Ugo Foscolo fu un appassionato estimatore e studioso precursore della poesia medievale italiana: di Dante, Cavalcanti ma soprattutto di Francesco Petrarca, al quale tra 1818 e 1823 dedicò quattro saggi critici, scritti durante il suo soggiorno londinese: Sopra l’Amore del Petrarca, Sopra la poesia del Petrarca, Sopra il carattere del Petrarca e infine il saggio Parallelo fra Dante e il Petrarca. Nelle sue stesse poesie, è quindi facile cogliere echi nemmeno troppo lontani dei grandi maestri del Trecento toscano, ravvivati nel nuovo gusto preromantico. A titolo d’esempio, scorrendo velocemente il sonetto Alla sera vi leggiamo la volontaria ricerca della solitudine come momento di meditazione profonda, troviamo l’immagine evocativa di orme sulla sabbia, si parla di segreti pensieri così come di profonda delusione per la mancanza di corrispondenze tra il suo spirito e quello del proprio tempo, quindi evoca i propri demoni che lo consumano dal di dentro e invoca il balsamo consolatore della Sera. Allo sesso modo, Petrarca, nel sonetto Solo et pensoso i più deserti campi, ci raccontava del suo bisogno di allontanarsi dal Mondo, parlava di rifuggire da ogni traccia degli uomini che “l’arena stampi”. I mentre Foscolo ci raccontava dello “spirto guerrier ch’entro mi rugge”, Petrarca scriveva “di com’io dentro avvampi” e poco sotto ci informava “di che tempre \ sia la mia vita, ch’è celata altrui”. Foscolo cercava riparo dal “reo tempo” non diversamente da Petrarca. Allo stesso modo, la dolcissima sera che “Sempre scendi invocata, e le secrete \ vie del mio cor soavemente tieni” pare far eco a Dante e al racconto di Pier delle Vigne: “Io son colui che tenni ambo le chiavi \ del cor di Federigo, e che le volsi, \ serrando e diserrando, sì soavi, \ che dal secreto suo quasi ogn’uom tolsi” (Inf. XIII, 58-61). 

Ma perché tanta attenzione alla poesia dei Padri fondatori della nostra lingua? qual era in particolare l’attrazione che Foscolo sentiva così potente nei confronti della poesia di Petrarca? Se leggiamo i suo saggi, comprendiamo facilmente che Foscolo ne studiò tanto la biografia quanto l’arte, incuriosito dalle traversie, i viaggi, i ritorni, l’irrequietezza e i potenti tormenti interiori; in parole povere, intravedeva in Petrarca il prototipo dell’uomo e dell’artista moderno, o se vogliamo di se stesso. In più, in perfetta consonanza con la sensibilità neoclassica, ne ammirava l’eleganza poetica e l’incessante labor limae alla ricerca della perfezione formale.
Ma proviamo a osservare la questione più da vicino.

Amore nudo e amore velato

Il primo dei saggi su Petrarca fu dedicato alla passione amorosa e come questa si riversava nell’ispirazione poetica; scriveva Foscolo: “Benché il Petrarca siasi studiato di ricoprire d’un bel velo la figura di Amore, che greci e romani poeti ebbero vaghezza di rappresentar nudo; questo velo è sì trasparente, che lascia tuttavia scernere le stesse forme” (Sull’Amore, I), parafrasando in sostanza quanto aveva già scritto in versi nel Dei sepolcri (1807), riferendosi a lui come a colui:

che Amore in Grecia nudo e nudo in Roma
d’un velo candidissimo adornando,
rendea nel grembo a Venere Celeste (vv. 176-179)

Questa, per l’autore, era la più caratterizzante connotazione dell’intera poetica di Petrarca, ovvero aver trasformato il concetto stesso di Amore, nobilitandolo nei suoi versi fin quasi a un’esperienza metafisica, pur mantenendo in buona misura intatta la passionalità terrena. Del resto, proseguendo, dopo l’introduzione Foscolo andava proprio a specificare come fin dall’antichità, la poesia erotica era stata ispirata da due divinità: una “Venere Celeste, che presedeva a’ casti amori delle zittelle e delle maritate”, e una “Venere Terrestre, riconosciuta divinità tutelare delle galanterie delle donne più in voga a que’ tempi.” Tuttavia, queste due disposizioni ad amare, raramente trovavano un equilibrio e l’una finiva col prevalere sull’altra, con danno e pregiudizio del rapporto: “perché passione e ragione, quantunque da prima s’incontrino nella nostra mente siccome due amiche, di rado però vi regnano insieme con pari potere; e in breve l’una dèe inevitabilmente cedere alla dittatura dell’altra” (cap. XVI). Del resto, scriveva il nostro autore, “Così la filosofia e la religione cospirano contro gli usi cavallereschi di que’ tempi a lusingare e ad abbellire la più irresistibile di tutte le umane propensioni”, per concludere, anzi, che “bella poesia provava, non già il genio del poeta, bensì la forza della passione che lo inspirava” (cap. III).

