Una premessa
Questo articolo propone una rilettura della novella di Lisabetta da Messina scritta da Giovanni Boccaccio (Decameron, IV, 5) adottando una prospettiva controcorrente. Si tratta in sostanza di un esercizio interpretativo che nel testo ricerca indizi, forza gli spazi silenziosi, avanza ipotesi là dove la narrazione si fa evasiva o ambigua. È un po’ come il tornare sulla scena di un crimine con occhi nuovi e la convinzione che la ricostruzione ufficiale degli eventi, per quanto sia e rimanga più che plausibile, non esaurisca la verità.
Tengo a precisare che le conclusioni a cui si giungerà sono deliberatamente nette e questo certamente non per arroganza interpretativa ma solo perché, una volta assunta questa nuova cornice di lettura, queste ne divengono la conseguenza logica; e non sarà negata la lettura tradizionale, ovvero la tragedia amorosa, il parallelo agiografico e con il culto delle reliquie o la devozione assoluta, ma dare una proposta alternativa. La novella di Boccaccio è ricca abbastanza da reggere entrambe le soluzioni.
Riepilogo dei fatti
Lisabetta vive a Messina con i tre fratelli, mercanti di origine toscana, ma la sua condizione è quella di una figura posta ai margini delle dinamiche familiari, com’era assai frequente in epoca medievale: in età da marito, bella e colta, ancora vive in casa e il suo destino è interamente nelle mani dei fratelli, che non hanno ancora trovato un partito sufficientemente vantaggioso. L’incontro con Lorenzo, giovane dipendente dell’azienda di famiglia, introduce l’elemento di rottura: improvvisamente tra i due nasce una relazione amorosa clandestina, destinata in breve a essere scoperta e subito repressa. I fratelli decidono senza mezze misure di eliminare Lorenzo: lo attirano fuori città come l’occasione di un’uscita tra amici e raggiunto un luogo appartato, lo uccidono e ne occultano il cadavere. Al loro rientro diffondono la voce che il giovane sia partito per sbrigare affari su loro commissione, come più volte era già successo e dunque nessuno si insospettisce, nessuno tranne Lisabetta che, turbata dalla sua scomparsa improvvisa e dal prolungarsi dell’assenza, ne chiede ripetutamente ai fratelli notizia, ricevendo risposte prima evasive poi minacciose. Una notte sogna Lorenzo e lui le rivela la notizia della propria morte e il luogo della sepoltura. La giovane si reca sul posto, con l’aiuto di una domestica dissotterra il corpo, ne recide la testa e la riporta a casa, per conservarla in camera dentro un vaso su cui pianta del basilico. Da quel momento la ragazza si consuma in una devozione ossessiva che la conduce rapidamente alla morte.
Una voce silenziosa tra le mura domestiche
Fin dall’inizio, la posizione di Lisabetta è delimitata da una severa subordinazione. Significativa è l’assenza di ogni discorso diretto a lei attribuibile: la sua voce non emerge mai in forma autonoma, ma è sempre mediata dalla narrazione. Questa scelta non è casuale: il narratore si focalizza progressivamente sempre più sulla figura della ragazza, alterando la prospettiva della narrazione in modo preoccupante e di per sé fuorviante.
Nonostante la severa sorveglianza familiare, lei decide di seguire il proprio cuore e l’inaspettato amore, ma questo spazio di libertà appare subito come fragile e precario, malcelato nella clandestinità e destinato alla repressione. La reazione dei fratelli, che scelgono la via dell’eliminazione violenta dell’amante, tenta di ristabilire l’ordine familiare e cancella fisicamente ogni traccia dello scandalo. Pur essendo Lisbetta la causa del potenziale disastro che credono di aver appena sventato, la sorella rimane, nel loro calcolo, un capitale da gestire e per questo va comunque preservata.
