Con il titolo originale Alas Babylon, nel 1959 lo scrittore statunitense Pat Frank pubblicò il suo più celebre romanzo, Addio Babilonia, nel quale immaginò uno scenario successivo allo scoppio di una guerra nucleare totale. Lo scenario era plausibile e percepito come imminente poiché nel corso degli anni Cinquanta del Novecento la tensione fra USA e URSS crebbe rapidamente, di pari passo con la corsa agli armamenti e alla creazione di un deterrente nucleare in grado di dissuadere il nemico dal tentare qualsiasi azione militare ostile. Gli Stati Uniti erano in netto vantaggio sull’Unione Sovietica, sia in termini di numero di armi sia in termini di potenziale offensivo; tanto per avere un’idea, nel 1960, l’anno successivo alla pubblicazione di Addio Babilonia gli arsenali di USA e URSS annoveravano rispettivamente circa 18.638 e 1.605 ordigni armati con testate nucleari, comunque già più che sufficienti ad annientare ogni forma di vita sul pianeta, nel caso fossero state impiegate. Da lì a pochi anni anche Regno Unito, Francia e Cina si dotarono di armi di distruzione di massa, e la Guerra Fredda inaugurò così un nuovo periodo e una nuova strategia che prese il nome di Equilibrio del terrore, fondato sulla mutua distruzione come deterrente per una pace armata.
Nonostante questo, tanto per avere un’idea, nel 1985 le dotazioni di armi nucleari avevano raggiunto la folle cifra di:

  • USA 21.392 (già in calo rispetto al 1980 quando detenevano 23.368 testate nucleari)
  • URSS 39.197
  • Regno Unito 422
  • Francia 360
  • Cina 243
  • Israele 42

Non è quindi una caso se attorno agli anni Cinquanta e Sessanta e poi Ottanta del Novecento nasceranno numerosi romanzi e film dedicati alla catastrofe nucleare, di pari passo con il progressivo deterioramento dei rapporti fra Est e Ovest. Giusto per avere un’idea ho buttato giù, a memoria, una lista di titoli sull’argomento e sicuramente ne avrò dimenticati alcuni, anche importanti. Oltre al nostro Addio Babilonia:

L’ultima spiaggia (On the beach), di N. Shute , 1957
Cronache del dopobomba (Dr. Bloodmoney, or How We Got Along After the Bomb), di Philip K. Dick, 1965
Peso atomico 239 (The Nuclear Age), di T. O’Brien, 1980
The Day After, regia di Nicholas Meyer, 1983
L’uomo del giorno dopo (The Postman), di D. Brin 1985
Quell’ultimo giorno. Lettere di un uomo morto, regia di Konstantin Lopušanskij, 1986 (l’equivalente sovietico di The Day After, ambientato in URSS)

Accanto a questi testi e pellicole improntati al realismo (tranne l’opera di Dick, non del tutto almeno, che però cito qui per il notevole impatto sul lettore nelle sequenze che descrivono l’attacco) ve ne sono molte altre con una connotazione più fantascientifica, nelle quali entrano in gioco individui mutati a causa delle radiazioni ionizzanti, con poteri nuovi ed eccezionali e così via, ma non è questa la sede.

La periodizzazione è quindi evidentemente inquadrata in questi due momenti storici e nella lista non sfigurerebbero nemmeno due titoli di Tom Clancy, La grande fuga dell’Ottobre Rosso, e Uragano rosso, rispettivamente del 1984 e del 1986, nei quali la catastrofe nucleare è solo sfiorata. Giusto come curiosità, Clancy tornerà a scrivere della minaccia nucleare in uno scenario completamente diverso, ovvero quello del disarmo, nel romanzo Paura senza limite (The Sum of All Fears), del 1991, nel quale immagina il fortunoso recupero di una testata nucleare israeliana inesplosa risalente alla Guerra dei Sei giorni e riequipaggiata per un uso terroristico contro gli Stati Uniti in modo da indurli ad una rappresaglia contro l’URSS e quindi scatenare una guerra nucleare.

Ma in questo scenario così vario di libri e film, cosa c’è di particolare nel romanzo di Frank? La speranza. Spesso, in queste ambientazioni è facile scivolare in una società devastata, annientata e disinibita ormai di ogni freno e ridotta a una condizione di vita semi selvaggia. Assassinio, cannibalismo, immoralità di tutti i generi sono pratiche quotidiane per garantirsi la sopravvivenza, si pensi solo alle pellicole vecchie e nuove dedicate all’eroe post-nucleare Mad Max o al più recente e sorprendentemente fuori tempo Codice Genesi (titolo originale The Book of Eli, diretto da Albert e Allen Hughes). In Addio Babilonia non troverete niente di tutto questo.

