Vorrei che leggeste questo articolo, del quale condivido ogni respiro, e aggiungere solamente una triste, tristissima storia. Non ebbe risonanza nazionale perché non arrivò ad essere pompata dai mantici giusti, ma non per questo mi fu (ed è) meno raccapricciante, forse tutt’altro. In realtà non riesco a farmi una ragione di come esista chi non aspetta altro che l’occasione per star male e far star male gli altri, sempre con questa rete elettrificata sollevata in mezzo: noi o loro. Non ho viaggiato molto, ma non mi sono mai sentito tanto accolto come nei paesi islamici, visto che di quella cultura si parla: nessuno mi impose niente ma tutti si prodigarono semmai perché fossi a mio agio. Non potrò dimenticare l’agente di frontiera all’aeroporto di Damasco: chiese come ci eravamo trovati in Siria e la mia risposta spontanea, come se mi avesse chiesto il numero di scarpe, fu: “Ci siamo sentiti come a casa nostra”. Il sorriso e l’appagamento dell’agente fu l’ultimo ma tra i più fragranti ricordi di quel viaggio memorabile.

Ecco invece l’altra storia.

Alcuni anni fa, alla scuola elementare del paese di ——, in occasione della recita dei bambini per le feste di Natale, le insegnanti modificarono il testo di alcune canzoncine perché fossero veramente inclusive nei confronti di bambini di altre culture e altre confessioni.
Apriti cielo, veramente! Le stesse volgarità piovvero giù come grandine: adesso vogliono portarci via anche il Natale, vogliono rubarci le nostre tradizioni! E via così sbecerando…

Non voglio nemmeno entrare nel merito della insensatezza intrinseca di quelle parole, riferite poi al Natale, del quale evidentemente sfugge l’universalità del messaggio. Mi domando solo se chi tanto si infuriò avrebbe avuto il coraggio, di persona, di prendere un bambino o una bambina di terza o quarta elementare il giorno in cui può partecipare a qualcosa di bello con tutti i compagni che li hanno accolti senza badare a colore della pelle, tradizioni, prescrizioni alimentari, religione e dirgli: “tu oggi non canti e siediti laggiù”.

Ma veramente abbiamo il coraggio di mostrare la nostra faccia al mondo?

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