vedi anche: Percy Harrison Fawcett e l’instancabile ricerca della città di “Z” (prima parte)

La prima fase della ricerca archeologica

Durante le sue esplorazione, Fawcett si imbatté in diversi reperti erratici superficiali, perlopiù ceramici, alcuni dei quali, racconta, di ottima fattura e pregio artistico, il che avvalorò che dovevano essere stati prodotti da una civiltà evoluta e raffinata. Non ebbe mai la fortuna di trovare tracce di insediamenti complessi; l’esistenza di Z, la città perduta che doveva essere stata il centro di questa cultura, era e rimase il frutto di una speculazione teorica. Esistevano, è vero, testimonianze di esploratori di varie epoche, anche remote, che asserivano l’avvistamento dalle alture di rovine monumentali emergenti in lontananza dalla giungla ma nessuno li raggiunse mai; nemmeno i sorvoli aerei nel Novecento (uno dei quali condotto anche all’indomani della scomparsa di Fawcett nel tentativo di ritrovarlo) portarono ad alcun esito, se non la definitiva smentita delle notizie dei fantasmatici avvistamenti di chi, alla resa dei conti, aveva confuso bizzarre formazioni rocciose naturali con rovine di costruzioni.

Nel corso degli Novanta del XX secolo qualcosa cambiò. L’archeologo Michael Hackenberger, dell’Università del Vermont, al termine di una minuziosa ricerca proprio nella regione dove Fawcett presumibilmente scomparve, trovò, mappò e studiò resti decisamente consistenti di un’antica civiltà. Sepolti nel cuore della giungla e difficilmente riconoscibili trovò e studiò un’importantissima serie di opere monumentali come strade elevate su terrapieni, fossati e argini circolari di protezione innalzati attorno agli insediamenti e lo scavo di opere di canalizzazione per la conduzione delle acque. Particolarmente degna di nota fu la rete stradale di comunicazione, evidente segnale di una popolazione numerosa e articolata in diversi insediamenti. Ci sono buone probabilità che lo stesso Fawcett attraversò quelle stesse opere ma non ebbe l’accortezza (o la fortuna) di riconoscerle come opere dell’uomo.

La ricerca moderna e l’utilizzo della tecnica LiDAR

L’indagine storico-topografica dell’Amazzonia dai tempi di Fawcett non si è mai fermata. Come sappiamo bene, enormi aree vengono deforestate ogni giorno e questo consente almeno (nel male) di rendere più accessibili terre altrimenti difficilmente raggiungibili e di ricomporre a poco a poco il puzzle della storia di questa grande regione verde; in più, l’attuale periodo di gravissima siccità ha fatto abbassare di molti metri il livello delle acque del Rio delle Amazzoni, consentendo di tornare visibili importanti reperti archeologici prima sommersi, ovvero grandi pietre incise con volti e simboli sulle sponde del fiume realizzate da civiltà remote ancora tutte da studiare.

Ma il filone di ricerca più promettente è ancora la sistematica indagine area, non più basata sulla semplice osservazione diretta o anche fotogrammetrica, due sistemi che non possono penetrare la fitta copertura arborea, ma piuttosto la tecnologia LiDAR, acronimo di Light Detection and Ranging. Il sistema è basato sul raggio laser che, opportunamente modulato, è in grado di restituire distanza e profilo tridimensionale degli oggetti solidi sul terreno al di sotto della chioma degli alberi, con un grado di precisione e accuratezza impressionante. In altre parole, ciò che si vede, eventualmente enfatizzato con una scala cromatica in funzione delle altezze, è il modello 3D del profilo del suolo, comprese eventuali strade, rampe, terrapieni, fossati e ogni edificio costruito in materiale non deperibile.

Con questa nuova tecnologia a partire dal 2017 sono state mappate vastissime aree attorno ai siti archeologici mesoamericani già noti, consentendo di scoprire come il tessuto urbano conosciuto, si estendesse in realtà molto di più nella foresta di quanto gli archeologi avevano fino a oggi sospettato e questo dato quantitativo ha imposto, ad esempio, una revisione sulla consistenza demografica della popolazione Maya. In più, il sorvolo di zone ancora inesplorate ha portato in luce una rete di insediamenti finora nemmeno sospettata per un totale di circa 60.000 edifici di vario tipo, raggruppati in diversi centri urbani e un tempo collegati da strade rialzate. 

Modello 3D di edifici Maya ancora sepolti nella giungla elaborati a partire dai dati della scansione del suolo con tecnologia LiDAR
Il sito maya di Upano, in Ecuador, grazie alla tecnologia LiDAR

Ebbene, sempre grazie al LiDAR, è di un paio d’anni fa la notizia della scoperta di una grande città ancora sepolta nella giungla. Siamo, Bolivia in Bolivia, più a ovest quindi rispetto alla regione indagata da Fawcett, nel sito di Cocota dove è iniziato lo scavo e lo studio di un incredibile aggregato urbano con grandi edifici piramidali al centro e un sistema radiale di strade elevate, intersecate a intervalli regolari da altre di andamento concentrico. L’indagine si è poi allargata seguendo per diversi chilometri le direzioni indicate dalle strade che uscivano da Cocota e sono stati trovati altri siti.

Elaborazione dei dati LiDAR del sito boliviano di Cocota, pubblicato su Nature il 25 maggio 2022

A questo punto, se esiste, la scoperta di Z è veramente a un passo ma, indipendentemente dalla sua scoperta (e dalla sua esistenza) o meno, Fawcett ci aveva davvero visto giusto quando si oppose con veemenza alla teoria che l’Amazzonia fosse un “deserto verde”: la tecnologia LiDAR ha incontrovertibilmente dimostrato non solo la maggiore estensione dei siti già noti ma ne ha rivelati di nuovi e di grandiosi, soprattutto là dove si era sempre pensato che la presenza umana non fosse mai andata oltre poche e sparute tribù di indigeni.

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