Trovare corrispondenze o ascendenze stilistiche tra autori diversi è sempre un’impresa avvincente e una ricerca costruttiva; talvolta si tratta di semplici affinità, altre volte di evidenze più tangibili e corpose. Vorrei proporre in questo breve articolo un confronto tra un segmento del carme Dei Sepolcri di Ugo Foscolo e il sonetto Rio Salto, di Giovanni Pascoli.
Foscolo compose Dei Sepolcri tra l’estate e l’autunno del 1806, per pubblicarlo l’anno successivo, in difesa della dignità storica, civica e affettiva della tomba, in riposta all’Editto di Saint-Cloud che imponeva la parificazione delle sepolture, senza alcuna distinzione di rango o merito del defunto.
Foscolo concepì il suo lungo componimento in tre sezioni: nella prima rifletteva sul valore della sepoltura e sul rapporto, il celebre “scambio d’amorosi sensi” che si instaurava tra i vivi e i cari estinti, anche grazie alla pietra memoriale della tomba; anzi: secondo Foscolo, proprio la cura dei resti mortali segnò l’inizio dell’epoca civile dell’uomo primitivo. Nella seconda parte inneggiava all’importanza delle tombe dei “forti”, ovvero i grandi uomini del passato, coloro i quali, per ingegno, arte e scienza avevano reso grandi le virtù dell’Italia del passato; la sua speranza era che essere potessero ancora essere d’ispirazione per i cuori degli uomini del suo tempo. Infine, nella terza parte, l’autore passava a celebrare il potere della poesia di eternare, ancor più che il monumento in pietra, le gesta e le imprese dei grandi uomini del passato.
La sezione si apre all’insegna della fantasia creativa, rievocando l’epico scontro tra Greci e Persiani nella piana di Maratona. Immagina un navigatore notturno che, veleggiando sotto l’Eubea, assiste al ripetersi dello scontro feroce tra i due eserciti fantasma (“larve guerriere”): vede il luccicare di armi e armature, ne sente il clangore, rivede il tumulto della calca, le cariche dei cavalieri; e vede infine le pire fumanti dei corpi dei guerrieri caduti dati alle fiamme, tra i lamenti dei moribondi e il canto delle Parche che chiamano a sé i morti.
Quasi un secolo dopo (un po’ meno se si considerano le date di edizione), il giovane Pascoli componeva il sonetto Rio Salto, dedicato a un piccolo torrente che scorre immediatamente a sud di San Mauro Pascoli. Pubblicata nel 1891 nella raccolta Myricae, racconta una consapevole visione provata dal poeta in occasione di una tempesta notturna. Alla tremolante luce, le acque ingrossate dalla pioggia torrenziale iniziano a sollevarsi nella piena, formando onde su onde che al chiarore della luce incerta sembrano cavalli lanciati al galoppo verso la battaglia, montati da altrettanti cavalieri. Il furore degli elementi, il frastuono della pioggia che batte con forza sul tetto e sulla gronda, unito al fragore del vento e del torrente evocano momenti di guerra.
Passata la tempesta, rapidamente tutto si acquieta, la visione sfuma, e tornando nella realtà del furore di prima non rimane che il sommesso parlottare degli “amici pioppi”, appena ondeggianti negli ultimi refoli di vento.
Vediamo i due testi a confronto, iniziando dal brano dei Sepolcri.
U. Foscolo, Dei Sepolcri
(vv. 201-212)
[...] Il navigante
che veleggiò quel mar sotto l’Eubea,
vedea per l’ampia oscurità scintille
balenar d’elmi e di cozzanti brandi,
fumar le pire igneo vapor, corrusche
d’armi ferree vedea larve guerriere
cercar la pugna; e all’orror de’ notturni
silenzi si spandea lungo ne’ campi
di falangi un tumulto e un suon di tube
e un incalzar di cavalli accorrenti
scalpitanti su gli elmi a’ moribondi,
e pianto, ed inni, e delle Parche il canto.
G. Pascoli, Rio Salto
Lo so: non era nella valle fonda
suon che s’udia di palafreni andanti:
era l’acqua che giù dalle stillanti
tegole a furia percotea la gronda
Pur via e via per l’infinita sponda
passar vedevo i cavalieri erranti;
scorgevo le corazze luccicanti,
scorgevo l’ombra galoppar sull’onda.
Cessato il vento poi, non di galoppi
il suono udivo, né vedea tremando
fughe remote al dubitoso lume
ma voi solo vedevo, amici pioppi!
Brusivano soave tentennando
lungo la sponda del mio dolce fiume
Pur essendo divise e lontane per epoca stile, cultura e significati, credo che la somiglianza tra Rio Salto e il brano dai Sepolcri sia quanto mai evidente, non solo per l’immagine evocata ma in una certa misura anche per la condivisione del medesimo repertorio lessicale. Nel sonetto pascoliano vediamo la più esplicita vocazione poetica dichiarata nel Fanciullino, ovvero la capacità mantenere viva la straordinaria vocazione immaginativa dei bambini e dare un volto nuovo e fantastico alla stringente realtà. E forse, da questo punto di vista, le differenze sono ben più maggiori che le analogie. La tragica, spettrale e cruenta rievocazione di Foscolo diviene nel sonetto un’affascinante galoppata viaggio nella magia e nella suggestione, e si rimani quasi con il desiderio di lanciarci al galoppo assieme a quei misteriosi cavalieri verso “infinite sponde”, senza aprire, per adesso, parentesi leopardiane, peraltro decisamente appropriate.
Concludendo, se osserviamo con attenzione metrica, lessico e sintassi, possiamo avere un saggio significativo della strada percorsa dalla poesia italiana tra inizio e fine Ottocento. Foscolo utilizzò la visione per suscitare e rifondare la memoria di un popolo che fosse d’esempio e fiamma d’ispirazione per i posteri; Pascoli si è inoltrato in una visione simile con un esito del tutto soggettivo e momentaneo. La “corrusche” armi e armature foscoliane, termine elegantemente neoclassico che significa guizzanti di luce, simbolo di un valore civile imperituro, diventano in Pascoli semplicemente “luccicanti” sull’acqua, destinate a svanire con il rabbonire della tempesta. Per concludere, la suggestione foscoliana in Rio Salto non è dunque un’eco vacua e lontana, tanto meno una riduttiva rilettura quadrettistica ma piuttosto la consapevole sperimentazione di una metamorfosi: il mito esce dalla storia per fondersi nella nuova dimensione del mistero della natura e dell’inconscio.
