Il percorso poetico di Giuseppe Ungaretti, pur nelle molteplici sfaccettature che l’hanno caratterizzato, può essere letto anche come una costante oscillazione tra la percezione incombente del limite (la carne, la trincea, il peccato) e il suo ribaltamento e proiezione verso l’illimitato (l’Universo, l’infinito, Dio). Questa dialettica trova il più delle volte il suo punto di massima sintesi e contatto nel paesaggio notturno, che per il poeta non è mai semplice sfondo circostanziale, ma spazio privilegiato di rivelazione. Tuttavia, pur evocandolo spessissimo, l’Universo non è mai propriamente spazio fisico; in altre parole, Ungaretti sembra completamente estraneo e disinteressato alle scoperte scientifiche che si andavano conseguendo proprio a inizio secolo sulle meccaniche celesti e, di riflesso, alle dinamiche esistenziali che le nuove acquisizioni implicavano, puntando piuttosto a una dimensione sacrale e intima.
L’Allegria, ovvero l’Universo come tensione tra materia e sopravvivenza
Nella prima raccolta L’Allegria, l’Universo è quasi dilaniato all’interno di una continua esigenza imprescindibile, quasi violenta: la corsa verso la vita. In un contesto di guerra dove lo spazio fisico è compresso nel fango della trincea, l’esperienza quotidiana ridotta alla staticità delle azioni di un corpo drammaticamente fragile e permanentemente in bilico tra vita e morte, l’Universo rappresenta l’unica via di fuga. E il poeta non tralascia alcuna occasione per assaporarla.
Nella poesia La notte bella (Devetachi, 24 agosto 1916), Ungaretti prepara con misurata gradualità l’immagine di una notte cristallina, agognato punto d’uscita dopo aver espresso una soffocante cappa di immobilità assoluta: “sono stato \ uno stagno di buio”; poi il firmamento solleva e getta via tale sordida coltre, mostrandosi al poeta, e lui, rivitalizzato non esita a scrivere: “Ora mordo \ come un bambino la mammella \ dello spazio”. L’Universo è dunque nutrimento e un sentiero grazie al quale il poeta-soldato spera di trovare un riconoscimento e un’appartenenza (torneremo fra brevissimo su questo aspetto). Contestualmente, la materna protezione del cosmo, pur nella sua apparente lontananza, risulta parimenti vitale. L’infinito che inevitabilmente ricade su lui e su noi lettori non è né lo stordimento dell’ineffabile, né un mediato concetto filosofico da esprimere, è piuttosto un sentimento del quale inebriarsi, nel momento stesso in cui si manifesta: “ora sono ubriaco \ d’universo”, conclude la poesia.
Ma solo dieci giorni prima, il 6 agosto, la situazione era completamente differente: Ungaretti, nella zona di guerra del Valloncello dell’Albero isolato, scrive il capolavoro I fiumi (vedi I fiumi, di Giuseppe Ungaretti) nel quale, diversamente da La notte bella che esordiva con un immaginario canto, il poeta racconta di se stesso, aggrappato a “un albero mutilato” e in bilico sul declivio di una dolina. In quella precarissima condizione riflette sulla giornata trascorsa, iniziata nella luce e nella freschezza di un bagno nell’Isonzo e poi evidentemente precipitata sull’orlo dell’abisso, un repentino rovesciamento di situazione terribilmente frequente in un contesto di guerra. Lì, tenendosi a quel moncone di albero, rievoca le epoche trascorse della sua vita, ma soprattutto cerca di dare un senso alla sua intera esistenza. Certamente l’esperienza della guerra è un setaccio formidabile per l’uomo: non si tratta soltanto di una meditazione astratta ma piuttosto il disperato tentativo di mantenere passo dopo passo il proprio equilibrio mentale: “Ho tirato su \ le mie quattr’ossa \ e me ne sono andato \ come un acrobata \ sull’acqua”; l’alternativa è scivolare giù, nel fondo della dolina, metafora dell’abisso della guerra stessa.
Ungaretti ha urgente bisogno di sapere cosa sta facendo, e perché lo fa; ha bisogno di conoscere che la sua esistenza non è un frammento schizzato via senza controllo e sperduto, irrimediabilmente separato da ciò da cui ha avuto origine; ha bisogno che l’Isonzo che rappresenta il presente, lo levighi “come un suo sasso”, mondi ogni sua sporcizia, attenui ogni asperità perché egli possa riconoscersi infine nient’altro che “una docile fibra \ dell’universo”.
Questa, è indubbiamente la chiave di lettura primaria dell’intera poetica del giovane Ungaretti, nella quale l’Universo rappresenta la totalità delle cose; è il luogo, reale o metafisico, nel quale tutto trovare la propria giusta collocazione; è il luogo, reale o metafisico, nel quale spera di scoprire che anche la sua apparentemente misera e insignificante presenza trova una ragion d’essere, al netto delle illusioni umane. Riprendendo una prepotente eco dantesca, l’Universo è per Ungaretti espressione diretta e ovvia della Creazione e le sue perfette meccaniche celesti non possono che essere armonia. La successiva strofa quindi, nella quale scrive: “Il mio supplizio \ è quando \ non mi credo \ in armonia”, va intesa quindi come la logica prosecuzione e conclusione di questa proiezione divina, per quanto inespressa.
Alla luce di tutto ciò, ancora un paio di passaggi sono necessari per comprendere a fondo la potenza dell’immaginario ungarettiano.
