La riflessione dantesca su arte e creazione
Quando Dante Alighieri componeva le sue opere, il termine “arte” non possedeva ancora la valenza autonoma che assumerà nel Rinascimento, eppure sarebbe riduttivo concluderne che il suo rapporto con la creazione artistica fosse semplicemente quello di un uomo del suo tempo. Egli elaborò una riflessione sull’arte di straordinaria originalità e coerenza: una riflessione nella quale l’atto creativo non è mai soltanto tecnica né semplice imitazione, ma diventa simultaneamente forma di conoscenza, misurazione del limite umano e partecipazione – imperfetta, transitoria ma reale – all’ordine che fonda il cosmo. Seguire questo pensiero significa attraversare l’intera sua produzione, dalla teoria poetica del Convivio e del De vulgari eloquentia fino alle architetture simboliche della Commedia, un percorso nel quale ogni testo prepara il terreno al successivo e nel quale la domanda sull’arte si rivela, alla fine, inseparabile dalla domanda su Dio, sull’uomo e sul tempo che li separa.
La cultura medievale dell’arte
Nel lessico medievale, ars designa una competenza tecnica, un “sapere fare” stabilito da regole precise. Le Arti liberali (il Trivio e il Quadrivio) e le Arti meccaniche costituivano la base enciclopedica del sapere e su questo la stessa poesia si disponeva nel ruolo di figlia della Grammatica e della Retorica, non ancora come espressione viva dell’individuo creatore nel senso moderno.
Eppure, proprio in questo orizzonte concettuale, Dante maturò una riflessione originale e innovativa: egli prese molto sul serio il valore intrinseco dell’arte, intendendola come forma di conoscenza, ovvero come via verso il vero, e al tempo stesso implicando la problematica possibilità di confrontarsi, se non addirittura di coincidere, con l’opera di Dio. Questa tensione verso il continuo superamento di sé accompagna tutta la sua produzione, dalla lirica giovanile dello “stil nuovo” fino ai canti del Paradiso.
I riferimenti teorici entro cui Dante immagina l’arte sono principalmente quello aristotelico, in special modo attraverso la rivisitazione della Scolastica (in particolare da Tommaso d’Aquino) e dell’enciclopedismo di Isidoro di Siviglia e Brunetto Latini. L’arte dunque, secondo il precetto antico, è mimesis, ovvero creativa imitazione della Natura attraverso le arti, ma è bene chiarire che per Dante non fu mai passiva replica né una procedura puramente tecnica: nel canto XI del Purgatorio, la creazione artistica si lega fatalmente alla scansione temporale e generazionale; nella visione dantesca ogni artista imita e supera il maestro, e viene a sua volta superato da chi giunge dopo. La storia dell’arte diventa così una storia di successioni e trapassi, di eccellenze che invariabilmente si eclissano, salvo durante le “etati grosse” evocate negli stessi versi, ovvero età decadenti alle quali si accompagnal’involuzione dell’inventiva.
Credette Cimabue nella pittura tener lo campo, e ora ha Giotto il grido, sì che la fama di colui è scura. (Purg. XI, 94-96)
La celebre terzina è portatrice di una profonda riflessione sull’arte e sull’essere artista: Dante non celebra semplicemente il progresso tecnico della pittura, ma relativizza lo stesso impianto teorico che sta alla base dell’arte, soggetto alla caducità come qualsiasi prodotto umano. La dichiarata superiorità di Giotto su Cimabue non mira a stabilire un valore assoluto dell’opera d’arte, men che meno intende essere un giudizio critico sul loro operato; l’intenzione del poeta è sottolineare la condizione storica e transitoria di ogni azione umana.
