Galeotto fu il bagagliaio, chi l’aprì… e lo richiuse. Così si potrebbe parafrasare Dante per riassumere la sostanza di uno fra i noir più brillanti che conosca: Out of Sight, di E. Leonard. La storia ruota attorno a due protagonisti, Jack Foley, incallito rapinatore di banche, nemmeno lui sa più quante, ma si parla di centinaia, e Karen Sisco, U.S. Federal Marshall; e inizia nel parcheggio del penitenziario di Glades, in Florida. Lei è lì per una notifica a un detenuto, lui è lì… ancora per poco, infatti sta per evadere.

Dopo una rocambolesca fuga notturna fuori dai reticolati, tra spari, sirene e riflettori, Jack e Karen si ritrovano stretti stretti nel bagagliaio della macchina in fuga, guidata da Buddy, il grande amico di sempre di Jack, lì per aiutarlo nell’evasione. Lei è una donna stupenda, lui è più maturo ma con una personalità da vendere, lui lordo in ogni dove e puzzolente per essere strisciato nel fango di un cunicolo sotterraneo, lei elegante e splendida, in un abito da tremilacinquecento dollari; entrambi si ritrovano in quella situazione paradossale, lui in veste di rapitore, lei di rapita, a chiacchierare di cinema, di storie, di avventure, in uno sfiorarsi ammiccante eppure garbato e spontaneo. In quel bagagliaio scocca una scintilla inestinguibile quasi senza che nessuno dei due se ne accorga, se non quando è troppo tardi per fare dietro front. Tutto è stato troppo rapido e incredibile perché l’uno o l’altra potessero (o volessero) mettersi in guardia.

Naturalmente le vicende li separeranno assai presto e questo non potrà altro che accrescere la tensione e il legame fra i due. A questo punto Leonard gioca sapientemente con questo elastico, avvicinandoli, allontanandoli, confondendoli fino a far perdere la bussola a entrambi. Naturalmente i ruoli si intrecciano ed entrambi sono sia inseguitori che fuggiaschi, in un gioco di guardie e ladri dove ognuno corre sul filo, giocandosi tutto: la forza che li spinge e li attrae è irresistibile, ma dove li condurrà?

Foley è un tipo tosto, con una storia complicata alle spalle, che rapina banche con la disinvoltura con cui potrebbe accendersi una sigaretta; lo fa senza armi da fuoco né minacce, semplicemente chiedendo il malloppo grazie al suo fascino decisamente irresistibile, e ci riesce sempre! Karen ben presto si troverà combattuta fra il senso del dovere, la sua integrità morale e professionale e una passione che sa già che non potrà gestire. Ed entrambi pensano, ognuno per sé, a cosa accadrà dopo.

I dialoghi sono straordinari, una perfetta miscela di umorismo, ironia e realismo e le situazioni non sono da meno; nella quarta di copertina dell’edizione che ho io (Einaudi del 2010), Stephen King definisce Leonard “Il miglior dialoghista della letteratura americana”: non so se sia condivisibile questa definizione, ma Leonard ha veramente un grandissimo talento. Si alternano pagine con situazioni a dir poco esilaranti ad altre decisamente drammatiche (anche con un capitolo ben più che noir, che un pochino stona con lo spirito brillante e vagamente scanzonato della narrazione, ma che ci schiaffeggia, anche se solo per un attimo, un lungo attimo in verità, quale sia la realtà delle cose).

I personaggi sono incredibilmente avvincenti e Foley è semplicemente monumentale, in tutto ciò che fa e dice; Buddy è il suo angelo custode, pragmatico quanto serve e l’unico in grado di tenere a bada l’esuberante amico. Quando capisce che fra Jack e Karen è scoccato qualcosa che probabilmente metterà tutti nei guai, l’ammonisce: “Cos’è, vuoi portarla a casa mia, e darti una ripulita? Così puoi uscire dal bagno, fresco di dopobarba, e lei ti fa: Ma guarda, ti avevo giudicato proprio male”.
E poi c’è Glenn Miller, ladro d’auto di lusso, spesso strafatto e comunque sempre stonato come una campana che non riesce a portare in un fondo un discorso sensato e perennemente con gli occhiali da sole, anche di notte. Come dimenticare la battuta di Jack al riguardo: “Se lo vedo con gli occhiali da sole, quel tipo, glieli schiaccio sotto i piedi. E forse senza neanche sfilarglieli dal naso”. Ecco credo che già questo basti a inquadrare lo stile dello scrittore.
Andando avanti con la storia ci sono passaggi ai quali si continua e pensare e ridere, come il disadattato Maurice Snoopy, ex compagno di galera di Foley, rintronato dai cazzotti che ha incassato mentre faceva il pugile, vendendo i propri incontri, che si mette in proprio come piccola macchina del crimine, decisamente esagerando, e soprattutto l’energumeno che gli fa da guardia del corpo, White Boy Bob che, tanto per dare l’idea, è il tipo che lascia il portafoglio nella casa che è andato a svaligiare: “Poi gli arriva in casa la polizia. – Scusa, Bob, hai mica perso questo? – White Boy gli fa – Oh, grazie -, senza pensare a dove poteva averlo perso.”