La critica ha letto e spiegato la novella nel modello letterario della tradizione agiografica delle vitae sanctorum: il sogno rivelatore, il rinvenimento del corpo, la devozione per la reliquia richiamano modelli tipici, ben noti e diffusi nel Medioevo. Sappiamo però anche, penso alla novella di Frate Cipolla, quanto Boccaccio fosse critico e perfino irriverente e canzonatorio verso la devozione e la creduloneria popolare. Nella novella di Lisabetta, però, non c’è né derisione né beffa: gli elementi agiografici sono presenti ma profondamente distorti fino alla mostruosità orrorifica; manca infatti la dimensione pubblica del miracolo e manca la nascita di una pratica devozionale sana e condivisa; al contrario, tutto si svolge nella segretezza e nel ripiegamento morboso. Questa deviazione sistematica suggerisce che il centro della narrazione non stia nella natura soprannaturale dell’apparizione – che forse soprannaturale proprio non è – ma nella percezione soggettiva dell’esperienza: in altre parole non la narrazione di ciò che accade, ma come Lisabetta – e il narratore che la segue – lo rielabora.
La mente di Lisabetta
Se si assume questo angolo di osservazione, la vicenda va dunque riletta come il progressivo emergere di una frattura tra la realtà e la sua percezione, ovvero la manifestazione di una forma di patologia. Questo non deve sorprenderci: Boccaccio ha sempre mostrato nei suoi scritti un finissimo istinto nel tratteggiare le peculiarità caratteriali dei suoi personaggi, attingendo a piene mani dal vissuto quotidiano; una pratica, questa, che fa del Decameron uno dei più riusciti ritratti della civiltà e del pensiero medievale. Allo stesso modo l’autore ha dato prova di sapere cogliere minuziosi particolari del mondo che lo circondava, basti pensare alla descrizione del passaggio della Peste nera a Firenze in apertura del libro, divenuto il resoconto più istruttivo e ricco di dettagli che si conosca su questo tragico flagello e le sue conseguenza.
Dunque, tornando alla nostra novella, dalla sua storia e soprattutto dai fatti recenti, si deduce facilmente che Lisabetta è sottoposta a una fortissima pressione emotiva; ma alcuni elementi del testo suggeriscono che tale condizione di stress agisca su un terreno già predisposto alla devianza: è possibile riconoscere nel suo comportamento il rapido manifestarsi di tratti compatibili con un quadro psicotico, caratterizzato da alterazione della percezione, intensificazione degli stati emotivi, progressiva perdita di contatto con la realtà e rifugio in una condizione allucinatoria.
La narrazione non registra più semplicemente eventi: li filtra attraverso una coscienza che li riorganizza secondo una logica interna. Il testo che leggiamo è, almeno in parte, la storia che Lisabetta si racconta.
L’apparizione notturna ovvero la costruzione di una verità
Il sogno di Lisabetta rappresenta il punto di svolta della novella. Dopo la scomparsa di Lorenzo, la ragazza è in preda a un dolore inconsolabile e una notte il giovane le appare in sogno con il viso pallido, i capelli disfatti, gli abiti laceri. Inaspettatamente la rimprovera per averlo accusato di averla abbandonata: «O Lisabetta, tu non mi fai altro che chiamare e della mia lunga dimora t’attristi, e me con le tue lagrime fieramente accusi; e per ciò sappi che io non posso più ritornarci, per ciò che l’ultimo dì che tu mi vedesti i tuoi fratelli m’uccisono».
Boccaccio introduce l’episodio con una formula insinuante: quelle erano state le parole che a Lisabetta «parvele che gli dicesse»: la veridicità della narrazione inizia a subordinarsi a una soggettività crescente e via via più invasiva e il sogno quindi solo in apparenza rivela una verità esterna ma testimonia la costruzione di una verità interna il centro della quale non è la morte di Lorenzo ma la sua interpretazione. Chi parla, attraverso quella figura sfigurata e spettrale, è la psiche di Lisabetta.
Il rapporto tra lei e Lorenzo è instabile fin dall’inizio. Il giovane è presentato come di bell’aspetto e oggetto di molte e ripetute attenzioni femminili; per questo motivo le sue rassicurazioni di aver «lasciati suoi altri innamoramenti di fuori» potrebbero non essere state, agli occhi di lei, del tutto sufficienti. In un contesto di privazione affettiva e sociale, la riscoperta di Lorenzo assume nella mente e nel cuore di lei una dimensione totalizzante, e dunque anche l’ombra di un’ambiguità può diventare destabilizzante. Del resto, Lisabetta non sembra cercare una relazione ma un’esclusività assoluta, e l’insistenza e la segretezza del rapporto, anziché attenuarla, innescano una forma di gelosia che, in questa prospettiva, non è un elemento secondario, ma diviene il pilastro angolare della sua psicologia: la struttura affettiva trasforma l’amore in esigenza di possesso totale, e che – come si vedrà – porta la storia al suo esito più drammatico.
