Recentemente ho letto il romanzo Hello America, tradotto in italiano anche con il titolo Ultime notizie dall’America, che James G. Ballard scrisse nel 1981 immaginando uno scenario futuro imminente, con il pianeta completamente trasformato dal cambiamento climatico.

Siamo nel 2114, sulla Terra e le pagine iniziali narrano l’ingresso di un battello nel porto di New York, dopo una pericolosa traversata atlantica. L’Apollo era salpato dall’Europa con la missione di condurre una investigazione scientifica in merito al periodico rilevamento nel Vecchio continente di inspiegabili picchi di radioattività atmosferica, probabilmente dovuti a polveri sollevate nella stratosfera in nord America, un continente che sarebbe dovuto essere completamente disabitato. In vista dei grattacieli di Manhattan, complice la sconsiderata (e sospetta) manovra comandata dal capitano, il viaggio si conclude con una grave falla chiglia della nave, andata a schiantarsi con una delle punte della corona della Statua della Libertà, sommersa e perduta a poca profondità nei fondali alla foce del fiume Hudson. 

New York, sotto il sole accecante, ha uno strano aspetto dorato, semisepolta com’è dalle sabbie desertiche soffiate dall’entroterra continentale, ormai completamente inaridito. “Lì c’è oro Wayne, polvere d’oro ovunque! Svegliati! Le strade in America sono asfaltate d’oro!” Anche allora, con lo scenario davanti agli occhi di un continente morto, tra rovine e desolazione, il mito dell’inesauribile ricchezza americana ancora sopravvive oltre ogni logica e si fonde, come in un sogno inebriante, con l’altro grande mito della storia americana: la corsa all’oro.

Tutto era iniziato con il progressivo impoverimento delle risorse energetiche, in particolare l’assottigliarsi delle riserve di greggio e degli altri combustibili fossili; eppure, nonostante questo, gli uomini avevano continuato a produrre macchine dai motori potenti ed esageratamente esosi. Poi la Terra presentò il conto: troppo tardi però si cominciò a cercare fonti alternative, o produrre macchine di piccola cilindrata e a maggiore efficienza; infine si rese necessario razionare le scorte. Il poco carburante rimasto fu sequestrato dalle forze armate, poi non ce ne fu più per nessuno. Questo era un problema globale ovviamente, ma gli Stati Uniti, vittime della loro stessa insensata politica fasciata di ottuso ottimismo, rimasero letteralmente a secco: le highways a dieci corsie si svuotarono, le centrali energetiche cessarono di produrre elettricità e di conseguenza le industrie e ogni altro genere di attività si fermarono, le caldaie e il riscaldamento domestico si spensero per sempre e così gli Stati Uniti d’America, rimasti al freddo e al buio, furono abbandonati. A quel punto, nel resto del mondo fu intrapreso un progetto faraonico per modificare il clima su scala globale. Lo Stretto di Bering fu bloccato in modo da alterare il flusso delle correnti oceaniche e il clima obbedì scrupolosamente: le calotte polari si fusero completamente e le fasce climatiche così com’erano conosciute si trasformarono a vantaggio di altre zone del mondo; più precisamente, le aree geografiche che fino ad allora erano rimaste ai margini della civiltà poiché caratterizzate da un clima proibitivo si trasformarono in paradisi le cui terre, mai sfruttate, si rivelarono fertili e produttive; al contrario, i luoghi tradizionalmente considerati la forza motrice del pianeta divennero lande inospitali e desolate.

L’ambientazione, a dir poco strepitosa, è il punto di forza del romanzo. Talvolta prevale un morso allo stomaco angosciante per lo spettrale susseguirsi di luoghi abbandonati, devastati, disanimati; il mondo ci appare sovvertito nei suoi equilibri naturali, nella sua logica, e si fa fatica a metabolizzare che è esattamente quello che è accaduto: gli ultimi uomini hanno sconvolto ciò che rimaneva di un pianeta agonizzante, spremendo e dirottando le ultime risorse disponibili. La desertificazione è l’aspetto più annichilente perché davanti al deserto ci si sente completamente impotenti e impreparati: le sabbie, spinte da furiosi venti di tempesta, hanno valicato la catena degli Appalachi e adesso le dune si muovono lungo le strade di New York e hanno raggiunto l’Oceano Atlantico. Partendo da lì, i nostri viaggiatori arrancano all’interno di un mondo riarso da sole e salsedine e punteggiato ancora dalle testimonianze decrepite di uno stile di vita distante ormai anni luce; proseguendo verso ovest, alla ricerca di “nativi americani” dei quali raccolgono prove certe, incontrano sempre meno occasioni per ricaricare bottiglie, taniche e borracce con la poca acqua putrida che ancora ristagna in qualche anfratto.

