L’edificio che nessuno ha costruito – Recensione del racconto

J. Dukaj, La Cattedrale, a cura di G. Dierna, traduzione di M. Valenti, ed. Voland, 2013


Nel 2000, l’autore polacco Jacek Dukaj pubblicò il racconto La Cattedrale, Katedra in lingua originale, all’interno della raccolta W kraju niewiernych, letteralmente Nella terra dei non credenti, più spesso tradotto come Nella terra degli infedeli, dal titolo di uno dei racconti che la compongono, In partibus infidelium. La Cattedrale, premiata lo stesso anno con il premio “Zajdel”, si connota come un’opera di insondabile profondità, misteriosa, mistica, trascendente, in spiazzante equilibrio tra fede e scienza razionale, spingendosi in un luogo grigio in cui l’una e l’altra mostrano i propri limiti; un racconto che pretende dal lettore uno sforzo di comprensione e partecipazione decisamente fuori dal consueto.

Una storia dalle connotazioni uniche: la trama in breve e senza troppe rivelazioni

Il prete cattolico Pierre Lavone è inviato nello spazio a indagare su una misteriosa Cattedrale, sorta su un lontano e minuscolo mondo di nome Corno che attira pellegrini da ogni parte del cosmo, e fare chiarezza su di un culto agiografico che la Chiesa non ha ancora autorizzato. L’edificio, scopriamo, è paragonabile a un organismo vivente, che continua a crescere, mutare e infine sfuggire ai suoi stessi programmatori/coltivatori – capiremo il perché di questa inconsueta definizione -, trasformandosi in qualcosa, o in qualcuno, di autonomo e inspiegabile.

Siamo sugli Ismiraidi, un gruppo di planetoidi in orbita attorno alla stella Lévie, il cui sistema è molto prossimo al collasso a causa del progressivo avvicinarsi della stella gigante Madeleine, la cui influenza gravitazionale probabilmente sottrarrà gli Ismiraidi al controllo di Lévie, scagliandoli poi nello spazio profondo fino a diventare irraggiungibili.

Secondo la ricostruzione dei fatti, una narrazione storico-agiografica, anni addietro il rimorchiatore spaziale Sagittarius, a causa di un’esplosione accidentale a bordo, uscì dalla traiettoria stabilita. Dopo un inutile tentativo di recuperare la rotta, ormai a corto di carburante, l’equipaggio tentò un atterraggio di fortuna sugli unici corpi celesti raggiungibili: gli Ismiraidi, come si sarebbero chiamati da lì a poco.

A causa dei danni subiti, le scorte di ossigeno a bordo non sarebbero bastate per tutto l’equipaggio fino all’arrivo dei soccorritori ma se i membri dell’equipaggio fossero stati anche solo uno di meno, gli altri avrebbero potuto salvarsi. A quel punto Ismir Predú decise di sacrificarsi per i suoi compagni: chiuse il portello esterno alle sue spalle e si lasciò morire sul planetoide. Il suo sacrificio non passò inosservato e ben presto gli furono attribuite perfino guarigioni miracolose; nella devozione popolare, Ismir diventò Sant’Ismir dei Planetoidi, nonostante la posizione estremamente cauta della Chiesa.

Il planetoide fu in breve meta di un ininterrotto pellegrinaggio galattico e il sentiero tra il relitto squarciato del Sagittarius lasciato lì dov’era atterrato e la tomba di Ismir diventò il cosiddetto Cammino di Predú. Successivamente, per volontà dello sfuggente Stefan Ugerzo, iniziò la costruzione di una grandiosa Cattedrale in onore del presunto santo. Nel frattempo, il Corno era già diventato un’attrezzata meta per accogliere e ospitare la mole di pellegrini, nonché una sofisticata stazione scientifica per lo studio degli Ismiraidi e della nuova, bizzarra Cattedrale.

Più precisamente, secondo quanto chiarito nel sito personale di Dukaj (https://www.dukaj.pl/book/the-cathedral), la Cattedrale non viene propriamente costruita ma piuttosto piantata. Il materiale costitutivo è infatti il “cristalvivo”, un ibrido geo-biologico e tecnologico del quale Ugerzo è uno dei più importanti produttori e sperimentatori, capace di moltiplicarsi secondo forme e schemi progettati da specifici programmatori. Eppure la Cattedrale, una volta iniziata la sua crescita, facilitata dalla ridotta gravità, sembra sfuggire a ogni apparente controllo, venendo su secondo un progetto del tutto autonomo e incomprensibile.

L’indagine di padre Lavone appare subito più complessa del previsto perché si moltiplicano i suoi campi di indagine: le presunte guarigioni sono davvero miracolose? la crescita della cattedrale secondo modalità impreviste a quale disciplina è riconducibile? scienza, tecnologia sperimentale, misticismo, soprannaturalità? Ma il tempo per venire a capo dei numerosi enigmi si riduce progressivamente a causa dell’inesorabile avvicinamento di Madeleine. Ci riuscirà?

