La lettura di Casa di Foglie di Mark Zbignew Danielewski è stata la mia prima (e per adesso unica) esperienza di Letteratura ergodica. Per chi non lo sa, la Letteratura ergodica è un genere letterario non lineare che richiede un notevole sforzo da parte del lettore per riuscire a seguirne lo svolgersi. Le modalità esecutive possono essere infinite: da una impaginazione decisamente anticonvenzionale, composta da colonne multiple che scorrono indipendentemente, alla stessa sequenza della paginazione, a modelli di comprensione a chiave. L’effetto è destabilizzante e la fatica richiesta dev’essere ben ripagata. Tanto per fare l’esempio più semplice: immaginate nello specchio principale della pagina una parola con il rimando a una nota a piè di pagina oppure in un colonnino laterale; la nota è tanto lunga e ha uno sviluppo autonomo così vasto che vi porta molte pagine avanti rispetto al testo di base, talvolta tanto da costituire una storia nella storia. Terminata la nota dovrete tornare indietro delle stesse pagine e riprendere il discorso. Oppure immaginate che nello stesso libro vi siano più storie che condividono lo stesso foglio e, di nuovo, avanzano indipendente e anche con caratteri diversi. Le diverse vicende vengono intrecciate, lasciate e riprese più e più volte anche a distanza di molte pagine per cui ogni volta si impone di fare mente locale per recuperare il punto a cui si era arrivati. Insomma, un vero labirinto narrativo. Di più: seguire una storia non ha alcuna interferenza o conseguenza per la comprensione delle altre e possono essere lette indipendentemente. La casistica potrebbe continuare.

Infine si consideri che in questo caos narrativo e tipografico, in quest’opera si racconta la storia di una progressiva degenerazione nella paranoia e nella follia più totale. Questi sono i preliminari che dovete conoscere se deciderete di leggere Casa di Foglie.

La copertina della nuova edizione italiana pubblicata da 66thand2nd nel 2019

Una piccola digressione. Il romanzo fu pubblicato negli Stati Uniti nel 2000 con il titolo House of Leaves e in brevissimo tempo divenne un caso letterario e infine un cult. In Italia arrivò cinque anni dopo, tradotto e pubblicato da Mondadori. Sappiate che se fra i vostri scaffali avete questa prima edizione, il suo prezzo su eBay si aggira attorno ai 250 euro anche se su Amazon qualche sprovveduto ancora lo mette in vendita come usato a 90; insomma, un tesoretto il cui valore potrà solo aumentare con il tempo.

La copertina dell’edizione Mondadori del 2005


Mondadori non ristampò più il romanzo, e per anni la caccia al libro si combatté sulle bancarelle e su qualche speranzosa quanto improbabile giacenza di libreria. Se vi interessa l’affare dovrete continuare come segugi su quelle piste, altrimenti sappiate che i diritti italiani sono stati acquisiti recentemente dalla casa editrice 66thand2nd che ha ripubblicato il libro nel 2019 in una veste grafica molto bella, corposa, su ottima carta e caratteri molto gradevoli. Vi garantisco che non è superfluo spendere due parole sull’aspetto formale dell’edizione e capirete presto perché.

Cercherò di procedere più ordinatamente possibile ma l’impresa sarà veramente una dura prova. Rivelerò il minimo indispensabile per descrivere l’opera.

Una storia nella storia, più un’altra storia e un’altra ancora

Apriamo il libro: diversamente dalla copertina, sul frontespizio non compare Danielewski; in alto leggiamo il titolo Casa di Foglie e sotto “di Zampanò”, quindi di seguito “introduzione e note di Johnny Truant” e infine “traduzione di Sara Ragghianti e Leonardo Taiuti”. Nella pagina sinistra, senz’altre indicazioni, “Mark Z. Danielewski”. Cominciamo, allora.

Johnny Truant è un giovane dalla vita disordinata che lavora nello studio di un tatuatore e al di fuori dell’orario di lavoro indulge troppo spesso in ore piccole, abuso di alcol, sesso e altre sregolatezze. Anche le sue condizioni di salute non sono affatto buone e in particolare il suo equilibrio mentale appare decisamente precario: soffre di momenti di assenza che lo colpiscono improvvisamente, crisi nervose e di panico che vanno aumentando nel tempo per intensità e frequenza e a queste si aggiungono a poco a poco stati di vivida allucinazione con apparizioni mostruose e terrificanti che cercano di aggredirlo. Le sue reazioni divengono conseguentemente sempre più ingestibili, e durante questi attacchi spesso si ferisce seriamente; dopo l’iniziale pazienza preoccupata e imbarazzata del datore di lavoro, Truant sarà licenziato, cadendo in una vita ancor più disadattata.

