Pietra, colore e luce

La cattedrale di Lucca ha una storia architettonica complessa, con ancora diversi nodi da sciogliere nonostante un corpus di studi sempre più approfondito. Concentrando l’attenzione sulle ultime fasi della costruzione, vale la pena ricordare il grande ampliamento trecentesco, ovvero la completa revisione degli spazi interni che impegnò le risorse del Comune e dell’Opera di San Martino dal 1372 al 1390 circa. I lavori iniziarono rispondendo a un disegno assai dimesso (forse anche reimpiegando materiali della precedente cattedrale romanica) per evidenti ristrettezze economiche ma il progetto fu interamente rivisto allo scopo di dare alla città di Lucca una cattedrale grandiosa. Furono demolite anche le strutture già innalzate poiché giudicate di stabilità precaria o reputate sconvenienti. Per farla breve, il nuovo progetto per l’interno si ispirò a modelli gotici fiorentini e forse fiorentine furono anche le maestranze. Secondo questa nuova, spettacolare idea, navate leggerissime si innalzarono verso l’alto su pilastri cruciformi con nervature di costoloni a proseguire ancora più su, a chiudersi nelle crociere delle volte. E sopra le monumentali campate si scelse di aprire elegantissimi matronei a doppia trifora, con un decoro delicato e sorprendente. Definito il progetto, i lavori si protrassero ancora per quasi un altro secolo, prima di dirsi conclusi in (quasi) ogni parte.

Il precedente impianto romanico certamente condizionò gli architetti che non poterono esprimere tutta la tendinea energia del gotico puro, nondimeno seppero dar prova di fantasia creativa: all’incrocio fra transetto e navata elaborarono una soluzione straordinaria, ricamando un sovrapporsi di piani traforati, moltiplicando lo spazio reale ad una dimensione che a prima vista stordisce, una visione paradisiaca dove la materia pare dissolversi e fondersi con la luce. È un punto magico lascia incantati.

La navata centrale della cattedrale di San Martino e l’incontro tra navate e transetto

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