Per quanto possa risalire indietro con la memoria, alla domanda “Cosa vorrai fare da grande?” ho sempre risposto senza esitazione: “L’archeologo”. E per dare un’idea di quanto riavvolgere il nastro, mi rivedo al mare che gioco con le formine (non credo quindi di essere stato molto ‘grande’) e il gioco consisteva nel creare le formine con la sabbia umida, seppellirle con la sabbia asciutta e poi con la palettina della granita andare a riscoprirle con la massima cura e attenzione. Naturalmente con gli anni abbandonai le formine ma nuove sfide mi attendevano (anche in tempi molto recenti): la costruzione del tempio di Ramses II ad Abu Simbel, oppure delle facciate rupestri di Petra (perché nel frattempo i miei genitori iniziarono la raccolta a fascicoli della Storia universale dell’Arte, nonché de Le grandi avventure dell’Archeologia e quindi le mie conoscenze crebbero enormemente. Giacché siamo tra parentesi, ricordo anche con quanto sconcerto e disperazione vidi sull’Atlante la distanza fra Lucca e Petra, o Palmira, per non parlare dei luoghi delle civiltà precolombiane (parentesi nella parentesi: una mia passione segreta): Non ci arriverò mai! fu l’ovvia conclusione. James Bond non mi aveva ancora suggerito “mai dire mai”. Chiusa anche la seconda parentesi), oppure alla ricostruzione del complesso funerario di Giza (naturalmente con le piramidi maggiori, minori, la Sfinge; tutto come si deve e tutto pure perfettamente orientato). Ricordo che costruire castelli di sabbia per me era un esercizio di riproduzione, motivo per cui i castelli dovevano quantomeno essere plausibili, realistici, se non addirittura fedeli rappresentazioni (o molto ispirati a…). In altre parole, non mettetemi davanti il castello quadrato con quattro torri angolari e una al centro (anche se ne esistono fatti così).

Tornando un passo indietro e ripescando nel pozzo dei ricordi, ho ancora in mente diversi disegni delle elementari: facciate non troppo inventate di palazzi minoici, templi greci, teatri e anfiteatri (che erano particolarmente insidiosi da disegnare per il loro profilo curvo). All’epoca ovviamente disegnavo i templi così come li vedevo, sicché ho ancora ben in mente come mi sentii stupido quando capii che quelli che avevo rappresentato erano i ruderi e non l’architettura vera e propria; anche se avevo sì e no una decina d’anni, mi sembrava terribilmente tardi per rimediare a quei disegni così clamorosamente sbagliati.

Come ho già scritto, fra i memorabilia regalati dai miei genitori, per anni fu primatista assoluto e poi comunque sul podio il volume Lucca romana, di Paolo Mencacci e Michelangelo Zecchini: enorme, indimenticabile, aperto mille volte, sfogliato, poi studiato come il più prezioso dei codici manoscritti; e sempre per l’attenzione dei miei genitori visitai Populonia, e poi Tarquinia, Vulci, Cerveteri, Roma.

Grazie all’interessamento e alla presentazione della Maestra delle elementari avevo potuto iscrivermi ad una scuola media a indirizzo artistico e quello fu un bel colpo: trovai ottimi insegnanti che seppero incoraggiarmi e assecondarono la mia passione. Ah… stavo per dimenticare: durante il terzo anno delle medie fu riattivato il forno per la ceramica: quale occasione migliore per replicare le urne a capanna cinerarie etrusco-laziali? E poi, lo scandalo: poiché non potevamo utilizzare i colori e le vernici, i nostri pezzi venivano dipinti dagli studenti più grandi del Liceo artistico di cui noi eravamo una succursale; insomma, la mia urna cineraria arrivò dipinta di celeste metallizzato! Ricordo che andai a protestare dall’insegnante e lui la rimandò indietro. Tornò ridipinta di nero ma di nuovo metallizzata e dovetti accontentarmi.

Alle superiori l’orizzonte si allargò d’improvviso e il mondo anziché da una finestrella mi si mostrò da un balcone. Già da tempo studiavo musica e questo era stato un notevole balzo in avanti nei confronti della… sensibilità. Ma fu il fatale, non uso altri termini, fu il fatale incontro con il mio insegnante di Letteratura italiana a determinare il corso degli eventi. In un rapporto personalissimo con lui scambiavo opinioni e interpretazioni (quanta pazienza avrà avuto?), mi faceva sentire grande, competente (mi pare impossibile!) e partecipe dei segreti che mi si spalancavano d’innanzi a ogni sua parola. Tra le grandi tappe ci fu ovviamente la conoscenza della Divina commedia, che in verità avevo già sfogliato a casa da piccolo, senza mai leggere il testo ma osservando con attenzione le numerose e anche spaventosette (forse mi piacevano per quello) illustrazioni antiche di cui era corredata quell’edizione. Rimasi fulminato dalla lettura del canto XIII e del XXXIII dell’Inferno, e poi dal canto V del Purgatorio e dall’XI del Paradiso. Ma la scoperta della letteratura e in particolare della poesia del primo Novecento fu un’autentica apocalisse (in senso etimologico).
Chi frequenta queste pagine potrà facilmente immaginare che l’incontro con l’opera di Giuseppe Ungaretti fu un terremoto. Quante chiacchierate con il mio insegnante! Ho provato diverse volte a immaginare come dovessimo apparire da fuori: lui alto e molto maturo, io un ragazzino normalissimo, col mio decisamente fuori luogo libriccino color tortora de L’Allegria di Ungaretti sempre in mano a spiegargli la mia interpretazione.