Senza scoprire troppo della trama, nonostante le indicibili difficoltà e non senza perdite, la spedizione arriverà in un nuovo Far West dall’aspetto decisamente insolito: abituati a immaginarlo con cespugli rotolanti, erba ingiallita, sole cocente, deserti sassosi e montagne corrose, si troveranno di fronte a una natura traboccante di vita. Lo spostamento del baricentro climatico ha reso la California una regione tropicale, battuta da piogge monsoniche e ricoperta di una lussureggiante foresta pluviale nella quale vive ogni sorta di animali esotici, alcuni dei quali evidentemente eredi dei primi fuggiaschi dallo zoo di San Diego.

Su questo scenario decisamente avvincente inizia quindi l’avventura dei nostri nuovi pionieri, che con pochi mezzi e molto spirito d’avventura si allontanano sempre più dalla Costa orientale, percorrendo le arterie ormai svuotate di un organismo morto e sepolto. 


Ovviamente sarò sincero. A me Ballard piace molto, per tanti motivi, soprattutto per la sua capacità cogliere le più scottanti sfumature nei comportamenti dei suoi personaggi a partire dai quali costruisce tipi che effettivamente diventano emblematici e veritieri testimoni del nostro tempo e della società in cui noi e loro siamo calati. Ma che dire di questo romanzo?

Fin qua parrebbe tutto eccezionalmente accattivante. Be’… non proprio tutto. A mio modo di vedere, il romanzo inizia a scricchiolare assai presto, ovvero quando arriva il momento di dare spessore ai protagonisti: mi pare che nessuno di loro decolli mai veramente (giocando con le parole e i doppi sensi che chi ha letto o leggerà il romanzo comprenderà; non solo: in una veramente incredibile Las Vegas, attorniata da foreste rigogliose anziché dal rovente deserto del Nevada, la storia prende una poco convincente deriva, seguendo un plot che mi ha lasciato molto perplesso.

Parte della critica, al momento dell’uscita, sottolineò il profondo pessimismo del romanzo e lo interpretò come una rigida presa di distanze dell’autore dal mito del Sogno americano, che decennio dopo decennio si era andato ripiegando su vacui ideali di consumismo e sregolatezza; lo lesse solo come la fatale resa dei conti al termine di una condotta di vita spendacciona e disordinata. Ballard, al contrario, difese con energia la sua opera, sottolineando, al contrario, come i suoi protagonisti impersonassero la rinascita del più puro Sogno americano delle origini, fatto di spirito di abnegazione, determinazione e infaticabile ingegno. 

In conclusione rimane uno strano romanzo, veramente strano, nel quale si miscelano più tematiche, forse troppo distanti per poter funzionare bene assieme. Mi ha lasciato la sgradevole sensazione che in ogni capitolo ci fosse un dettaglio storto e fuori posto, che al di là di ogni possibile patto col lettore rimanesse in ogni caso sconnesso. Forse è l’elemento rocambolesco o troppo artificioso che talvolta tende a prendere il sopravvento, forse proprio nella trama con qualche buco di troppo… non lo so.

La sfacciata indifferenza nei confronti dell’imminente catastrofe ecologica mi ha molto colpito, così come lo sciacallaggio planetario dei superstiti. La disputa delle spoglie della Terra ferisce ma soprattutto alla fine non si capisce chi davvero vinca.

I finali aperti sono sempre inquietanti e questo lo è particolarmente, letto in un’epoca, la nostra, nella quale la pressione sulle risorse del pianeta ha raggiunto vertici non più sostenibili, un’epoca nella quale si percepisce come non mai la necessità di un cambiamento immediato che invece tarda ad arrivare. 

P.S. Se non l’avete fatto, sempre di J. G. Ballard, leggete Mondo sommerso

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