Innanzitutto cosa significa essere in armonia? Domanda con infinite risposte d’uscita, o nessuna, ma rispetto all’argomento di questo approfondimento significa una completa temporanea perdita di identità a vantaggio di una perfetta simbiosi con l’Universo stesso. Sentirsi pietra tra le pietre del greto dell’Isonzo della poesia I fiumi, massaggiato dalla corrente, significa la sbornia insaziabile di percezioni di La notte bella, “Ora sono ubriaco \ d’universo”, immagine bellissima e di penetrante e polposa veracità, che peraltro rende perfettamente lo sperequato rapporto tra singolo e Universo.
Non va dimenticato però che il poeta-soldato de L’Allegria è anche diviso tra sentimenti antitetici e inconciliabili: da un lato ha bisogno di sentirsi vivo e presente con tutto se stesso, per non impazzire, per non cedere del tutto alla follia della guerra; deve sentire tangibile “questa pietra”, la sua rugosità, il suo freddo contatto, purché sia; deve percepire e imporre in un certo senso il suo essere. Dall’altro desidera annullarsi, confondersi nel magma iridescente della vita. Ci è arrivato gradualmente: dopo il primo anno guerra infatti, specialmente sotto il periodo di Natale del ’16, manifestava solo il desiderio di isolarsi da tutto e da tutti, rimanendo nel suo proprio cantuccio: questo è quanto scriveva da Napoli dove si trovava in licenza il 26 dicembre: “Non ho voglia \ di tuffarmi \ in un gomitolo di strade”, poesia dalla quale emergeva tra l’altro un’apparente resa nei confronti della vita, come se la guerra l’avesse prosciugato di ogni energia vitale ed egli, potesse ormai sostentarsi solo col calore domestico del focolare acceso.
Superata questa fase, Ungaretti lotterà, annasperà con tutto se stesso per trovare la propria collocazione, pur conseguendo tanto ulteriori ferite e sconfitte quanto nuove strabilianti vittorie. Impossibile dimenticare, infatti, da poco rientrato al fronte, l’incredibile giornata del 16 gennaio 1917, quando scrisse due tra le sue più formidabili poesie: l’agghiacciante e disperata Solitudine, nella quale ci si sente inesorabilmente soverchiati da un cielo cupo, sordo e ottundente, e poi, a poche ore di distanza, Mattina ovvero forse la più enigmatica, solare ed esplosiva poesia mai scritta, trionfo di luce, appagamento e infinità.
Come scritto in apertura, l’Universo con la sua magia taumaturgica era sempre rimasto relegato ai frammenti notturni della giornata; il sopraggiungere della luce segnava invariabilmente l’inizio delle operazioni militari, ristabiliva forme e confini; ribaltando istintività ataviche, il sorgere del sole portava con sé la morte, il suo tramontare almeno la possibilità di trascorrere alcune ore di tregua nelle quali poter navigare e naufragare dolcemente con la fantasia. Mattina sbaraglia tutto questo, stabilendo una prospettiva nuova, ancorché isolata: l’esperienza si fa totalizzante, una folgorazione che azzera il tempo e lo spazio fisico, rendendo il momento perenne.
È stata indubbiamente un’esperienza unica e irripetibile, ma in quell’istante si è condensato probabilmente il tutto e quella meravigliosa armonia tanto agognata. Cosa non daremmo per provarla?
Dopo la Guerra: il Sentimento del Tempo
Terminata la Guerra, con il trasferimento di Ungaretti a Roma e la stesura del Sentimento del Tempo, la percezione dell’Universo cambia profondamente. Alla precarietà e all’urgenza del soldato subentra la riflessione dell’uomo maturo di fronte alla storia e al sacro; la sua vita si stabilizza, la prospettiva si allunga e un nuovo scenario si presenta. L’Universo non è più il cielo stellato del Carso, ma i nuovi orizzonti ungarettiani traboccano di esuberanti architetture barocche, complesse e cariche di echi letterari.
In questa fase, la solitudine e l’intimità dell’Universo del periodo precedente si popola di figure immateriali. L’infinito comincia a coincidere con la ricerca di Dio, dando forma più direzionata alle fugaci e disorientanti folgorazioni carsiche e l’Universo diventa il “focolare” in cui brucia l’anima umana, tesa tra la consapevolezza della propria finitudine e il desiderio di un eterno che sia finalmente libero dal dolore della storia.
La vità, liberatasi dal giogo di precarietà gettatole addosso dalla guerra, percepisce una nuova dimensione del tempo, e vi riflette sopra. L’irresistibile richiamo e attrazione verso i misteri dell’infinito ridefinisce e riscopre la dimensione del sacro. Il bisogno di sentirsi in armonia è lo stesso, il bisogno di purificazione è lo stesso di quella mattina sulla riva dell’Isonzo ma la strada da percorrere è del tutto rinnovata e sarà espressa con mai prima nella poesia La madre:
E il cuore quando d’un ultimo battito avrà fatto cadere il muro d’ombra per condurmi, Madre, sino al Signore, come una volta mi darai la mano. In ginocchio, decisa, sarai una statua davanti all’eterno, come già ti vedeva quando eri ancora in vita. Alzerai tremante le vecchie braccia, come quando spirasti dicendo: Mio Dio, eccomi. E solo quando m’avrà perdonato, ti verrà desiderio di guardarmi. Ricorderai d’avermi atteso tanto, e avrai negli occhi un rapido sospiro.
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