Come molti sapranno, fra il 1347 e il 1351 l’intera Europa fu devastata dalla Peste nera, una catastrofica epidemia di peste bubbonica che flagellò un terzo della popolazione del continente, almeno secondo la stima più accreditata. Da tenere presente che molti focolai furono particolarmente distruttivi, come Siena, San Gimignano, Firenze, per citare i più importanti, dove la percentuale di mortalità salì alla metà e oltre dei cittadini.

Il batterio della peste arrivò via mare a Messina ai primi di ottobre del 1347 e prima della fine dell’anno l’intera isola era appestata. La nave che aveva portato l’infezione era stata respinta cosicché, risalendo il Tirreno, continuò a spargere morte per un altro mese, finendo la sua tragica navigazione a Marsiglia.
Già nei primi mesi del 1348 sappiamo che Pisa e Lucca erano appestate e nel frattempo Pistoia si era messa in autoquarantena, chiudendo le mura a qualsiasi forestiero e qualsiasi merce proveniente dalle città infette. Fu tutto inutile: a Pistoia e poi Firenze e dal nordest Venezia e poi nell’entroterra padano e poi su, di là dalle Alpi, in Germania, in Francia, in Inghilterra e in Scandinavia la Morte lavorò ininterrottamente e senza risparmio.
Le Istituzioni sapevano tutto perché le notizie viaggiavano più veloci della malattia e si erano preparate, coi mezzi del tempo, ovvero nessuno di reale efficacia, anche se molti medici si erano avvicinati, più o meno inconsapevolmente, a capire di cosa si trattasse, almeno per opporsi alla terribile sintomatologia.

Particolare della fossa comune di 48 vittime della Peste nera del 1348. Inghilterra, Contea del Lincolnshire

L’introduzione di Giovanni Boccaccio al Decameron è una delle testimonianze più attendibili, lucide e terribilmente efficaci di quegli eventi, raccontandoci come la popolosa e ricca Firenze dovette soccombere all’invisibile nemico.
All’iniziale sottovalutazione del fenomeno seguì, la tardiva proibizione di assembramenti, la velocizzazione dei riti funebri e poi fu il panico e il crollo della società, icasticamente riassunto nella frase: “E in tanta afflizione”, descrive Boccaccio, “e miseria della nostra città era la reverenda autorità delle leggi, così divine come umane, quasi caduta e dissoluta tutta per li ministri e esecutori di quelle, li quali, sì come gli altri uomini, erano tutti o morti o infermi o sì di famigli rimasi stremi, che uficio alcuno non potean fare; per la qual cosa era a ciascun licito quanto a grado gli era d’adoperare”.

Adesso che anche noi abbiamo in casa il nuovo coronavirus (e non ho mai avuto il dubbio che accadesse, mi sono anzi sorpreso che ci abbia messo tanto ad arrivare), sono curioso di osservare quelle che saranno le reazioni delle persone e dell’opinione pubblica. Personalmente concordo con i drastici provvedimenti adottati in Italia, ci mancherebbe, ma vorrei però che mi aiutaste a capire perché fino a un mese fa o forse anche meno, si leggeva e si sentivano gli esperti che raccomandavano sangue freddo e prudenza, che era in fin dei conti una infezione con tassi di pericolosità come quelli dell’influenza comune, o addirittura minori e queste osservazioni mi parevano (e mi paiono tutt’oggi) giuste e logiche (per quanto possa saperne io, che non sono un medico). Mi chiedo però come si fa a chiedere al comune cittadino di mantenere calma e razionalità quando dalle Istituzioni e dalle autorità competenti giungono segnali così contrastanti? Dov’è la verità? Comportamenti irrazionali e virate improvvise generano sospetto, insicurezza e risposte altrettanto irrazionali.
Il cittadino che vede il virus utilizzato come arma contro il nemico politico (e non combattuto come nemico comune) come può capire e fidarsi delle istituzioni? Ma del resto, il khan Ganī Bek dal 1346 assediava senza successo la colonia genovese di Caffa, l’attuale Feodosia, sul Mar Nero; non riuscendo a vincerne le difese, l’anno dopo lanciò con i trabocchi i cadaveri di suoi soldati appestati addosso ai nemici dentro le mura. Tutto cominciò così. La Storia è stupenda!

Per concludere, mi domando se i cittadini dimostreranno più buonsenso di chi sparge allarmismi. E se hanno ragione gli altri… se non l’avete ancora fatto, leggete il Decameron di Giovanni Boccaccio, saltando l’introduzione.

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