Sulla scorta di questa stratificazione culturale, Foscolo riportava primariamente in discussione uno dei punti cruciali dell’intera propria poetica, ovvero l’insidioso rapporto tra “passione e ragione”, antitetico dilemma da sempre presente in letteratura ma ancor più stringente in quest’epoca, ancora legata alla razionalità illuminista ma già protesa verso un sentimentalismo e una passionalità che diverranno a breve dominanti in epoca romantica. Nel sonetto Autoritratto (1801) Foscolo concludeva chiaramente con i versi:

di vizj ricco e di virtù, do lode
alla ragion, ma corro ove al cor piace:
morte sol mi darà fama e riposo.

Davanti a tale bivio, pur riconoscendo il valore e la forza della ragione, decideva di seguire, anzi correre dietro al cuore. E questo pensiero aveva origini antiche, che anche Petrarca conosceva molto bene: per i poeti Stilnovisti, sono parole di Dante, Amore era il Dittatore e ovviamente il Sommo poeta intendeva in senso etimologico. Dittatore è colui che detta, con la particolare accezione di dire (da cui deriva) ripetutamente fino a divenire impositivo e difatti, nel Purgatorio (XXIV, 52-54), scriveva la celebre terzina:

I' mi son un che, quando
Amor mi spira, noto, e a quel modo
ch'e' ditta dentro vo significando.

I poeti hanno sempre avuto quindi questo stretto laccio nelle mani del “Dittator”, che nelle penne di Cavalcanti come di Petrarca, per l’appunto, diveniva un crudele e dispotico signore, per il secondo particolarmente volubile e tiranno che nel Trionfo dell’Amore lo presentò come un comandante vittorioso sul carro che trascina dietro di sé una inerme schiera di poeti ed eroi resi schiavi.

Foscolo si dimostra impressionato dalla forza dell’amore di Petrarca per Laura, al di là, appunto da ogni ragionevolezza; non mancava quindi di annotare: “La sua passione fu prolungata da quella non virile irresolutezza, vera fonte della infelicità e delle querele di lui. […] Come che fosse conscio «della follia ed umiliazione di amare non essendo riamato» [da De secreto conflictu curarum mearum], tuttavia persisté nel credere, che

Non è sì duro cor, che lagrimando,
pregando, amando, talor non si mova.” (cap. XVII)

Proprio nel Secretum Petrarca dimostrava essere ben consapevole della propria malattia d’amore, fino ad arrivare a definirla un “dispietato giogo” (Canzoniere, LXII), dal quale non poteva liberarsi e continuava a tormentarsi e logorarsi tra bisogno di redenzione, pericolosa pulsione verso la carnalità, libertà e prigionia. Foscolo, da uomo irrequieto quanto raffinato, amante del bello qual era, non poteva che ammirare la potenza del sentimento che muoveva la poesia di Petrarca e soprattutto con quanta eleganza era riuscito a trasmettere le più profonde e tormentate angosce e passioni; l’incessante revisione, specialmente del Canzoniere, con l’attenta lettura delle annotazioni dell’autore per miglioramenti delle successive versioni dimostravano a Foscolo quanto meticolosa fosse stata la cura nei dettagli che aveva elevato in luoghi eccelsi l’arte di Petrarca. Ma erano altrettanto testimonianza dell’impossibilità di lasciare andare Laura e la poesia che tanto l’aveva rappresentata.

“Ma un grande ingegno”, scrive Foscolo, “sente più intensamente, e soffre più fortemente che altri; e per ciò appunto, quando la forza della passione allenta, egli ne serba più a lungo la rimembranza, e più agevolmente può ridestarsela nell’immaginazione e risentir ne gli effetti, e, come parmi, ciò che diciamo potenza d’immaginare sta più ch’altro nel concorso del forte sentire e delle rimembranze” (Sulla poesia, III), e poteva ben esser certo di quest’affermazione, sulla scorta delle parole di Petrarca stesso nel celebre sonetto Erano i capei d’oro a l’aura sparsi: “piaga per allentar d’arco non sana”, ovvero anche al diminuire dell’attrazione più stringente – nello specifico dovuta al trascorrere del tempo e allo sfumare della bellezza esteriore -, la ferita aperta da Amore pure non si rimargina.

