insieme troppi fili e più di uno non è stato gestito in modo coerente.
Va riconosciuto alla Mandel un indubbio talento nell’evocazione: gli accampamenti nel nulla, gli aeroporti trasformati in villaggi permanenti, i musei improvvisati negli hangar hanno una loro suggestione, sospesa fra nostalgia per il mondo perduto, malinconia e stupore per la sua accanita sopravvivenza nelle forme dell’arte. Ma proprio questa vocazione contemplativa e la frammentazione delle storie in atto finiscono per diluire la tensione narrativa: gli eventi di St. Deborah, che dovrebbero costituire il nucleo drammatico del romanzo, arrivano tardi e si risolvono in fretta, quasi un inutile orpello narrativo da rimuovere, rispetto al tempo lungo dedicato ai flashback sulla vita newyorkese di Arthur, alla fine una sequenza di pedanteria un po’ gossippara.
Chi cerca in Stazione undici un romanzo post-apocalittico nel senso più classico e brutale del termine – la lotta, la minaccia incombente, la suspense della sopravvivenza materiale – resterà probabilmente deluso: l’apocalisse qui è più un pretesto che il motore del romanzo, il che di per sé potrebbe non essere un difetto giacché il vero interesse dell’autrice sta proprio tentativo di rispondere alla domanda di cosa dell’umano sopravviva davvero a una catastrofe, e su questo piano il romanzo ha momenti di centratura perfetta e commovente. Resta però il sospetto che l’equilibrio fra le due anime del libro – quella intimista e quella di genere – non sia mai stato pienamente trovato, e che la fama internazionale del romanzo debba più all’originalità della premessa che alla sua realizzazione sulla distanza.
Concludendo…
Stazione undici è un libro che ho iniziato con interesse ma senza il coinvolgimento che la sua reputazione nella comunità dei lettori mi aveva fatto pregustare: la scrittura è sorvegliata, cosa che reputo sempre un punto a favore, le atmosfere ben costruite, ma la struttura frammentata finisce per raffreddare più che alimentare la curiosità del lettore, e il finale, atteso a lungo, non restituisce del tutto la tensione promessa. Un romanzo da conoscere, dopo molti altri.
E voi l’avete letto? cosa ne pensate?
