La casa sull’abisso (The House on the Borderland), di William H. Hodgson (trad. it. di Gianni Pilo, Fanucci), pubblicata nel 1908, è una di quelle opere letterarie che pur essendo ancora immature in sé segnano un punto di svolta netto, gettando le basi di un nuovo genere letterario e di un nuovo modo di narrare di cui le generazioni successive faranno tesoro, portando il genere a compimento. Nello specifico La casa sull’abisso appartiene tanto al romanzo gotico ottocentesco, di cui eredita l’apparato narrativo – il manoscritto ritrovato, la casa isolata e maledetta, l’io narrante che si consuma nella propria stessa visione – e la immediatamente successiva stagione d’oro della letteratura weird, di cui anticipa con sorprendente lucidità la dimensione cosmica. Non è quindi un caso che H.P. Lovecraft, nel suo saggio Supernatural Horror in Literature, abbia riconosciuto in Hodgson uno dei propri più consistenti ispiratori: senza La casa sull’abisso, buona parte dell’orrore cosmico novecentesco avrebbe forse preso una strada diversa.

Struttura narrativa e trama (senza rivelazioni)

Sul piano formale, il romanzo si presenta con una doppia cornice narrativa: Hodgson dà voce al racconto di due amici, ovvero: “Dal manoscritto rinvenuto dai signori Tonnison e Berreggnog nel 1877, presso un rudere a sud del villaggio di Kraighten nell’Irlanda occidentale. Trascritto, con note, da W.H.H.” i quali a loro volta, dopo averlo ritrovato, tornati alla loro tenda ne iniziano la lettura, dando di fatto la parola al Vecchio Recluso, così si definisce il narratore interno, protagonista assieme alla sorella Mary e al cane Pepper dell’assurdo vortice di vicende del quale la loro casa sarà l’involontario centro focale.

Dopo un breve esordio narrativo, per ragioni ignote, una sera il protagonista sperimenta un improvviso quanto folle viaggio dimensionale, durante il quale viene trasportato da un’indicibile forza di volontà verso luoghi alieni sconvolgenti e indescrivibili fino a ritrovare un doppio identico della propria dimora per poi tornare nella nostra dimensione, nella stanza e sulla poltrona da cui tutto era iniziato. Il racconto procede come un diario, raccontando di eventi sempre più sconvolgenti e insondabili che assediano la casa dagli abissi sottostanti, e soprattutto una serie di visioni cosmiche che proiettano il protagonista, e con lui il lettore, al di fuori del tempo umano, fino a contemplare… be’, non si può rivelare.

In queste sequenze visionarie il romanzo raggiunge il proprio vertice storico-letterario: Hodgson non si accontenta dell’orrore domestico della casa infestata ma sposta l’obiettivo su una scala temporale e spaziale che nessun romanzo gotico aveva osato prima di allora, facendo del cosmo stesso, nella sua indifferenza siderale verso le sorti umane, il vero protagonista dell’opera. È un’ambizione che precorre di svariati decenni non solo Lovecraft, ma l’intera tradizione dell’orrore cosmico che da lui discende. Credo che siano particolarmente vincenti le descrizioni di fenomeni che mai erano stati descritti perché non erano nemmeno mai stati immaginati. A monte è stato quindi necessario attingere a un bagaglio lessicale che non era probabilmente mai stato sperimentato in tal senso. E il risultato è davvero vincente.

A questo proposito, la prosa di Hodgson è elegante, talvolta fastosa, fedele insomma ai canoni tardo-vittoriani, talvolta però affaticata da un’aggettivazione ridondante che rallenta la lettura ben oltre le necessità dell’atmosfera; le sequenze cosmiche, ad esempio, per quanto visionarie e traumatizzanti, tendono a dilungarsi, così che la vertiginosa potenza iniziale finisce per stemperarsi nella ripetizione. La caratterizzazione dei personaggi è pressoché assente e la loro presenza è finalizzata al confronto materiale con gli eventi. Infine, il romanzo lascia completamente irrisolto il mistero, il che da un punto di vista logico è più che plausibile giacché la soluzione non è umanamente raggiungibile, ma può indispettire il lettore.

Concludendo…

La casa sull’abisso resta, nonostante questi limiti più che accettabili, un testo fondamentale che ha e mantiene il ruolo di fonte primaria di un genere letterario che da lì a poco si stabilirà nella sua forma più completa. È un romanzo che ribalta la concezione dell’orrore, ribalta il ruolo del genere umano; il mostro del romanzo gotico tradizionale viene facilmente battuto sul campo ma di fronte all’abisso cosmico non c’è mente umana che possa reggere. La casa sull’abisso non fa paura in sé, semplicemente lascia cadere un seme maledetto che ci farà dubitare cosa ci sia sotto i nostri piedi e sopra le nostre teste.

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