L’ipotesi: il possesso attraverso la morte
Ed eccoci al punto più controverso – e più interessante – di questa rilettura. Come poteva Lisabetta conoscere il luogo della sepoltura del cadavere di Lorenzo? La risposta del testo è ovvia: glielo ha rivelato il sogno. Ma un sogno, per quanto lo si voglia leggere in chiave naturalistica come elaborazione inconscia di indizi percepiti, non fornisce coordinate geografiche precise. Prima di sognare con tanto dettaglio, è necessario sapere.
È più che vero che il sogno rivelatore della sepoltura è elemento ricorrente della tradizione agiografica, e questo allinea perfettamente la lettura della novella all’interpretazione consueta; ma come dichiarato in apertura, qui si vuole rileggerla sulla scorta dei fatti razionali, percorso peraltro più che giustificabile dalla lucida capacità d’analisi dell’autore.
Dunque, la prima ipotesi, ovvero che lei avesse seguito Lorenzo e i fratelli nella fatale uscita, è poco plausibile perché non aveva ragioni di sospettare alcuna macchinazione e, se mai le avesse avute, avrebbe certamente messo in guardia l’amato. Questa versione non spiegherebbe nemmeno l’accusa che Lorenzo le rivolge durante il sogno.
Rimane la seconda ipotesi, quella più sconcertante, che Lisabetta stessa sia stata la mano assassina, con la complicità silenziosa della domestica che la aiuterà anche nella fase successiva della decapitazione.
La ricostruzione ipotetica è la seguente. Lisabetta si innamora di Lorenzo; lui, accortosene, lasciate le numerose amanti, ricambia le attenzioni. I due si incontrano ripetutamente e appassionatamente, ma Lisabetta nonostante le rassicurazioni non riesce a liberarsi del sospetto che lui continui le relazioni con le altre donne. Il sospetto del tradimento, anche solo potenziale, cresce nella mente della giovane fino a saturarla; in quella che sarà l’ultima notte, Lorenzo le confida l’imminente partenza per conto dei fratelli: quella goccia scatena il morboso timore della perdita e, con esso, la furia omicida. Il possesso assoluto, per una mente che ha trasformato l’amore in gelosia totalizzante, può realizzarsi solo attraverso l’annullamento dell’altro.
Proprio quella notte, uno dei fratelli è sveglio e la segue fino al luogo dell’appuntamento amoroso. Boccaccio è evasivo su ciò che accade: descrive la scoperta della relazione ma il fratello non interviene e dunque non conosciamo i dettagli di quella notte, lasciandoci cadere nell’interpretazione più ovvia dei fatti, ovvero che tutto sia andato secondo quanto si va ripetendo da tempo. Ma questa ellissi narrativa proprio nel momento cruciale che, comunque sia andata, cambia lo sorti di molti, apre lo spazio all’interpretazione e conclusioni diverse; il testo non tace per mancanza di informazioni, ma seleziona ciò che mostrare e ciò che lasciare nell’ombra.
Al mattino, tutti i fratelli, ormai informati dei fatti, stabiliscono un obiettivo preciso e tassativo: salvaguardare l’onore della famiglia, e questo a prescindere da quale percorso interpretativo possiamo decidere; devono in ogni caso devono in ogni caso essere ben al corrente dell’accaduto o altrimenti sarebbero stati loro a preoccuparsi dell’assenza del dipendente, non la sorella. Il fatto che Lisabetta domandi ostinatamente notizie di Lorenzo, trapelando così un legame che i fratelli non dovrebbero nemmeno conoscere, suggerisce che la sua ansia non sia quella di chi aspetta il ritorno di un amato, ma di chi sa che quel ritorno non ci sarà mai più. “Che hai tu a far di Lorenzo, che tu ne domandi sì spesso? Se tu ne domanderai più, noi ti faremo quella risposta che ti si conviene”, è la recisiva risposta dei fratelli. Ma cosa dovrebbe meritare, realmente, Lisabetta?