Se leggiamo di nuovo e confrontiamo le perifrastiche definizioni di Petrarca, nella versione poetica del Dei Sepolcri si parlava di un “candidissimo” velo, con la chiara intenzione di evidenziare la nobilitazione dell’esperienza amorosa operata dal poeta aretino; nella rilettura più matura, il velo diventava tuttavia trasparente, spostando l’attenzione e l’interpretazione verso una connotazione decisamente più sensuale. Ancora una volta Foscolo aveva visto giusto poiché in realtà nella poesia di Petrarca l’erotismo era davvero appena velato, accennato, reso pulsante e avvolgente più dall’assenza che dalla presenza: un dettaglio del corpo, la scelta di un verbo o un sostantivo ammiccante.

Passione e ardore di Patria

Per Foscolo questo era un elemento di passaggio che niente poteva contro la forza dirompente e distruttiva del sentimento: “e noi rimiriamo lo spaventoso conflitto tra la ragione e la disperazione, tra la passione e la religione” fino all’esasperazione, per arrivare a un altro particolarissimo tema, caro alla disposizione d’animo preromantica: il suicidio eroico e disperato. Commenta Foscolo: “e mentre pare ch’egli stia in procinto di por fine alla sua vita, viene frenato soltanto dal timore di varcare d’una in altra peggiore miseria”, e poi, poco sotto, aggiunge: “allorché si volge per conforto al cielo, agli uomini e a quanto gli sta d’intorno, la nostra simpatia per l’uomo ci fa quasi dimenticare l’ammirazione verso il poeta; perché veggiamo che, come ogni creatura che sentasi estremamente misera, egli s’imagina di avere inspirato a tutta la natura la propria afflizione” (Sulla poesia, XI). Avviandosi verso la conclusione del secondo Saggio (XIV), Foscolo annotava che: “Lo scopo rilevante dello studio e dell’ambizione del Petrarca fu di dissipare le tenebre, per entro alle quali i secoli di mezzo avevano avvolto la letteratura degli antichi” e citava poi la lettera Familiares, VI, 2, con la quale Petrarca esortava i Romani del suo tempo a prendersi cura della propria memoria, essendo che Roma in nessun luogo era meno amata che in Roma stessa. 

E questo era l’ultimo e forse il più grande cruccio dell’ardimentoso petto ruggente di Foscolo, ovvero assistere alla lenta morte di un’Italia negletta e calpestata dagli stranieri, o vedere gl’italiani del suo tempo, imbelli frequentatori di vuote memorie alle quali non sapevano più dare un significato né trarne fonte d’ispirazione né fervido orgoglio nazionale. Soprattutto nel romanzo Le ultime lettere di Jacopo Ortis, in particolare nella celebre Lettera da Ventimiglia, scriveva: “I tuoi confini, o Italia, son questi! ma sono tutto dì sormontati d’ogni parte dalla pertinace avarizia delle nazioni. Ove sono dunque i tuoi figli? Nulla ti manca se non la forza della concordia. Allora io spenderei gloriosamente la mia vita infelice per te: ma che può fare il solo mio braccio e la nuda mia voce? – Ov’è l’antico terrore della tua gloria?” quasi facendo eco alla petrarchesca canzone Italia mia, benché ‘l parlar sia indarno (Canzoniere, CXXVIII): 

Voi cui Fortuna à posto in mano il freno
de le belle contrade,
di che nulla pietà par che vi stringa,
che fan qui tante pellegrine spade? (vv. 17-20)

rincarando poi:

Latin sangue gentile,
sgombra da te queste dannose some;
non far idolo un nome
vano senza soggetto (vv. 74-77)

Al che, sempre nella Lettera da Ventimiglia concludeva: “Miseri! noi andiamo ogni dì memorando la libertà e la gloria degli avi, le quali quanto più splendono tanto più scoprono la nostra abbietta schiavitù. Mentre invochiamo quelle ombre magnanime, i nostri nemici calpestano i loro sepolcri.”

Alla fine del Saggio sulla poesia (XVIII), Foscolo tirava le somme del suo ritratto del poeta trecentesco: “[…] siamo sempre portati a far  sola una cosa dell’autore e dell’uomo, che si sente irresistibilmente sospinto a svolgere il proprio intenso sentire. Dotato di tutte quasi le nobili, e soggetto ad alcuna delle povere passioni, né mai provatosi di celarle, ci sveglia a far riflessione sopra noi stessi, mentre contempliamo in lui uno della nostra specie, diverso però da ogni altro, e la cui singolarità eccita anche più simpatia che ammirazione”.

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