Trovandosi nella necessità di cambiare casa, viene a sapere che proprio nel suo quartiere si è liberato un appartamento per la morte del vecchio proprietario, un uomo che lui aveva intravisto, nei cortili dell’edificio, cieco e trasandato. Entrato nella nuova casa, rinviene un vecchio baule all’interno del quale sono conservati uno scatafascio di fogli d’ogni genere: un testo manoscritto, pagine sparse ognuna delle quali ricoperte di scritte. Il fascicolo principale, mai pubblicato e ancora manoscritto, è firmato da Zampanò e si tratta di un minuzioso saggio accademico dal titolo Versione di Navidson, ovvero una complessa ricerca e studio su di un film, un vero e proprio cult movie, girato anni prima da Will Navidson durante le esplorazioni compiute all’interno della sua nuova casa. Truant, incuriosito da questa mole di documenti inizierà a leggere, trascrivere e annotare il saggio di Zampanò, cercando di ricomporre le pagine mancanti e ordinare l’enorme mole di fogli sparsi e incongruenti. Ne rimarrà letteralmente prigioniero.

Ma in cosa consiste tale Versione? Navidson, la moglie e i figli si erano trasferiti felicemente nella loro nuova casa ma ben presto le cose presero una piega assurda e inspiegabile, sconvolgendo per sempre le loro esistenze: la casa iniziò a cambiare, o almeno questa fu la sensazione dei suoi abitanti. All’inizio erano poco più che stranezze come scricchiolii improvvisi, l’apparire e scomparire di dettagli minuti che nessuno aveva mai notato in precedenza; finché un giorno, rientrando, la famiglia trovò che era apparso uno sgabuzzino. Nei giorni successivi questo, che all’inizio pareva una semplice rientranza della parete, cominciò a crescere e ben presto per Navidson il dato oggettivo fu chiaro: le dimensioni della casa misurate all’interno erano maggiori di quelle esterne. E così lo sgabuzzino diventò un corridoio e poi il corridoio diventò infinito.
Navidson organizzò diverse esplorazioni dentro quel nuovo spazio senza tuttavia riuscire ad arrivare alla fine: allontanandosi dall’ingresso, il corridoio ad un certo momento diveniva completamente buio e si dilatava in ogni direzione senza poterne raggiungere la fine, e lo stesso per l’altezza. Tanto per dare un’idea di quella sconcertante meraviglia, all’interno di una sala dalle dimensioni inconcepibili fu scoperta una monumentale scala a chiocciola il cui fondo fu raggiunto dopo settimane di cammino: un’esperienza allucinante e terrificante. E in effettui quelle pagine sono capaci di trasmettere un disagio come mai mi era capitato; è un brivido impalpabile, ma non per questo meno opprimente, davanti al quale ci si sente tragicamente impotenti. Solo la letteratura di H. P. Lovecraft ha saputo cogliere altrettanto nel segno.
Il saggio di Zampanò analizza il montaggio dei filmati che Navisdson girò con la telecamera durante le sue esplorazioni e cerca di darne una spiegazione. L’impostazione scientifica è garantita da un’imponente quantità di note esplicative e riferimenti bibliografici. Tutto estremamente realistico eppure tutto completamente fittizio, essendo frutto della fantasia dello scrittore. L’effetto è pazzesco! E’ come camminare su mattonelle che invariabilmente crollano non appena vi poniamo sopra il piede.
Non solo: la terza parte del volume è un’appendice (che è stata pubblicata anche come libro autonomo) costituita soprattutto dalle lettere che la madre di Truant scrisse al figlio. Queste, che raccontano un’altra storia ancora, ci catturano nel mondo di una donna che a poco a poco inizia a perdere il baricentro per scivolare nella pazzia più completa. La loro lettura diviene progressivamente più faticosa perché perdono coerenza di pensiero, lessico e grafia eppure diviene quasi impossibile staccarsene, in una sorta di Sindrome di Stoccolma letteraria. L’appendice si completa con una collezione di fotografie della casa e di alcuni fotogrammi del film di Navidson, più una nutrita serie di frammenti manoscritti che Truant non è riuscito a ricomporre nel caos delle carte di Zampanò.

Tornando al testo principale, vale la pena ricordare che Truant, riordinando e annotando il contenuto del baule, aggiunge brani della propria vita presente e passata che a loro volta posso essere letti autonomamente o in relazione (non sempre chiarissima) al saggio di Zampanò, dandoci modo di comprendere la sua storia e i suoi drammi. Purtroppo com’era capitato a Navidson, che nonostante le preghiere della moglie ad andarsene non riesce a separarsi dalla casa maledetta, così come anche Zampanò si consumerà sulle pagine del saggio e sulla documentazione in suo possesso, relegato in una vita ossessionata, lo stesso accadrà a Truant, sempre più trascurato, disadattato, malato e solo; e soprattutto obnubilato nelle pieghe più oscure di quella storia.

Ma qual è l’effettivo potere della casa e del libro?

