La ragazza del treno, di Paula Hawkins, trad. it. di Massimo Bocchiola, Piemme
Il clamore planetario di Gone Girl di Gillian Flynn ha davvero consacrato un nuovo genere letterario: il thriller psicologico a narratori multipli, ovvero una narrazione in cui capitolo dopo capitolo si avvicendano i protagonisti, ognuno raccontando la propria versione dell’intreccio in prima persona. Per il lettore è una richiesta di attenzione in più, poiché la narrazione si interrompe e riparte da un nuovo punto e con un punto di vista in continua variazione. Anche per lo scrittore non è uno scherzo, perché richiede la capacità di rendere distinguibili e personalizzati anche i caratteri espressivi di ognuno.
La struttura narrativa e la trama (senza rivelazioni)
La ragazza del treno di Paula Hawkins, altro grande successo editoriale di una decina di anni fa, si colloca esattamente in questo solco e ne condivide pregi e limiti, sfruttando tutti i punti di forza del genere ma anche palesando qualche (poche) difficoltà. Il romanzo, uscito nel 2015 e presto trasposto sullo schermo con discutibili risultati ma forte di una strepitosa interpretazione di Emily Blunt nei panni della protagonista, costruisce la propria architettura narrativa su tre voci femminili – Rachel, Anna e Megan – che si alternano in una successione di capitoli brevi, ciascuno ancorato a una data e a un’ora precisa e non sequenziale, quasi a voler imporre al lettore la stessa fumosa percezione del tempo in cui è invischiata la protagonista.
Rachel Watson, alcolizzata, disoccupata e ossessionata dal proprio passato coniugale, osserva ogni mattina dal finestrino del treno pendolari una coppia che le appare perfetta, proiettandovi un’esistenza che non le appartiene più: “loro sono ciò che io ho perso”, dice; il treno si ferma insistentemente proprio davanti la loro casa per un semaforo sempre rosso e Rachel inizia a fantasticare sulla loro vita, dando loro dei nomi immaginari e costruendo una storia di fantasia. Una mattina, scopre la donna baciare uno sconosciuto sulla veranda di casa e poche ore dopo viene denunciata la sua scomparsa. Da quel momento in poi, inizia la tenace, dolorosa e impossibile ricerca di Rachel tra i taglienti frammenti dei suoi ricordi, dentro una memoria fatta a brandelli dai sensi di colpa e dall’impenetrabile cortina dell’alcol, nella convinzione apparentemente ingiustificata di custodire una fondamentale verità che nessun altro conosce. Questo è il motore del romanzo, semplice ed efficace: la memoria alcolica, lacunosa, inaffidabile di Rachel produce ininterrottamente suspense e attenzione in una trama che, fino alla svolta finale, non ha molto in più da aggiungere. L’autrice, sebbene per motivi diversi abbia voluto creare tutti personaggi indigesti e assolutamente non empatici, riesce a far stabilire un legame indissolubile e difficile da spiegare con la protagonista; in altre parole, il lettore non dubita mai della sincerità di Rachel, ma impara presto a diffidare della sua percezione della realtà e dei suoi ricordi, e in questa presa di distanze si annida la vera tensione del libro; anche perché, ogni volta che lei si espone nel tentativo di chiarire i fatti, fatalmente va incontro a nuovo dolore e nuove delusioni dei quali, inevitabilmente, finiamo per diventarne partecipi.
Il ritmo è serrato, le rivelazioni si susseguono con un dosaggio calibrato che rende la lettura scorrevole, anche se dai contenuti impegnativi in più di un’occasione. Non mancano anche i momenti in cui la vicenda principale viene messa da parte e l’autrice stende pagine molto belle e significative sui sobborghi londinesi, sulla vita pendolare e su una palpabile desolazione di vita e pratiche quotidiane. Da ex pendolare di treno mi sono molto riconosciuto in quel mondo fatto di isolamento, riservatezza e timidi tentativi di contatto col vicino di sedile sconosciuto.
Difetti…
Sicuramente è una pignoleria ma mi sento di evidenziare una inconguenza che ho percepito molto: Rachel, Anna e Megan sono tre donne diversissime sul piano biografico, culturale e sociale e tuttavia finiscono per sovrapporsi sul piano stilistico. Anna e Megan soprattutto, in particolare, condividono con Rachel un medesimo registro lessicale e sintattico, una medesima cadenza interiore; Megan ha un linguaggio più spiccio – e spinto – ma nelle sequenze riflessive è indistinguibile dalle altre. Ovviamente è un limite che non compromette il meccanismo del giallo ma che indebolisce l’occasione di restituire tre soggettività autenticamente distinte e di notevolissima personalità. Si ha come la percezione che, alla fine, non siano tre donne ma tre varianti di una medesima voce.
Concludendo…
Ho letto il romanzo con grande partecipazione; l’ho trovato capace di intrattenere con intelligenza, disturbante in più di una circostanza. La violenza domestica nascosta dietro le facciate borghesi più rassicuranti è forse l’aspetto più inquietante: infedeltà, abuso, violenza e fragilità sono palpabili e palpitanti a ogni pagina. Devo dire che averlo letto dopo Buio di Vera Buck è stato un uno-due davvero impegnativo.
Insomma, è stato un bel viaggio, certamente non una distrazione.

Anche a me tutto sommato è piaciuto. Concordo sia riguardo al difetto che hai evidenziato sia riguardo a Emily Blunt.
"Mi piace"Piace a 1 persona
Grazie per aver letto l’articolo. Quest’estate sto leggendo quasi tutti romanzi con narratore multiplo, sicché mi è facile fare confronti.
"Mi piace"Piace a 1 persona
Bene. Una bella estate dunque!
"Mi piace""Mi piace"
Buongiorno. Quest’estate le scelte sono state fortunate. Ho terminato ieri “Gone Girl”, il capostipite del genere. Presto su queste pagine 😊…
"Mi piace"Piace a 1 persona
Bene!
Io purtroppo in questo caso ho visto solo il film.
"Mi piace""Mi piace"
A me è piaciuto molto!
"Mi piace"Piace a 1 persona