Riflessioni su una storia sfuggente, in ogni direzione

A lettura ultimata, ciò che mi è rimasto più impresso è la potenza visiva e concettuale di quell’edificio iperbolico, che si sottrae a ogni controllo e a ogni definizione. La sua irresistibile forza di attrazione, la stessa che cattura tanto i devoti pellegrini quanto noi lettori, è fatta di monumentale presenza ma anche di un’assenza sfuggente, eppure chiaramente percepita.

Con queste premesse, è facile intuire la dirompente forza evocativa del testo che, dopo la saturazione narrativa del primo incontro con la Cattedrale, opera per progressiva sottrazione. Il monumento è descritto in modo tale che, pur essendone palesate le linee architettoniche, strutturali e decorative, si rimane invariabilmente attratti verso ciò che manca, le zone d’ombra, i vuoti e ciò che non rientra nelle categorie percettive umane: la narrazione, o meglio la parola stessa, mentre tenta di sondarne il perimetro o le altezze, mostra solo la sua nuda inadeguatezza. Si incontrano torri, pilastri, volte e nervature, ma la loro funzione non appare riconducibile con certezza a quella degli elementi architettonici convenzionali. L’impressione è che l’architettura visibile sia soltanto la manifestazione provvisoria di un processo in corso, la cui logica resta da comprendere; al tempo stesso, l’asimmetria e la disposizione sghemba dei singoli elementi impediscono di ricondurli a una forma complessiva stabile. Pilastri e volte sembrano orientare lo sguardo verso configurazioni familiari, ma fra di essi si aprono squarci attraverso i quali passano la luce e le stelle: l’immagine architettonica appena formata si dissolve tra luci abbaglianti e oscurità impenetrabili. È un processo difficile da spiegare, che solo l’incredibile capacità evocativa di Dukaj riesce a rendere con efficacia. C’è, tuttavia, un aspetto che riguarda non soltanto la natura della Cattedrale, ma anche il modo in cui Dukaj sceglie di rappresentarla. La difficoltà di ricondurre l’edificio a un’immagine unitaria non appartiene esclusivamente ai personaggi del racconto: coinvolge anche il lettore, che fatica a tradurre in una visione coerente la successione di forme, strutture e prospettive. Il mistero della Cattedrale è dunque anche un problema di rappresentazione. Di fatto, è come se la scrittura stessa non si limitasse a raccontare di un oggetto inafferrabile, ma cercasse di renderne sensibile esattamente la sua inafferrabilità. È spiazzante.

Così viene presentata:

E adesso la Cattedrale. Enorme, magnifica. Esci dalla camera di equilibrio della biosfera e la vedi – la Cattedrale – davanti/sopra di te: un’ombra lacerata sullo sfondo delle stelle.

[…] Ugerzo, ordinando il cristalvivo speciale, sapeva bene che quanto avrebbe coltivato qui non sarebbe servito per scopi comuni, e che la funzionalità della Cattedrale non aveva alcun significato rispetto al suo simbolismo. Il limite era uno solo: la tomba di Ismir e l’altare… erano situati all’interno, avvolti da una minibiosfera autonoma, per loro doveva essere salvaguardato lo spazio, il libero accesso per i fedeli. Il resto era stato lasciato all’immaginazione dei designer e all’ergodicità degli algoritmi di crescita applicati. La semina aveva quindi interessato l’interno della circonferenza tutt’intorno al tumulo, circa quattrocento metri quadri. Nella quasi totale assenza di gravità del planetoide, il cristalvivo si era proiettato fin quasi all’altezza di duecentocinquanta metri. Quando si guarda dalla parte della camera di equilibrio della biosfera del cratere, è questo l’aspetto che mostra: un’ossatura iperboloidale con, nel mezzo, le costole arcuate, ripiegate a formare due ali sghembe; sui fianchi, invece, alcune torri asimmetriche culminanti in eruzioni rocciose di foglie sfrangiate, simili a shrapnel di carbone da quel nero vuoto congelati al momento dell’esplosione.

[…] Le stelle trapassano la Cattedrale da parte a parte. Ma lei non ha né pareti né un tetto, non le servono a nulla come edificio… la Cattedrale non è certo un edificio… è la semisfera trasparente stessa, quella che ricopre la tomba di Ismir e l’altare, a svolgere tutte le loro funzioni indispensabili.

Le difficoltà della lettura non passano certo inosservate, e fin dalle prime righe è un duro scontro. Dukaj dissemina il testo di neologismi tecnologico-scientifici che non spiega, lasciandone appena intuire il significato; quella stessa porzione di mondo abitato si ricostruisce da indizi, senza glossari né supporti didascalici. Ma la difficoltà lessicale è probabilmente un problema secondario: anche una comprensione perfetta del linguaggio tecnico del racconto non basterebbe a ricondurre la Cattedrale a una categoria raggiungibile.

