Arthur Charles Clarke (1917-2008) è giustamente uno dei più celebrati e amati autori di fantascienza; tra i suoi innumerevoli capolavori cito soltanto (a titolo del tutto personale, così come si affacciano alla mente) 2001. Odissea nello Spazio, il ciclo di Rama, Le sabbie di Marte, Le guide al tramonto (indimenticabile) e il suggestivo Le fontane del Paradiso. A questi va aggiunta una nutrita serie di racconti molti dei quali perle di rara bellezza e genialità. Una scrittura piana e scorrevole, talvolta ricercata ed elegante quanto corsiva e spiccia, si adatta perfettamente a ogni tematica; e il coinvolgimento che richiede l’autore può essere veramente impegnativo per le profondissime implicazioni che quasi sempre emergono dalla trama dei suoi lavori.

Ho letto molto di lui ma niente mi ha impressionato più del racconto The Star – La stella, pubblicato nel lontano 1955 e insignito l’anno dopo con il Premio Hugo. In Italia fu pubblicato anche col bizzarro titolo Un gesuita nella stella; di non facile reperimento è stato infine ripubblicato col titolo originario nel n. 199 di “Urania”, nel terzo volume di quattro che costituiscono la raccolta completa dei racconti di Clarke Terra e spazio.

Attenzione: da qui in avanti si incontreranno alcune piccole (ma significative) anticipazioni sulla trama.

Il Vaticano è a trecentomila anni luce. Una volta credevo che lo spazio non avesse alcun potere contro la fede, come anche che i cieli proclamassero la gloria dell’opera del Signore. Ora ho visto quest’opera, e la mia fede è profondamente scossa

Il racconto inizia quindi in media res, ovvero con l’intreccio narrativo già avviato: ci troviamo a bordo di un’astronave interstellare di ritorno dalla Nebulosa della Fenice, la meta più distante mai raggiunta da un equipaggio umano e questa che avete appena letto è l’intima confessione del protagonista, un astrofisico e gesuita, partito con l’equipaggio. Alla luce dei fatti che sono stati scoperti dalla missione la scelta di quella nebulosa, con quel nome, appare quantomeno grottesca e di pessimo gusto ma la natura, lo sappiamo, ha un perverso senso dell’umorismo. La nave era partita allo scopo di raggiungere e analizzare i resti di un “cataclisma cosmico”, ovvero l’esplosione di una supernova e capirne i meccanismi. Nella cabina del protagonista ci sono un crocifisso, un’acquaforte che ritrae Sant’Ignazio di Loyola, il fondatore dei Gesuiti, e un computer Mark VI, al cui interno sono memorizzati i dati raccolti dalla missione. Ma i primi due simboli sono muti e impotenti di fronte alla devastante verità svelata al raggiungimento della meta e il computer diverrà l’unico, spassionato custode della verità. Il protagonista, nuovo Re Mago, si mette in viaggio seguendo la luce della stella, in cerca di risposte, perché vuole comprendere; viaggia suffragato dalla scienza e dalla tecnologia e proprio questi sembrano essere i doni che reca con sé. Oro, incenso e mirra significavano, regalità, divinità ed eternità, ma in fin dei conti, davanti a un Dio fatto carne, cosa meglio di scienza e tecnologia avrebbero potuto simboleggiare l’intelligenza, ovvero il maggiore fra i dono che Dio stesso ha voluto elargire? Ma il gesuita, raggiunta la destinazione, troverà che l’esplosione della stella non ha semplicemente annientato la materia all’interno di un volume di miliardi di chilometri, purtroppo ha portato con sé un’intera civiltà, in un modo doloroso che ferisce intimamente, riducendo tutti noi in pericolo sull’orlo dell’abisso.

Gli interrogativi che il racconto spalanca sono terribili come fauci di mostri implacabili. Colpa, giustizia, casualità, fatalità? Chi o cosa sceglie chi sopravvive e chi perisce? Qual è il valore reale della vita su una scala cosmica? Clarke ci svuota a poco a poco di ogni fondamento perché nel momento in cui la nostra conoscenza raggiunge vertici e distanze mai toccati precedentemente la caduta può essere rovinosa: sono limiti scientifici e tecnologici, etici e morali, oltre che ovviamente i nostri e non meno stringenti baluardi spirituali. Del resto questa è la stessa natura, è la condizione in cui l’uomo si è evoluto, perno logico del romanzo 2001. Odissea nello spazio: ogni nuova scoperta conduce al perpetuo scontro con il nostro senso nitido del dovere e le più sfumate soglie del fattibile.