Rimasi affascinato dal potere della parola, dalla scoperta di quanto dietro un vocabolo, un suono, una visione si celassero infiniti mondi. La parola… giungere all’inequivocabile conclusione che nelle poesie di Ungaretti non potevo trovare alcun sinonimo altrettanto efficace; la parola… unica, perfetta, insostituibile… la sua forza brutale: Un’intera nottata buttato… L’archeologia cominciò a vacillare.

In realtà avevo sempre letto moltissimo, ma non mi ero mai soffermato sulla parola in sé, avevo sempre badato soltanto al suo aspetto funzionale e trasmissivo, non avevo mai riflettuto che con la parola si potesse creare l’arte, o almeno non l’avevo mai percepito realmente. Ricordo che mio cugino una volta mi chiese cosa avessi voluto in regalo, forse era per la mia Cresima. Lui giustamente, studente di Liceo (io ero ancora alle medie), avrebbe voluto regalarmi un romanzo e io: “Un libro sì, ma non un romanzo”. Il compromesso fu facile da trovare: C. W. Ceram, Civiltà sepolte. Il romanzo dell’archeologia.

L’incontro con Calvino fu l’altro grande giro di boa ma la spallata definitiva, a proposito del potere della parola, arrivò con Elio Vittorini: Conversazione in Sicilia, poi Il garofano rosso e infine Uomini e no; da lì fu tutto in discesa. In realtà, è stata dura staccarmi dall’archeologia ed è rimasta nei paraggi fino all’ultimo. All’Università, Facoltà di Lettere, infine prevalse la Storia, alla quale tuttavia mi sono sempre considerato un po’ “in prestito”, la Storia medievale, in particolare, che avevo sempre sentita particolarmente vicina, giacché indubbiamente ero cresciuto un po’ a pane e castelli.

In fondo a questo sbrindellato racconto, qual è il prodotto finito? Intanto non è detto che lo sia. Ad ogni modo, adesso che insegnare la Letteratura è la mia professione, se così la vogliamo definire, in fondo in fondo mi vedo ancora come un archeologo: scavo nelle parole anziché nella terra perché queste mi restituiscano una verità e una testimonianza nascosta al loro interno; e sono anche uno storico, perché le parole sono sempre calate nel tempo, anche quando sembrano travaricarlo. Studiando di prima mano la Storia ho imparato a collocare i fatti e dare loro un significato, quando mi è stato possibile, in quel preciso contesto; i fatti!
Probabilmente è per questi motivi, per questa formazione che raccomando sempre ai miei studenti e studentesse: quando leggete una poesia, vedetela, immaginatevi lì, lasciate che racconti dentro di voi una storia; sarà la poesia stessa a trovare il modo che vi è più congeniale, immagine dopo immagine. Voi dovete solo lasciare che le parole prendano forma.

Questo è per me la letteratura: scoprire uno spazio vuoto dentro di me e attendere che le parole lo riempiano di bellezza e lo plasmino. Leggere e confrontarsi con la poesia è come poggiare i piedi da un sasso al successivo per attraversare un corso d’acqua rimanendo all’asciutto; è il terreno solido sotto di me.
Ma soprattutto, in fin dei conti, è capire che qualsiasi strada intraprendiamo, fuori e dentro di noi, qualcuno è già passato da lì, ha osservato gli stessi dettagli, ha provato gli stessi nostri sentimenti dando loro un nome, tentando di comprenderli e spiegarli. E ci ha lasciato scritto come andare avanti, scegliendo i sassi giusti.

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5 pensieri riguardo “Volevo fare l’archeologo

  1. Nicola complimenti!!!! La tua passione, amore per la letteratura e l’insegnamento, è palpabile. E’ bello sentire l’antusiasmo che accompagna le tue parole. Fortunati i tuoi allievi, ai quali saprai trasmettere l’amore incodizionato per la storia, la letteratura!!! In quanto all’archeologia, era anche il mio sogno da bambina…. adoravo le piramidi e tutto il contorno….ah, se si fosse avverato quel sogno!!!!! 🙂

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    1. Ti ringrazio: come sempre sei troppo buona. Ti dirò che da studente, durante l’Università, ho partecipato a qualche scavo vero, essenzialmente archeologia medievale dentro castelli e chiese (metodologicamente non cambia molto). Be’, sì, è affascinante e appassionante e, ti dirò, anche fisicamente molto faticoso. È assai diverso da come credo lo si immagini comunemente da fuori. La prossima vita, va bene?

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