La forza del messaggio allegorico

Un racconto così costruito porta inevitabilmente a interrogarsi su questioni di fondo. Filosofia, teologia e tecnologia perdono una dopo l’altra ogni significato davanti al mistero della Cattedrale. La distinzione tra fenomeno naturale, tecnologia, esperienza religiosa e manifestazione del sacro si fa inconsistente; e la conoscenza stessa non è, qui, semplice acquisizione di informazioni, come invece era nella missione originaria di padre Lavone: è un coinvolgimento personale che può trasformare chi conosce. Guardando giorno dopo giorno la Cattedrale, si intuiscono modificazioni impercettibili, tanto che serve un confronto fotografico periodico per averne conferma; diventa una sfida che avrebbe meritato forse un racconto a sé, fatto di pura e semplice analisi.

Dukaj gioca una partita con regole complesse: l’alterità della Cattedrale non la equipara a Dio, né è un’allegoria di Dio, che sarebbe stata un’interpretazione fin troppo facile. Piuttosto, l’aver introdotto l’anomalia, tecnologica o biologica che sia, che gli uomini non sanno ricondurre ad alcuna categoria nota, spalanca la porta al sacro: la Cattedrale potrebbe essere sacra senza essere stata concepita per esserlo. Ma non è solo questione di sacralità. Credo si possano leggere almeno altri due significati allegorici, che hanno in comune ciò che la Cattedrale è, ovvero qualcosa che si sottrae a chi vorrebbe possederla o comprenderla. Il primo è quello di una creazione che, nata da un’iniziativa umana, diventa autonoma e incontrollabile, immagine di tutte quelle realtà (istituzioni, ideologie, sistemi tecnologici) che, nate per realizzare un progetto, sviluppano dinamiche indipendenti dai loro creatori. E cosa rimane delle intenzioni originarie quando il risultato di un progetto diventa autonomo al punto da non essere più riconoscibile dai suoi stessi artefici?

In altre parole, la Cattedrale, come le guarigioni attribuite a Ismir, potrebbe interrompere le nostre ordinarie categorie di pensiero senza per questo dover essere ricondotta al soprannaturale. Sacro e soprannaturale non coincidono necessariamente: un fenomeno può essere percepito come sacro senza che la sua origine soprannaturale sia dimostrata – e forse nemmeno necessaria -, così come l’inspiegabilità di un fenomeno non basta, da sola, a conferirgli una dimensione sacrale. Che cosa distingue, dunque, la Cattedrale? Forse è proprio il fatto che si inserisca in una storia già investita di significato religioso, e che tale contesto condizioni inevitabilmente il modo in cui viene percepita. Immaginiamo di riportare questo… dubbio nel nostro vissuto quotidiano.

La seconda lettura, che trovo più intrigante, riguarda la conoscenza. Pierre Lavone arriva come osservatore incaricato di verificare razionalmente i miracoli, e quindi di fatto de-sacralizzarne il significato, ma il suo rapporto con la Cattedrale mette progressivamente in discussione la possibilità di mantenere una distanza fra chi osserva e ciò che viene osservato. L’indagine non riguarda più soltanto la natura dell’oggetto, ma anche i limiti e la stabilità di chi cerca di comprenderlo. Nel racconto, tuttavia, non è chiaro se questa trasformazione corrisponda a un’elevazione spirituale, a una perdita dell’identità personale o a un processo tecnologico capace di produrre un’esperienza simile – o che simula – alla trascendenza. In effetti, proprio questo è il focus inestricabile della storia.

La Cattedrale si impone definitivamente come immagine di una realtà che non può essere conosciuta integralmente da un osservatore esterno; ogni tentativo di penetrarne il mistero comporta un coinvolgimento crescente, fino a rendere incerta la distinzione fra chi conosce e ciò che viene conosciuto. Alla fine della narrazione, sembra emergere una questione più radicale del semplice limite della conoscenza: l’incontro con una realtà che non è ricononscibile può davvero giungere a modificare il soggetto che cerca di comprenderla, senza per questo garantirgli una comprensione definitiva.

La Cattedrale resta, dunque, un testo da leggere e da rileggere, da attraversare come si attraversa la navata di una cattedrale troppo vasta anche per lo sguardo: con la certezza di non averla vista tutta, e forse di non essere più, uscendone, la stessa persona che vi è entrata… e forse anche di non uscirne mai più.


Nel 2002 il regista Tomasz Bagiński ha tratto da questo racconto un cortometraggio di animazione, candidato all’Oscar nel 2003, che offre un’interpretazione personale di grande potenza visiva.

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