Il religioso protagonista gesuita si confronta con questi limiti, cerca di immaginare lo scenario che dovrà affrontare al momento in cui i dati della missione saranno resi pubblici ma soprattutto deve fare i conti con se stesso, o meglio, col nuovo sé uscito prepotentemente da quella missione. Il crocifisso e l’immagine del fondatore appaiono dunque muti di fronte all’implacabile verità sentenziata dal computer ed è interessante osservare come ancora una volta siano le macchine ad arrivare, senza passioni né pregiudizi, laddove l’uomo non potrebbe nemmeno concepire, è interessante soprattutto nell’ottica dello sviluppo della poetica di Clarke, che nel 1968, nel romanzo 2001. Odissea nello Spazio metteva duramente in crisi e in antagonismo il rapporto fra uomo-macchina-conoscenza, portandolo al limite di rottura. In realtà, risalendo indietro fino addirittura nel 1948, l’autore fremeva in tal senso mentre lavorava al racconto La sentinella, gettando le basi del futuro 2001, focalizzando la sua riflessione proprio sul concetto di limite invalicabile, quale ne sia la natura. Certamente, tutto è relativo e in un’ottica di progresso i confini di oggi saranno infranti domani ma è proprio su questo che agisce La stella, ovvero scardinando in primis il rapporto fra presente, futuro e passato. Noi custodiamo valori che riteniamo assoluti perché l’uomo ne ha bisogno: anche cercando d’ingannarsi del contrario, dentro di sé sarà sempre cosciente della propria finitezza eppure vorrà sempre gettare un sasso un pochino più in là, perché questo gli darà fiducia in sé e nel proprio futuro. Le macchine non hanno questo prurito né alcuna fame esistenziale, eseguono senza flessioni il loro compito e dal connubio potremmo ragionevolmente attenderci qualcosa di buono eppure anche nel rapporto fra noi e loro rimarrà sempre un alone ombroso e ambiguo, e per comprendere questa verità non c’è bisogno di scomodare il maestro Isaac Asimov, basta leggere la Storia degli ultimi tre secoli.

Concludendo, La stella è un racconto perturbante, che non si dimentica facilmente, che lascia l’amaro in bocca, che arriva forse a provocarci un tuffo al cuore, come quando ci si aspetta uno scalino che non c’è o, viceversa, ne subiamo il duro contraccolpo inciampandovi. Clarke ha voluto minare le basi della nostra natura umana: qua non c’entrano computer tanto umani da sviluppare psicosi deliranti e rivoltarsi contro i propri creatori, non ci sono guerre galattiche né forze fantascientifiche. Qua siamo soltanto noi: soli, impauriti, bisognosi di certezze, arroganti nel tentativo di camuffare le nostre debolezze e le nostre inevitabili fragilità. Siamo noi uomini, buoni e cattivi, sospesi sul vuoto cosmico, aggrappati alla trina delicata della nostra fugace esistenza, alla ricerca della luce di una stella che ci faccia da guida.

Il racconto evangelico dell’Epifania si conclude con i Re Magi che, avvisati dall’angelo delle malvagie intenzioni di Erode, torneranno a casa per un’altra strada, evitando la crudeltà degli uomini, con la certezza nel cuore d’aver compiuto la scelta giusta. Il viaggio di ritorno dell’astronave invece sarà il medesimo dell’andata perché nessuna deviazione potrà scongiurare l’inevitabile e l’enormità della scoperta esulerà i concetti stessi di bene e di male, rimanendo al di là della nostra portata.

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2 pensieri riguardo “Arthur C. Clarke, La stella

  1. “.. provocarci un tuffo al cuore, come quando ci si aspetta uno scalino che non c’è..” grazie Nicola per questa riflessione e averci segnalato il breve racconto di Clarke, ha scosso anche me

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