Il valore educativo dell’arte e il ruolo privilegiato della poesia
Nel pensiero di Dante era chiarissimo il concetto che la conoscenza e la capacità di apprezzarla fossero un vero e proprio nutrimento per l’anima, l’unico in grado di elevarla degnamente al di sopra delle pastoie dell’ignoranza. Quando scrisse il Convivio (1304-1307), lasciandolo però largamente incompiuto, si prefisse l’esplicito intento di offrire le basi teoriche necessarie perché chiunque potesse accedere alla bellezza del sapere attraverso la letteratura, e godere del benefico potere della bellezza, che per Dante era sostanzialmente sinonimo di armonia e proporzione:
"Quella cosa dice l’uomo essere bella, cui le parti debitamente si rispondono, per che de la loro armonia resulta piacimento. Onde pare l’uomo essere bello, quando le sue membra debitamente rispondono; e dicemo bello lo canto, quando le voci di quello, secondo debito de l’arte, sono intra sé rispondenti.” (Convivio, I, 5)
La poesia, arte del linguaggio, con i suoi raffinati strumenti retorici poteva esprimere verità complesse e dunque, in questo senso, l’artista-poeta assume il ruolo di intermediario tra la verità universale e la sua trascrizione umana; l’intenzione di Dante era offrire al lettore comune un’enciclopedia veicolata attraverso il commento delle proprie canzoni dottrinali. La poesia diventava un efficace strumento di divulgazione filosofica, ma soprattutto un modo di raggiungere e apprezzare la verità attraverso la bellezza.
Una prospettiva analoga, ma declinata sul versante tecnico e normativo, emerge dal De vulgari eloquentia (1303-1305 circa), trattato latino rimasto anch’esso incompiuto in cui Dante affrontò sistematicamente la questione della lingua poetica, con la consapevolezza di un’opera d’arte. Mentre il Convivio si rivolgeva al lettore comune per guidarlo verso la bellezza del sapere, il De vulgari eloquentia si rivolge ai poeti stessi, codificandone gli strumenti. Per Dante, la scelta delle parole non era una questione di gusto personale, ma un atto dovuto verso la materia trattata: la forma doveva essere degna del contenuto, così come, nella Commedia, la struttura numerica del poema avrebbe dovuto essere degna dell’ordine cosmico che si accingeva a rappresentare. Il poeta eccellente, nel lessico del trattato, è colui che domina ogni livello della propria arte – metrica, stile, lessico, costruzione sintattica – non per ostentazione retorica, ma perché la perfezione formale era la condizione necessaria perché la verità potesse trasparire attraverso le parole. Ancora una volta, torna a emergere quella tensione tra tecnica e rivelazione che percorse tutto il pensiero dantesco sull’arte.
La dottrina della perfezione formale, in altre parole della “bellezza”, nel Convivio (e ancora prima nella Vita Nuova) attingeva profondamente al Dolce stil nuovo e all”idea della donna angelicata, che incarna la bellezza morale e intellettuale: Beatrice non era soltanto la donna amata; la sua bellezza era evocata per assolvere a una funzione rivelatrice e salvifica. L’arte poetica capace di descrivere tanta bellezza non poteva essere mero intrattenimento, non era più nemmeno poesia di lode: la sua nuova missione era orientare l’anima verso il suo fine primo e ultimo, il ricongiungimento con Dio.
Se così stanno le cose, le conseguenze dirette sulla stessa teoria della poesia sono poderose: il poeta non è un artigiano del bello in senso decorativo, ma un cercatore di verità che usa le immagini evocate dalle parole, la musicalità e il ritmo come strumenti della conoscenza. Il “dolce stil novo”, come Dante stesso lo definisce nel Purgatorio (XXIV, 57), è una poesia che racconta ciò che Amore “ditta dentro”: la forma artistica nasce da una sorta di imposizione da un luogo che si colloca a metà tra l’intelligenza e il cuore, concetto che, di lì a pochi decenni, troverà nella poetica di Petrarca la sua polarizzazione nell’insanabile dissidio tra ragione e passione.