La rimozione e la costruzione del sogno
Da questo momento, nella mente sotto shock di Lisabetta inizia la sostituzione della realtà. Gli elementi critici vengono rimossi e sostituiti con altri che la mettano al riparo dalle proprie responsabilità ma il sogno rivelatore diviene lo spiraglio attraverso cui, dal subconscio, riaffiora a frammenti la terribile verità: Lorenzo le rivela la propria morte e il luogo della sepoltura perché Lisabetta già sa entrambe le cose e il sogno è la forma che la sua mente trova per restituirgliele in un formato tollerabile, come evento esterno, come rivelazione, ma soprattutto come colpa altrui.
La figura onirica di Lorenzo chiede di essere liberato dalle accuse che Lisabetta ingiustamente gli muove, ma è la supplica che Lisabetta rivolge a sé stessa.
La testa di Lorenzo, riportata a casa dopo la macabra spedizione notturna e custodita nel vaso di basilico, diventa il centro simbolico della vicenda. Ma prima di invasarla e farne un culto, Boccaccio descrive il momento in cui Lisabetta, «rinchiusasi, sopra essa lungamente e amaramente pianse, tanto che tutta con le sue lagrime lavò, mille basci dandole in ogni parte». Interpretato generalmente in chiave pietosa e votivo-sacrale, questo gesto assume tutt’altro significato in un contesto di grave disagio psichico: è una forma di fissazione feticistica, in cui l’oggetto amato viene ridotto a reliquia privata e reso disponibile in un possesso che in vita non era mai stato esclusivo.
Difatti, una volta chiusa la testa nel vaso, Lisabetta aveva «preso di sedersi sempre a questo testo vicina e quello con tutto il suo desidèro vagheggiare, sì come quello che il suo Lorenzo teneva nascoso». Boccaccio usa le parole con precisione chirurgica: in quel vaso c’era, agli occhi di lei, «il suo Lorenzo»; non un suo ricordo o un simbolo… o una sua parte: Lorenzo, a tutti gli effetti. Le allucinazioni sono dunque sempre più vivide e complesse, contemporaneamente il fisico si va debilitando e la cura della sua persona diviene sempre più sommaria. È il progresso degenerativo della patologia.
Epilogo
Nella fase finale, la condizione disastrata di Lisabetta diviene evidente agli occhi dei vicini che registrano il suo progressivo deperimento e l’alterazione dello sguardo, «gli occhi le parevano della testa fuggiti». I fratelli assenti ai bisogni della sorella ma attenti al brusio del vicinato, allertati, si convincono che la fonte dei disturbi sia il vaso con il basilico e lo fanno sparire, ancora ignari del suo vero contenuto. A questo punto l’intera vicenda pare riavvolgersi tragicamente in un tragico circolo: la ragazza riprende la sua penosa e incessante questua, cercando notizie del prezioso vaso e i fratelli continuano a ignorare le sue istanze, almeno fintanto che, incuriositi dal bizzarro interesse per un oggetto ai loro occhi così comune, ne rovesciano il contenuto e con gran sorpresa vi rinvengono la testa ormai putrefatta ma ancora riconoscibile dai capelli: “essi si maravigliaron forte, e temettero non questa cosa si risapesse.”
Di fronte all’evidenza del delitto i due rami del racconto si riuniscono e chiunque sia stato l’esecutore diviene secondario: c’è un cadavere in circolazione, la sorella è palesemente sbandata e inaffidabile, e la famiglia pericolosamente a rischio; la soluzione che adottano è la più ovvia: seppellire nuovamente la testa, in un macabro quanto ricorsivo gioco di occultamento e svelamento. Con la sorella in quelle condizioni, la soluzione non offre alcuna garanzia per il futuro per questo, scrive Boccaccio, “senza altro dire, cautamente di Messina uscitisi e ordinato come di quindi si ritraessono, se n’andarono a Napoli.”
L’ultimo atto della novella è riservato esclusivamente a Lisabetta che Boccaccio ci descrive cercando e piangendo il vaso col basilico, finché «il suo disavventurato amore ebbe termine.»
La canzone del basilico: il segreto che torna
Boccaccio chiude la narrazione con una nota significativa: «ma poi a certo tempo divenuta questa cosa manifesta a molti, fu alcun che compuose quella canzone la quale ancor oggi si canta, cioè:
Qual esso fu lo malo cristiano, che mi furò la grasta, etc…”».