Se siete fortunati vi stancherete di questo libro, avrete la reazione in cui Zampanò aveva sperato, lo definirete inutilmente complicato, ostinatamente ottuso, prolisso – parola vostra -, assurdamente concepito, e ne sarete convinti, lo metterete da parte –  anche se sento dire “da parte” e mi vengono i brividi, perché che cosa riusciamo mai a mettere da parte in realtà? – e andrete avanti, mangerete, berrete, sarete felici e soprattutto a dormirete sogni sereni.

Questo brano è tratto (con qualche taglio) dalla lunga introduzione scritta da Johnny Truant ed è riportato in quarta di copertina; concorderete che sia quantomai stuzzicante, se non altro per la spiazzante carica distruttiva di un brano civetta messo lì a dissuadere l’acquisto anziché incoraggiarlo. Se deciderete, come ho fatto io, di ignorare il monito, una volta nelle vostre mani il libro vi accoglierà con la dedica: “Questo libro non è per te.” Ma figuriamoci! Anch’io l’ho pensato e sono andato avanti, iniziando la lettura dell’intero, della quale riporto la parte conclusiva (anch’io con qualche taglio, non tutti segnalati); il brano prosegue esattamente quello in quarta di copertina.

Ma è anche possibile che non vada così.
Di una cosa sono certo: non accade tutto in una volta. Finirete di leggere e tanti saluti, finché poi verrà il giorno, forse di qui a un mese, un anno, più anni forse, in cui vi sentirete a disagio o agitati o innamorati alla follia o vagamente insicuri o perfino soddisfatti per la prima volta nella vita. Non avrà importanza. E poi all’improvviso, apriti cielo!, Senza motivo vi accorgerete che le cose non sono affatto come credevate.
[…]
E allora […] lotterete con tutte le vostre forze per non dover affrontare ciò che più vi spaventa, che è, sarà ed è sempre stata la creatura sepolta nell’oscurità anonima di un nome.
Allora inizieranno gli incubi.

Johnny Truant
31 ottobre 1998
Hollywood, CA

Per quanto sia complicato definire il genere letterario di un’opera così composita, normalmente Casa di Foglie viene ‘catalogata’ nella narrativa horror ma è bene chiarire: ci sono poche sequenze forti (anche se non si risparmiano), soprattutto in occasione degli attacchi allucinatori di Truant, per il resto la vera paura proviene dalla casa. Muoversi in quell’oscurità è una deprivazione sensoriale quasi completa: a causa delle dimensioni abnormi il tatto si riduce al pavimento e di tanto in tanto allo sfiorare pareti, il buio è impenetrabile e la luce che accompagna gli esploratori si limita a perforare pochi metri; solo l’udito è colpito continuamente da una sorta di ruggito profondo, forse della casa, forse di qualche creatura acquattata nel buio. Durante l’ultima esplorazione, Navidson ad un certo punto perderà perfino la percezione dell’alto-basso (subito sottolineata dal testo, impaginato per metà dall’alto in basso e per metà dal basso in alto con i caratteri rovesciati a testa in giù), convinto di precipitare – senza alcuna prova se non una vaga impressione – in un abisso senza fondo.

Insomma il libro fa paura? Intanto io ne consiglio una lettura molto diluita nel tempo perché la fatica e l’impegno necessari sono veramente consistenti; in ogni caso è un racconto che tende a coinvolgere moltissimo quindi le raccomandazioni di Truant non sono del tutto campate in aria, specialmente per chi si ritiene particolarmente sensibile. Immagino che nessuno vedrà casa propria dilatarsi ma quello che il libro comunica è veramente destabilizzante, viscerale; è, in altre parole, la negazione di tutto il nostro modo di concepire il mondo reale.

Per concludere, due parole sull’impaginazione. Vi ho già spiegato la presenza di layout multipli ma non è tutto: non esiste una pagina uguale all’altra. Spesso l’impaginazione segue la logica – se di logica si può parlare – del contenuto. Ho già accennato alle righe sottosopra, ma quello è il meno: ad un certo momento della sua quarta esplorazione Navidson si addentra in un cunicolo che si restringe passo dopo passo e quindi lo specchio di scrittura è sempre più piccolo fino a diventare un minuscolo quadratino al centro di una enorme pagina completamente bianca. Oppure, dopo aver letto più o meno normalmente (più o meno, insisto) apprendiamo che Navidson inizia a salire una scala a pioli allora, fedelmente, il testo andrà letto ruotando di 90° libro leggendo dal basso verso l’alto le righe che a due a due imitano i pioli della scala. Ci ho messo un po’ a capirlo!

Ecco di seguito alcune fra le pagine più bizzarre:

Credo che con le sue avvertenze Truant tutto sommato avesse ragione: dopo poche pagine penserete di avere di fronte il più stupido acquisto della vostra vita oppure ne rimarrete catturati, morbosamente affascinati… be’, nella speranza che gli effetti a lungo termine non siano proprio quelli descritti. Buona lettura e buona visione a tutti.

Mark. K. Danielewski, Casa di Foglie
Editrice 66thand2nd, pp. 724

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