Se dunque la bellezza esprime armonia e corrispondenze, la Commedia eleva questa tensione al punto massimo logico e strutturale: il poema è costruito secondo una simmetria numerica rigorosa (cento canti, struttura ternaria ricorrente, corrispondenze interne multiple) che rispecchia l’ordine matematico del cosmo. L’opera d’arte tuttavia non imita soltanto la natura visibile, ma cerca di riprodurne le proporzioni invisibili, o almeno di coglierne un segnale. Alla fine, però, nel canto XXXIII del Paradiso, con la celebre similitudine:
Qual è ’l geomètra che tutto s’affige per misurar lo cerchio, e non ritrova, pensando, quel principio ond’elli indige” (Par. XXXIII, 133-135)
Dante sancisce la verità di cui era divenuto pienamente consapevole: l’arte umana, nel suo tendere all’infinito divino, non può raggiungerlo, e dall’inevitabile confronto con esso deve invariabilmente riconoscere il proprio limite. Per queste ragioni, Dante mette in bocca al proprio maestro il cupo ammonimento:
Matto è chi spera che nostra ragione possa trascorrer la infinita via che tiene una sustanza in tre persone. State contenti, umana gente, al quia; ché, se potuto aveste veder tutto, mestier non era parturir Maria (Purg. III, 34-39)
L’intima natura della creazione artistica
Il nodo più profondo e meditato del pensiero dantesco sull’arte riguarda certamente il rapporto tra la creazione umana e quella divina. Dio, nel mondo medievale, è il sommo “artifex”, che Dante traduce fedelmente nella Commedia come il “Sommo Fattore”, il grande artefice che ha dato forma all’universo secondo proporzioni e bellezze sensibili; in questa prospettiva l’esplorazione della bellezza equivale ad avvicinarsi a Dio. L’artista, soggetto a intenzioni e abilità limitate, non può che avanzare rozzamente in una sorta di compartecipazione, imperfetta e tuttavia reale, a tale attività creatrice.
Una questione che attraversa implicitamente tutta la riflessione dantesca sull’arte è quella dell’originalità, la stessa che, secoli dopo, sarà teorizzata anche da Michelangelo Buonarroti nel celebre sonetto Non ha l’ottimo artista alcun concetto, nel quale si legge che la forma era già creata dentro il blocco di pietra e lo scultore non doveva altro che liberarla dal superfluo che la opprimeva. Non era ovviamente una disputa sul diritto d’autore ma una pulsante problematica teologica: come si può realmente creare quando tutto è già stato realizzato da Dio stesso? Il libro della Genesi narrava con chiarezza le tappe dell’opera divina: concepita, operata e conclusa, dopo di essa niente poteva essere realmente aggiunto. Di più: dalla creazione niente poteva nemmeno essere sottratto, poiché né l’uomo né altri avevano la facoltà di annullare quanto Dio aveva disposto.
La risposta dantesca appare di notevole lucidità e perfettamente in linea con quanto teorizzato nell’XI canto del Purgatorio, vero e proprio pilastro ideologico di ogni sua riflessione sull’arte: il poeta eccellente non imita meccanicamente gli antichi maestri, ne interiorizza piuttosto i principi che li hanno resi grandi e, rielaborandoli, li esprime con la propria voce e una nuova veste. Naturalmente è un processo arduo e soventemente segnato dall’insuccesso poiché:
… forma non s’accorda molte fiate all’intenzion de l’arte perch’a risponder la materia è sorda (Par. I, 127-129)
Questa dinamica è perfettamente visibile nel rapporto tra Dante e Virgilio: il secondo è il “maestro” e l’autore per eccellenza, la guida e il modello stilistico; ma Dante lo supera nel momento in cui il viaggio poetico raggiunge mete che l’altro, uomo pagano e modello della ragione naturale, non può concepire. L’antico poeta ne è perfettamente consapevole e afferma:
[…] se’ venuto in parte dov’io per me più oltre non discerno. Tratto t’ho qui con ingegno e con arte; lo tuo piacere omai prendi per duce; fuor se’ de l’erte vie, fuor se’ de l’arte. (Purg., XXVII, 130-132)
Il suo viaggio dunque si conclude; quello di Dante prosegue, verso la tappa più ardua. Paradossalmente, il discepolo onora il maestro superandolo.
L’ingannevole abbaglio: gloria terrena e immortalità
Proprio meditando sulla storia dell’arte, Dante riflette sul tema della fama, ovvero la sopravvivenza del nome dell’artista attraverso le opere. Nel canto XI del Purgatorio, già citato, dà voce al miniatore Oderisi da Gubbio che, espiando il peccato di superbia, confessa la vanità della propria ambizione terrena.