La vicenda si svolge a Fort Repose, una piccola comunità della Florida miracolosamente risparmiata dai colpi diretti e alla ricaduta radioattiva. Naturalmente questo non significa averla scampata: gli abitanti si trovano nella necessità di prendere le redini della propria esistenza per garantirsi la sopravvivenza, ripartendo da zero, riscrivendo una scala di valori tutta diversa rispetto al mondo di prima. Si tratta di un piccolo romanzo corale dove tutti recitano una parte e Frank ha ovviamente studiato i comportamenti umani in modo da offrire una tavolozza di mille colori diversi: anche qua ci sono sbandati dediti al brigantaggio e al saccheggio, disperati che non resistono alla tentazione di porre fine alla propria esistenza, ma vi saranno anche uomini e donne capaci di rimboccarsi le maniche e rimettere in sesto ciò che rimane della comunità. Certamente, isolamento e solitudine, non essendovi più nessuna fonte di energia quando anche le ultime batterie reperibili si saranno esaurite, sono palpabili e gravose, ma in questo tornare indietro di secoli nello stile di vita si ridisegnano completamente i confini dell’essere uomini e donne, delle priorità. Ma gli abitanti di Fort Repose vogliono rimanere umani, voglio salvare ciò che possono del mondo com’era, anche quando tutto sembra vano e senza senso. Qulacuo ancora si domanda chi ha vinto la guerra, se esistono ancora gli Stati Uniti, ma qual è il reale valore di queste e molte altre informazioni?

A pensarci, sembra quasi che Frank abbia voluto condurre una sorta di esperimento sociale, imponendo ad un gruppo di persone vario una prova enorme da superare e osservarne le reazioni. Anche la scelta di una piccola borgata sulla riva di un fiume anziché la metropoli (peraltro destinata all’annientamento in un lampo atomico) sembra finalizzata a evidenziare come lì più che altrove ‘i sani valori d’una volta’, potremmo dire, siano ancora saldi e capaci di germogliare e bucare le ceneri di un mondo distrutto.

Insomma, è un romanzo sui generis, interessante, positivo fino alla fine e questo e ciò che più mi colpì quando lo lessi, ormai molto tempo fa; la lettura peraltro è scorrevolissima e l’autore non si dilunga mai né nell’introspezione né nell’azione, tutto rimane in equilibrio tra il pensare cosa fare e farlo, che sono del resto tutto ciò che serve ai sopravvissuti. Purtroppo questa perla è difficilmente reperibile in Italia poiché credo che l’ultima edizione sia stata quella che anch’io posseggo, in Urania Collezione n. 91, del 2010, ma se vi interessa e riuscirete a scovarlo in qualche giacenza, buona lettura.

Sul primo momento, Randy pensò che qualcuno stesse scuotendo il divano […]. Il divano tremò di nuovo […]. Le sue canne da pesca, appese a un sostegno, dondolavano inesplicabilmente. Aveva sentito dire che un fenomeno del genere accompagnava i terremoti, ma non c’erano mai stati terremoti, in Florida […].
Poi si udì il suono, un rombo lungo, profondo, poderoso che crebbe fino a che le finestre tremarono, le tazze danzarono sui piattini, e i bicchieri del bar tintinnarono terrorizzati. Il suono defluì lentamente; poi tuonò in un crescendo più forte, più vicino […].
Non era la stagione dei temporali e dei tuoni. E quello non era un tuono. Uscì sulla veranda. Alla sua sinistra, un bagliore arancione annunciava il sole. A sud, oltre il Timucuan e l’orizzonte, stava svanendo lentamente un bagliore simile. I suoi sensi rifiutarono di accettare un sole che si levava e un sole che tramontava. Per circa un minuto quello spettacolo gli impedì una reazione.

5 pensieri riguardo “Addio Babilonia, di Pat Frank

  1. Ottima recensione, soprattutto pensando al capolavoro di Pat Frank, un bellissimo romanzo conosciuto agli estimatori della fantascienza, ma non ai più, come invece e dovrebbe essere vista sua bellezza, la quale dovrebbe essere annoverata, non nella letteratura di genere, ma in quella che appartiene a tutti. Io ti consiglio, visto che hai citato alcuni titoli, anche “Amnesia Moon” di Jonathan Lethem, ma sono gusti personali verso un’autore, perché su questo tipo di narrativa c’è una bibliografia molto varia. Complimenti!

    Piace a 1 persona

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.