James Ballard (1930-2009) è stato uno scrittore di Fantascienza, esponente di spicco della New Wave, ovvero la prestigiosa corrente nata alla metà degli anni Sessanta con l’attenzione rivolta al possibile destino della Terra nei decenni e nei secoli (non molti) a venire ma soprattutto, allontanandosi dai temi tradizionali dello spazio e della ipertecnologia, per affondare nei meandri della mente umana.
Ballard non si è sottratto a questa speculazione profetica e, a partire dalla Tetralogia degli elementi nella quale si immagina lo sconvolgimento fatale del nostro pianeta a causa della traumatica predominanza di uno dei quattro elementi (fra tutti mi sentirei di consigliare la lettura di Il mondo sommerso), ha iniziato la sua lunga esplorazione del labirinto-uomo.
Sebbene decisamente estremo quindi, a ben vedere non fa altro che approfondire e rendere più leggibili le tendenze del nostro tempo perché ci siano più chiare le conseguenze del nostro agire dissennato e proprio questa capacità di vedere oltre l’evidenza immediata lo rende uno dei grandi scrittori di Fantascienza.

Recentemente ho letto L’isola di cemento, edito da Feltrinelli e pubblicato per la prima volta nel 1974 e ambientato nel nostro tempo, a Londra. Il protagonista è Robert Maitland, un facoltoso architetto dallo stile di vita alquanto sregolato, anche moralmente. Diviso tra lavoro, moglie e amante, un giorno perde il controllo della sua potente Jaguar e dopo aver sfondato il guard-rail finisce giù dalla scarpata dell’autostrada. Lui rimane gravemente ferito ad una gamba ma sopravvive allo schianto, la macchina ovviamente è distrutta. Dopo lo stordimento iniziale si rende conto di essere precipitato letteralmente all’interno di un’isola ritagliata all’interno di un triangolo disegnato dalle velocissime soprelevate, dalle quali proviene l’incessante rombo di motori e pneumatici dei veicoli che passano velocissimi, ignari della sua presenza. Senza entrare nel dettaglio della trama, ogni tentativo, pagato a caro prezzo in termini di dolore e fatica, per farsi notare e soccorrere non darà alcun esito e nessuno, né al lavoro, né in famiglia, né l’amante nutrirà la minima preoccupazione, conducendo egli più vite separate tutte caratterizzate dalle frequenti e impreviste sparizioni.

E così, in poche centinaia di metri, fra muraglie fatte di rottami di veicoli abbandonati e ruderi di edifici abbattuti per fare spazio alle autostrade, inizia una lotta per la sopravvivenza senza esclusione di colpi nella quale ogni errore può essere fatale. La chiave di volta del romanzo si passa quando Maitland scoprirà di non essere l’unico abitante di quella giungla di cemento e tutto sarà diverso.

Che dire di questo romanzo? Ballard solleva l’indice accusatore contro la società moderna, forsennata e distratta, o volontariamente indifferente, una società fatta di ritmi e orari che si misurano in termini di frequenza del traffico nell’arco delle 24 ore; è una società ormai improntata alla salvaguardia esclusiva di sé, la solidarietà è solo (forse) fra pari per cui quando Maitland riuscirà a risalire con abiti sporchi e strappati alla curva dell’autostrada da cui è caduto, tutti gli automobilisti lo scanseranno, sottolineando la sua inopportuna presenza lì con lunghe suonate di clacson.

La tematica è evidente: nel nostro tempo siamo talmente inquadrati nella routine, per quanto possiamo ritenerci padroni della nostra vita, che quando usciamo dalla carreggiata prescritta precipitiamo in un baratro senza ritorno. Lo spazio creato da Ballard fra le autostrade per quanto reale e sotto gli occhi – sarebbe il caso di dire sotto i pneumatici – di tutti è come se non esistesse e chi vive lì ne segue la sorte, diventando nessuno. In quel contesto la Jaguar distrutta, l’abito elegante, lacero, sporco di sangue e carburante di Maitland, il ricco carico di vini pregiati nel bagagliaio della sua macchina, divengono altrettanti moniti beffardi rivolti contro una società che con disinvoltura selvaggia passa sopra un altro mondo, letteralmente.

Questo breve romanzo mi ha molto interessato, intanto per il repentino rovesciamento della vita del protagonista, da brillante architetto e derelitto pronto a uccidere lottando per la sopravvivenza, e poi per la vicinanza dell’ambientazione. Se pensiamo a La strada di McCarty, tanto per fare un esempio, o anche allo stesso Ballard nei romanzi in cui la Terra è in una condizione terminale è più facile digerire il collasso della nostra società; ma qui… siamo noi, nella nostra quotidiana corsa secondo quanto prescrive l’agenda, è la nostra pressoché assoluta mancanza di ogni cognizione di quanto accada anche solo immediatamente a destra e sinistra della carreggiata della nostra vita. Viviamo forse troppo spesso con la coscienza e il senso civico assopiti, o almeno lo è la nostra attenzione

7 pensieri riguardo “L’isola di cemento, di James G. Ballard

  1. Ballard è uno dei miei scrittori preferiti. Questo è il suo primo libro che ho letto, e probabilmente è sempre uno dei migliori che nelle sua apparente semplicità, racchiude tutte le sue dinamiche poi riprese nei romanzi susseguenti: quel senso di isolamento da tutto e da tutti, come se la solitudine fosse la medicina per guarire le problematiche di ognuno di noi. Inoltre la sua originalità è veramente sorprendente .

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    1. Allora siamo perfettamente in sintonia e concordo con quanto hai scritto. Mi ha sempre colpito, in lui, quella delicata capacità di sfumare tra reale e immaginario (non voglio dire fantastico perché non è così) che rende così drammaticamente vicini e tangibili. Grazie.

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