Dante non nega il valore dell’opera d’arte ma critica l’attaccamento narcisistico dell’autore alla propria eccellenza: colui che si compiace della propria maestria è spiritualmente svuotato perché non riconosce che il talento è dono divino e la gloria vera appartiene solo a Dio. Beatrice stessa, nella reprimenda cui sottopone il Poeta nel Paradiso Terrestre, afferma:
questi fu tal ne la sua vita nova virtüalmente, ch’ogne abito destro fatto averebbe in lui mirabil prova. Ma tanto più maligno e più silvestro si fa ’l terren col mal seme e non cólto, quant’elli ha più di buon vigor terrestro. (Purg. XXX, 115-120)
E il poeta sa benissimo che la gloria terrena è fugace, ma è altrettanto consapevole che la tentazione a cedere alle sue lusinghe è costantemente in agguato.
La visione della Commedia
Nelle riflessioni sul valore trasmissivo delle arti, Dante riserva una particolare attenzione alle arti visive e l’intera Commedia abbonda di riferimenti alla pittura, alla scultura, all’architettura, dimostrando una sensibilità spiccatissima e pressoché unica nella letteratura medievale italiana.
Il più completo esempio in termini di astrazione teorica si trova nel canto X del Purgatorio, nel passo in cui il poeta descrive un ciclo di bassorilievi scolpiti sulla parete della montagna raffiguranti esempi di umiltà: l’Annunciazione, re Davide che danza davanti all’Arca, l’imperatore Traiano che si ferma per assistere la povera vedova. Questi rilievi sono talmente perfetti da sembrare viventi: Dante li definisce un “visibile parlare”, un ossimoro magistrale che identifica l’arte con la capacità di dare voce alla pietra muta. Ma Dante, descrivendo quei rilievi, si spinge ben oltre:
quand’io conobbi quella ripa intorno che dritto di salita aveva manco, esser di marmo candido e addorno d’intagli sì, che non pur Policleto, ma la natura lì avrebbe scorno. (Purg. X, 29-33)
Se decidiamo di non considerarle solo un’iperbole retorica, le parole di Dante tentano di valicare un baratro teorico: le sculture del Purgatorio, volute da Dio stesso per modello e ispirazione delle anime purganti, non soltanto superano Policleto, il più celebre scultore dell’antichità secondo la tradizione medievale, ma superano anche la natura stessa. Diversamente dall’umana, l’arte divina non imita la natura: la trascende. E il pensiero che l’arte possa svincolarsi dalla rappresentazione del reale prefigura una modernità sconcertante: prefigura l’opera d’arte per se stessa, autonoma.
“Fuor se’ dell’arte”
Le riflessioni dantesche sull’arte non costituiscono un sistema estetico nel senso moderno, né Dante avrebbe probabilmente ambito a costruirne uno: esse emergono piuttosto come esigenza di un’esperienza intellettuale e poetica straordinariamente coerente, nella quale ogni domanda sull’arte riconduce inevitabilmente a una domanda sull’uomo e sul suo posto nell’ordine universale. Dall’umiltà forzata di Oderisi alla superbia non ancora del tutto estinta del pellegrino, dal “visibile parlare” delle sculture del Purgatorio alla vertigine geometrica del Paradiso, Dante percorre un arco che non si chiude in una risposta, ma in una consapevolezza: che l’atto creativo è insieme il gesto più alto cui l’essere umano possa aspirare e il più fedele testimone della propria finitezza. L’artista dantesco non è un genio romantico che si erige contro il mondo, né un artigiano medievale che esegue una forma ricevuta: è qualcosa di più inquieto e, in fondo, di più moderno – un cercatore che sa già, prima ancora di cercare, che la meta lo supera. Eppure continua. Ed è precisamente in questo continuo, ostinato, consapevole ricominciare che Dante individua la dignità dell’arte e, con essa, la dignità di chi la pratica.