Ma tornando ai nostri amanti, sono come presi come in un vortice che li tira verso il centro e il loro rincorrersi per sfiorarsi sempre più da vicino ha un che d’inevitabilmente fatale e lo si intuisce da subito, eppure sempre con quella terribile domanda che aleggia sopra di loro: cosa succederà dopo?

E il momento fatale arriva, quando tutto il gruppo si trova con motivazioni diverse seppur connesse a Detroit per un colpo. Quella sera Karen è seduta al bar dell’hotel dove risiede, e già due di tre giovani rampanti hanno provato ad abbordarla offrendole da bere; ovviamente lei ha respinti, anche con una certa durezza, adeguata almeno alla loro inopportuna insistenza.

Ma mentre pensava a queste cose e si rilassava, riflesso nel vetro comparve un altro completo scuro, il terzo che ci provava anche lui. Karen aspettò. Dopo un po’ l’uomo disse:
– Posso offrirti da bere
Senza voltarsi capì subito chi era.

Se lo sentì nel profondo, visceralmente, come se le si fosse contratto qualcosa dentro, qualcosa che non voleva più mollare. Quel che aveva immaginato e fantasticato stava succedendo veramente e Karen temette che, se si fosse voltata, lui sarebbe sparito […] poi si voltò, alzò gli occhi e vide Jack Foley, con un bel vestito blu scuro, un po’ spettinato, ma in gran forma. Disse: – Sì, grazie -. Era fatta, niente di più facile.

Il loro incontro è caratterizzato da una fortissima tensione erotica, eppure delicatamente coinvolgente e la narrazione si svolge con consumata sapienza, con sottili ellissi che altro non fanno che solleticare la fantasia del lettore. Ci sono molte sequenze memorabili nel racconto di quella notte connotata di dolcezza e passione ma anche di tristezza e ineluttabilità. La rievocazione della fuga chiusi nel bagagliaio dell’auto è indimenticabile, con l’ammiccante parallelo al film I tre giorni del Condor. E poi i successivi, strampalati incontri secondo i rispettivi punti di vista. E infine il loro pensiero torna inevitabilmente al film:

“- Stavo cercando di farmi venire in mente… Faye Dunaway e Robert Redford si baciano…
Karen: – Lui la spoglia.
– E come fanno da lì ad arrivare a letto?

Foley la guardò mentre si alzava dal divano e gli tendeva la mano. Gli disse: – Dai, ti faccio vedere, – e lo portò in camera.”

Mi ha sempre particolarmente colpito l’idea che entrambi pensassero di usufruire di una bolla fatta di eccezioni di tutti i tipi che potevano preservarli dall’inevitabile ritorno alla realtà; ma quella notte purtroppo la bolla scoppiò. Scrive Leonard:

[Foley] Sentì che la sospensione era quasi finita, che l’arbitro stava per fischiare come fischiano le guardie in prigione per dirti di smettere di fare una cosa e di cominciare a farne un’altra. E Foley: – Senti, lo sapevamo dall’inizio che quando scadeva il tempo, finiva tutto. Te lo dico anche se ti amo con tutto il cuore, davvero -. [… Karen] lo baciò un’altra volta e, a voce tanto bassa che quasi lui non la sentì, gli disse: – Voglio sapere cosa succederà.
– Lo sai, – rispose Foley.”

Al mattino, quando Karen si svegliò, rimase a occhi chiusi, pensando che così potesse rimanere nel mondo di prima.

“A un certo punto si disse: – Per l’amor di Dio, smetti di fare la bambina.
E aprì gli occhi.”

Mi pare un buon modo per chiudere e lasciare in sospeso cosa accadrà nelle ultime cinquanta pagine.

Dal romanzo è stato tratto un film omonimo, con George Clooney e Jennifer Lopez; sono perfetti entrambi, Clooney, in particolare con un fascino indiscutibile e tutto suo, se la gioca veramente alla grande. La riproposizione cinematografica è fedelissima al testo e soprattutto ne sfrutta al meglio i brillantissimi dialoghi, il tutto sapientemente amalgamato della ineccepibile colonna sonora, in gran parte composta da David Holmes.
Io vi consiglio prima la lettura del romanzo, ma sono sicuro vi piacerà anche il film.

Saluti a tutti.

2 pensieri riguardo “Out of Sight, di Elmore Leonard

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