Il segreto, nonostante tutti gli occultamenti, alla fine emerge e lo fa attraverso la poesia delle antiche ballate, ovvero la forma più antica di trasmissione della memoria collettiva. La Canzone del basilico, con la sua voce femminile che piange la grasta rubata, si fa la voce in prima persona di Lisabetta, nonché la traccia che la storia ha lasciato nel mondo. Che cosa divenne «manifesto a molti», e come, rimane un quesito aperto, ma il fatto stesso che Boccaccio lo menzioni, con quella formula così precisa, «divenuta questa cosa manifesta», suggerisce che la verità, in qualunque forma, abbia trovato infine la propria strada. Ecco la poesia per intero:
La Canzone del basilico
Qual esso fu lo malo cristiano che mi furò la mìa grasta del bassilico mio selemontano? Cresciut'era in gran podesta, e io lo mi chiantai colla mia mano: fu lo giorno de la festa. Chi guasta - l'altrui cose, è villania. Chi guasta l'altrui cose, è villania e grandissimo peccato. E io, la meschinella, ch'i' m'avia una grasta seminata! Tant'era bella, ch'a l'ombra stasia da la gente invidiata. Fummi furata - davanti a la porta. Fummi furata davanti a la porta: dolorosa ne fu' assai. Ed io, la meschinella, or fosse io morta, che sì cara l'accattai! È pur l'altrier ch'i' n'ebbi mala scorta dal messer cui tanto amai. Tutta la 'ntorniai di maiorana. Tutta la 'ntorniai di maiorana: fu di maggio lo bel mese. Tre volte la 'nnaffiai la settimana, che son dozi volte el mese, d'un'acqua chiara di viva fontana. Sir' Idio, com' ben s'aprese! Or è in palese - che mi fu raputa. Or è in palese che mi fu raputa: non lo posso più celare. Sed io davanti l'avessi saputo che mi dovesse incontrare, davanti a l'uscio mi sare' iaciuta per la mia grasta guardare. Potrebbemene atare - l'alto Iddio. Potrebbemene atare l'alto Iddio, se gli fusse in piacimento. de l'uomo che m'è stato tanto rio, messo m'ha in pene e 'n tormento, ché m'ha furato il bassilico mio ch'era pien d'ogni ulimento. Suo ulimento - tutta mi sanava. Suo ulimento tutta mi sanava, tant'avea freschi gli olori; e la mattina, quando lo 'nnaffiava a la levata del sole, tutta la gente si maravigliava: - Onde vien cotanto aulore? - e io per lo suo amor - morrò di doglia. E io per lo suo amor morrò di doglia, per l'amor de la grasta mia. Fosse chi la mi rinsegnar di voglia, volontier la raccateria; cento once d'oro ch'i' ho ne la fonda volentier gli le doneria, e doneria-gli un bascio in disianza.
Se questa ricostruzione è anche solo parzialmente fondata, la vicenda di Lisabetta non racconta soltanto una tragedia amorosa: racconta il tentativo estremo di trasformare la perdita in possesso definitivo e, forse, di cancellare la propria responsabilità attraverso la costruzione di una verità sostitutiva. In questa prospettiva, ciò che appare come devozione assoluta può essere interpretato come la forma più radicale di negazione della realtà. La testa nel vaso non è una reliquia d’amore: ma la prova materiale di un desiderio di assorbimento dell’altro, ridotto alla condizione di un vegetale, che non poteva essere raggiunto in nessun altro modo.
Ed è forse in questa ambiguità, tra amore e morte, tra memoria e distruzione, tra confessione e rimozione, che risiede una delle ragioni più sorprendenti della modernità della pagina di Giovanni Boccaccio. Lui, uomo medievale eppure così ansioso di guardare la realtà con occhio nuovo, ha scritto una storia che si lascia leggere in molti modi e il più inquietante è forse quello che lui stesso ha nascosto con maggiore cura.

I segreti alla fine emergono sempre, perché il diavolo fa le pentole ma non i coperchi.
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Chissà! Che ne pensi di questa lettura controcorrente? (a proposito di sentieri poco frequentati)
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Mi è piaciuta da impazzire, infatti ho appena messo il link del tuo post nel mio blog.
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